Il concetto di proprietà è molto complesso. Giuridicamente indica la facoltà di godere e di disporre delle “cose” in modo pieno ed esclusivo, nel rispetto degli ordinamenti della legge, e del soggetto titolare di tale diritto – che sia pubblico o privato.

La proprietà è tra i concetti che maggiormente può essere messo in discussione con l’avvento delle tecnologie digitali e delle reti di comunicazione.

Tra possesso, disponibilità, uso, accesso, quando i beni sono immateriali (come dati e contenuti digitali) i dubbi e le possibili interpretazioni si moltiplicano. Sono beni che possono essere riprodotti, modificati, agiti e disseminati praticamente senza sforzo e senza arrecare danno alla proprietà di terzi. È vero anzi il contrario: diffonderli è generalmente a beneficio della società.

Ma partiamo da un bene tangibile. È facile immaginare di possedere l’automobile che guido, uso e custodisco in garage.

Anche qui le cose non sono lineari. Questo possesso (la proprietà “fisica” del bene) non coincide necessariamente con una proprietà legale. La nostra automobile potrebbe appartenere legalmente a una società finanziaria (quella che ci eroga il finanziamento per acquistarla a rate). Possiamo utilizzare e godere dell’automobile, ma non ne abbiamo piena proprietà legale sin quando il mutuo non è estinto.

La situazione potrebbe rivelarsi ancora più complessa. Potremmo, infatti, possedere solo la proprietà “logica” dell’automobile. È questo il caso del car-sharing, dove un servizio ci consente di godere di un’automobile, assicurando la manutenzione e persino il rimpiazzo del bene se necessario.

Nell’era dell’Internet delle Cose, emergono forme di proprietà totalmente nuove, delineando in vari modi quella che qui definiremo “modalità super-user”.

Nella terminologia informatica, il super-user è l’amministratore del sistema. Il super-user ha il controllo completo del sistema informatico: può accenderlo, spegnerlo, carpirne i dati e le informazioni, osservare il comportamento degli utenti del sistema (tramite i cosiddetti log), disattivarlo, disabilitare a un utente l’accesso al sistema, installare autonomamente un nuovo sistema operativo, modificare permessi e autorizzazioni.

La nostra automobile, ad esempio, potrebbe appartenere alla categoria dei nuovi dispositivi IoT (Internet of Things): dotata di sensori, sistemi di ottimizzazione, interazione, socializzazione, controllo delle condizioni del motore, ed altro. Tali sistemi potrebbero essere controllati tramite il cruscotto a bordo, una app sul nostro smartphone, o un super-user.

Ciò significa che la nostra automobile IoT ci consentirebbe di raccogliere dati, e di usarli per assicurarci esperienze di mobilità più emozionanti e positive (per ambiente, energia e società e quanto altro).

Lo stesso, ma con più poteri, potrà fare il nostro super-user.

Il super-user, da remoto, potrebbe installare un nuovo sistema operativo. Questo nuovo sistema operativo potrebbe essere migliore, ma potrebbe anche avvenire il contrario: minori funzionalità; funzioni che prima erano gratuite ora potrebbero diventare a pagamento; dati che prima non venivano raccolti ora potrebbero iniziare ad esserlo. Addirittura, altre sorgenti di informazione potrebbero essere incrociate con quelle dell’automobile, per esempio dati finanziari: se non paghi le rate, l’automobile viene disattivata (speriamo non in curva). È noto, ad esempio il caso di Mary Bolender, in arretrato di 3 giorni con il pagamento delle rate: dovendo accompagnare d’urgenza la figlia al pronto soccorso, non ha potuto avviare l’automobile proprio per questo motivo.

Vogliamo ovviamente presupporre la buona fede e la correttezza delle aziende, senza arrivare a possibili futuri in cui cui il mio nuovo pacemaker IoT si ferma, proprio come l’automobile, perché non ho pagato le rate in scadenza dell’assicurazione.

Il punto è un altro. Tutto è possibile quando esiste uno squilibrio di potere tra operatori e utenti nelle modalità di raccogliere ed utilizzare dati ed informazioni (ciò vale per l’Internet of Things qui citata, come per i social network, gli smartphone, i dispositivi connessi in rete).

Ubiquitous Commons, in questo caso, si posiziona come mediatore sociale neutrale: un protocollo in grado di abilitare, a livello sociale, l’emergere di quegli ambienti ad alta qualità relazionale necessari affinché tutti possano realmente beneficiare delle innovazioni che si stanno concretizzando nel nostro presente.

In questo senso, tutte queste distinzioni di proprietà, possesso, uso, godimento e poteri super-users troverebbero modo di coesistere. In primo luogo, perché esplicitati in maniera più trasparente e comprensibile. Essi diventerebbero inoltre il centro di processi collaborativi in cui individui, comunità, organizzazioni, istituzioni e aziende potrebbero decidere insieme, attraverso e sulla rete peer-to-peer, come queste transazioni e relazioni avvengono. Il protocollo diventa legge: una legge diffusa, inclusiva, trasparente, partecipativa.

Nell’esempio della nostra automobile: un protocollo come Ubiquitous Commons installato nei sistemi di IoT del veicolo potrebbe diventare un dialogo. In fase di acquisto dell’automobile, l’utente potrebbe scegliere la licenza (e quindi i poteri) da attribuire al super-user. Il super-user (il rivenditore, l’azienda produttrice, la finanziaria…) potrebbe a sua volta controbattere, proponendone un’altra, con eventuali sconti, promozioni e così via. Il processo, se progettato bene, potrebbe essere collaborativo invece che competitivo, con le due parti interessate non solo al proprio tornaconto, ma anche ad un discorso di giustizia, trasparenza e benessere sociale. Anche in virtù del fatto che eventuali abusi (materializzati sotto forma di licenze particolarmente gravose) sarebbero presenti nella rete peer-to-peer: basterebbe chiedere un “catalogo delle licenze per automobili” per scovare incongruenze, doli ed altre situazioni negative.

Allo stesso modo, un sistema come Ubiquitous Commons sarebbe in grado di abilitare modelli di business nuovi, creativi, intelligenti, capaci di generare impatti sociali positivi.

Salvatore Iaconesi e Oriana Persico sono curatori del progetto Ubiquitous Commons