La blockchain, considerata da molti come la “next big thing” nel comparto dei servizi finanziari, ha diversi utilizzi potenziali, dal trasferimento del denaro alla modernizzazione del sistema bancario fino alla digitalizzazione dei procedimenti legali. Molti di questi usi sollevano questioni in merito alla modifica di relazioni tra l’individuo e il governo, ma il dibattito risulta complicato dai fraintendimenti sul reale funzionamento della tecnologia.

La blockchain è di fatto un database pubblico condiviso per la registrazione delle transazioni in una modalità che ne inibisce successive modifiche. Prima che il termine blockchain diventasse in qualche modo popolare, ci si riferiva di solito a bitcoin, la valuta digitale creata sulla base di tale tecnologia. Bitcoin è un sistema di trasferimento del valore che è apparentemente al di fuori del controllo dello stato: gli early adopters del bitcoin lo consideravano un modo per evitare un sistema monetario controllato dalle banche centrali, ma anche per operare in maniera anonima al riparo dall’occhio indiscreto del governo.

Il sistema Bitcoin ha fatto sorgere la questione se un algoritmo informatico avrebbe potuto sostituire una banca centrale nel controllare l’offerta di moneta. E, se il denaro virtuale permette agli utenti di muoversi al riparo della legge – alla stregua del contante -, questo è un bene per la società nel suo complesso?

Il primo falso mito sui sistemi come blockchain è il ritenere che rappresentino una difesa nei confronti del governo piuttosto che un abilitatore nei suoi confronti. Questo aspetto è stato descritto come la “libertarian fallacy” a una conferenza a Sydney da parte di Lawrence Lessig, professore di diritto ad Harvard che aveva ammonito già alla fine degli anni 90 che internet avrebbe costituito uno strumento di sorveglianza. Se una società adotta un singolo sistema di moneta digitale, in cui le transazioni sono registrate su un singolo database come per bitcoin, è possibile – anzi, probabile – che i governi siano prima o poi in grado di controllarlo. “E’ un buon sistema per controllare le transazioni in contanti, ma il problema è se le persone vogliano questo tipo di controllo”, afferma Ben Zevenberger, ricercatore dell’Oxford Internet Institute.

Ora il cuore della discussione si è spostato da bitcoin e dal contante alla blockchain e alle conseguenze di una tecnologia di database condiviso per il sistema finanziario. Il focus e gli investimenti si sono spostati verso le startup basate su blockchain che promettono di ridurre i tempi dei settlement e i costi di back office. A differenza del bitcoin, creato nel 2009, le applicazioni della blockchain nel mondo bancario sono ancora del tutto sperimentali. Una visione punta verso la creazione di un protocollo gestito dalle grandi banche per la gestione e la finalizzazione delle operazioni.

Simon Taylor, responsabile del team che studia blockchain per Barclays, sostiene che l’industria sta discutendo sui livelli di privacy che ogni singola banca potrà mantenere in un database condiviso. E’ anche aperto il confronto sul grado di accesso che potrebbero avere gli organi regolatori. “Se un registro condiviso tiene traccia di tutto ciò che si verifica, a quali condizioni l’authority di controllo può accedervi? Quale può essere il suo input corretto nel sistema? Le banche sono adeguate a questo livello di automazione? E sono pronte per un sistema software-driven?”, si chiede.

C’è un secondo falso mito su blockchain. Se la moneta digitale facilita la sorveglianza da parte dei governi, le banche che vogliono ridurre i loro costi di compliance potrebbero sostenere che un protocollo condiviso sia una richiesta regolatoria per la supervisione del sistema bancario, scaricandone così i costi. E’ comunque erroneo ipotizzare che un protocollo digitale, che sia per la valuta di un paese o per il back office di una banca, registri tutto: la blockchain opera in un mondo reale che è ambiguo, caotico e pieno di persone che potrebbero voler escludere delle cose dal database.

Una delle idee più radicali per la la tecnologia di blockchain è la digitalizzazione a fini legali. Il tecnicismo cui fa ricorso l’industria è “smart contract”, basato su un protocollo condiviso che esegue in maniera automatica un contratto al verificarsi di una serie di condizioni reali, esattamente come un distributore automatico eroga la merendina quando viene inserito il denaro. Uno degli obiettivi sarebbe quello di eliminare “uno dei più frustranti aspetti delle stesure contrattuali: l’ambiguità intrinseca del linguaggio”, stando al paper di un gruppo di ricercatori della Harvard Law School e e della Yeshiva University.

Ma è auspicabile, o anche possibile, che i contratti si trasformino in automatismi inesorabili? Nell’eliminare l’ambiguità o il margine di disaccordo “viene già chiarito il concetto centrale di cosa sia un contratto”, afferma Quinn DuPont, esperto di crittografia alla University of Toronto.

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