Immaginate di avere di avere uno sgradevole disturbo allo stomaco. Andate dal vostro medico che, come prima cosa, vi prescrive degli accertamenti e poi vi consiglia il farmaco di turno. In un secondo ipotetico scenario con lo stesso disturbo incontrate un altro tipo di medico che, per stabilire la cura più efficace e veloce, vi sottopone alcune domande poco convenzionali: Cosa vi piace? Chi sono i vostri amici? Che cosa vi fa arrabbiare? In che modo usa lo smartphone? Cosa guarda per primo la mattina?

Soluzioni sulla base del contesto
Nel breve esempio sono sintetizzati due differenti modi di affrontare un problema (la malattia), ma che molto hanno in comune con la progettazione partecipativa o co-design nel suo senso più ampio.

La differenza tra i due scenari non è tra tradizione e innovazione, tra approccio classico e olistico, ma è nel processo che conduce al risultato: tra un percorso generalizzato che porta ad una cura riconosciuta e generica e uno che, ritagliato sulla persona, tenga conto di tutte le variabili in gioco cercando nuove soluzioni per quello specifico paziente.

I prodotti sono fatti per le persone
Fino a ieri  il modello di progettazione in Italia è stato finalizzato a curare un sintomo: applicazioni poco usabili, scarso traffico, forte abbandono dei prodotti nel carrello; si  è lavorato alla soluzione di specifici problemi, dimenticando due fattori chiave per il risultato: la necessità di una progettazione integrata tra canali e il riconoscimento che gli utilizzatori sono finali prima di tutto “persone”.

Nel resto del mondo ci si è accorti che tutto questo non basta a creare prodotti, digitali e non, efficaci, competitivi e duraturi. Hanno capito che la tecnologia più sfidante e il design più innovativo non servono a nulla se non sono costruiti sui reali bisogni delle persone. La risposta è nel coinvolgimento attivo degli utenti di riferimento.

Il design partecipativo
Il codesign coinvolge direttamente le persone nella creazione del prodotto finale attraverso vari metodi e in differenti momenti della progettazione.
Il design partecipativo permette infatti di inquadrare i problemi da un altro punto di vista:  quello delle persone che utilizzeranno il prodotto, ma anche di coloro che vi lavoreranno dietro le quinte e,  non ultime, le persone che lo hanno commissionato o sono impegnate a progettarlo.

Come nel caso dell’esempio iniziale una o più sessioni di design partecipativo non eliminano solo il sintomo, ma indagando sulle radici profonde del malessere, risolvono il problema insieme al paziente.

I vantaggi di questo approccio sono sotto gli occhi di tutti, brand digitali e non, da Amazon a AirBnb, da Google a Booking, ma anche governi illuminati come quello britannico, investono oggi moltissimo nello user experience design (Ux) di cui il codesign è una parte.

La persona al centro
Alla base della progettazione partecipativa c’è lo user experience design (Ux) che mette al centro la persona nella sua complessità: non solo come utente, utilizzatore di prodotto, ma come essere umano frutto di esperienze, ricordi, contesto, desideri, abitudini e vissuto personale. Indagare sulle persone come esseri complessi, ascoltarle e permettergli di partecipare alla creazione del prodotto finale ha ricadute potentissime. Durante e dopo le sessioni di codesign i partecipanti si sentono coinvolti nel processo realizzativo sviluppando un senso di responsabilità profondo nei confronti del risultato (fondamentale nei servizi pubblici): le persone diventano veri e propri veicoli del cambiamento. Ma non è tutto, perché nei workshop di co-creazione i partecipanti sono spesso chiamati ad uscire dagli schemi prefissati per sviluppare, attraverso il pensiero laterale, soluzioni innovative a loro misura.

Coinvolgimento e creatività
I workshop di codesign hanno la capacità di sviluppare un forte coinvolgimento nel processo di sviluppo, abbattendo resistenze e difficoltà, questo è uno dei motivi per cui si applicano diffusamente nel riposizionamento di brand.

L’altro aspetto fondamentale delle sessioni di co-progettazione consiste, attraverso tecniche e metodi distanti dai tradizionali modelli di business, nella capacità di far emergere bisogni, desideri, conoscenza implicita e scenari che la ricerca più tradizionale non è in grado di evidenziare.

Le sessioni di co-progettazione vengono svolte in ambienti informali sfruttando tavoli e pareti, lasciando spazio a strumenti creativi come carta, post it, pennarelli, ma anche Lego e giochi di ruolo, sketching e prototipi.  Metodi e tecniche sono relativi e poco codificati, la loro scelta e combinazione dipende da quella sottile alchimia formata dalle persone coinvolte, dagli scenari di riferimento e dagli obiettivi che si perseguono. Il resto scaturisce da un modello meno strutturato e impositivo che offre, senza risposte precostituite, empatia, ascolto, coinvolgimento, partecipazione e responsabilità.

Risultati tangibili
I risultati sono sorprendenti, perché permettono di progettare strumenti più vantaggiosi per le persone e per il business: le tecniche partecipative coinvolgendo direttamente gli utenti rendono più fluidi e veloci i processi permettendo una maggiore competitività sul mercato.

I prodotti creati attraverso il co-design rappresentano quello che le persone realmente vogliono, né più né meno: i processi partecipativi affermano un modo nuovo di fare impresa e di rapportarsi ai propri clienti. Sono uno spartiacque, una volta messi in atto difficilmente si torna indietro, perché a quel punto i precedenti modelli appaiono davvero poco efficaci, polverosi e un po’ stantii.