L’economia digitale? È una cosa del passato. Adesso c’è semplicemente l’economia. Il digitale è stato assorbito e l’ha trasformata in un campo da gioco fatto di opportunità illimitate per alcuni e marginalizzazione che spesso diventa estinzione per chi non lo capisce. L’avvertimento arriva da Lindsey Anderson e Irving Wladawsky-Berger, del centro Mit-Sloan per gli studi sulla trasformazione digitale. Il verdetto è basato sui dati: le aziende che si stano dimostrando capaci di integrare le nuove opportunità del digitale nel loro business hanno margini fino al 26% superiori alla concorrenza, mentre chi resta attaccato al “business as usual” è destinato alla sorte già toccata a molti grandi come Kodak, Blockbuster, Sears e Blackberry.

Quello che ancora a molti sembra sfuggire è infatti che il digitale ha innescato un processo di mutazione che rimette in discussione l’impresa sui due fronti più cruciali: il cliente, le cui aspettative si sono rapidamente modificate con l’introduzione di servizi come Etsy, l’appstore di Apple, ma anche di Airbnb and HomeAway o di Uber, Lynx, e RideScout, e la forza lavoro che oggi deve formarsi perché si possa approfittare delle opportunità offerte dallo smart-manufacturing e dell’internet delle cose. Non a caso la maggior parte delle economie avanzate hanno già messo in campo politiche per accompagnare le proprie imprese nella transizione. La prima è stata la Germania nel 2011 con il programma Industria 4.0. L’anno successivo Washington ha lanciato l’Advanced Manufacturing Partnership, seguita dalla Danimarca sempre nel 2012, Belgio e Australia nel 2013, Regno Unito nel 2014 e poi da Francia, India, Cina e Giappone.

«Purtroppo in questo ambito l’Italia registra un forte ritardo – osserva Fabio Fantauzzi, Managing Director Accenture Digital Mobility Lead -. E per capire quanto una pianificazione attiva a livello di sistema paese possa essere importante e incisiva, basta guardare alla Germania. Gli analisti stimano che, in termini di Pil, Industria 4.0 abbia portato almeno un +1,1% con quasi mezzo milione di nuovi posti di lavoro. Se si guarda ai settori che stanno dimostrando meglio degli altri di saper sfruttare le opportunità offerte dallo smart manufacturing troviamo ormai da anni il settore dei macchinari, l’automotive e il settore dell’aeronautica e della difesa».

Proprio alcuni dei settori tradizionalmente più forti nella nostra industria, ma le aziende d’Oltralpe sembrano aver capito meglio delle nostre come utilizzare la fabbrica intelligente, i prodotti intelligenti, i servizi intelligenti per ridurre i costi e aumentare i ricavi ad esempio attraverso l’ideazione di modelli di business innovativi. «Un bell’esempio è Michelin che, attraverso la collaborazione con Accenture, sta trasformando il proprio business, passando dal modello tradizionale basato sul prodotto al nuovo modello basato sul servizio, il cosiddetto tyre-as-a-service». Sul fronte della forza lavoro la trasformazione è ancor più radicale. Una recente ricerca Accenture presentata durante la fiera di Hannover, “Machine dreams: making the most of the connected industrial workforce”, mostra che la creazione di una forza lavoro industriale connessa è già parte della strategia aziendale del 94% dei produttori del settore automotive e industriale. E nei prossimi cinque anni queste aziende potrebbero investire fino a un quarto delle spese in Ricerca e sviluppo (fino a 181 miliardi di euro per l’automotive e 39 miliardi per l’industriale) in tecnologie per la creazione di forza lavoro industriale connessa.

«Cambieranno molte cose – sottolinea Fantauzzi – con l’introduzione della realtà virtuale per controllare la catena di montaggio, la diffusione dei cobots, il robot collaborativi come lo YuMi prodotto da Abb, ma anche la migrazione in cloud della fabbrica che permetterà forme di controllo remoto e operazioni di crowdsourcing delle applicazioni». La Ue stima che nel 2020 avremo bisogno di 800mila persone con queste competenze ed è perciò urgente rivedere le politiche di formazione, ma anche riflettere come adeguare il diritto del lavoro. Siamo allora sull’orlo di una rivoluzione destinata a rendere marginale il ruolo della mano pubblica? Non necessariamente. «C’è bisogno di più coordinamento tra le diverse anime del pubblico e il settore privato per favorire la collaborazione aperta e sostenuta fra pubblico, grandi aziende e Pmi o startup. Ma va spinta anche l’alfabetizzazione digitale per espandere il mercato intero di chi fa smart-manufaturing».