Scomporre e ricomporre le parole, scavare nel loro riapparire nel presente storico dell’attualità dell’inattualità, ci rammenta che il denominare, svela carsici percorsi sociali ed economici di derive storiche altro dallo storytelling ipermoderno. «Cooperativa», sembrava parola sepolta nell’epoca della Connectography (Parag Khanna) che disegna il mondo come nodi di reti hard e soft di logistica, finanza, città spettacolo.  Altro che cooperare, l’attualità, è connettersi ai flussi! Se poi denominiamo la cooperativa con la parola antica «comunità», evocando nell’epoca delle community e dei social il massimo dell’inattualità, occorre capire senso e significato attuale della voglia di prossimità nell’epoca della simultaneità.
Come si diceva nel fine secolo, il delinearsi della globalizzazione rimandava all’adagio più globale-più locale, dispiegato oggi nel paradigma Flussi-Luoghi. Che interroga, di fronte all’imperativo connettersi e fare community nella simultaneità, sul cosa resta del locale, del territorio, della prossimità. Le  cooperative di comunità vengono avanti e sono nate nel margine territoriale, ma interrogano il centro. Riscoprono il cooperare là dove, dissolta e disgregata «la comunità si fa inoperosa». Nei comuni polvere, nelle aree interne, dove partendo dalla scomparsa dei luoghi di aggregazione e di incontro, si ricostruiscono tracce di comunità. Tema non solo del margine territoriale, basta pensare alle marginalità urbane per capire quanto sia urgente il tema dello spazio pubblico, e dell’essere in comune nelle periferie che si fanno banlieue. Anche le esperienze europee di cooperative di comunità le vedono operare in una sussidiarietà top down ai margini della crisi del welfare state.

La vera questione è interrogarsi se da questa vibratilità del margine di esperienze di welfare di comunità, di rigenerazione e rianimazione di aree a rischio di spaesamento, ove si coopera per fare “comunità che viene” ci sono tracce utili nel loro disegnare smart land, a contaminare il nostro progettare smart city nei nodi di reti urbane. Avendo chiaro, che non c’è smart city innervata dall’innovazione tecnologica, senza social city cooperante. Con la cittadinanza attiva mobilitata nell’economia circolare del riciclo, nella domotica per l’energia, nel car e bike sharing per la mobilità, nel recupero di periferie e spazi pubblici, nell’accoglienza, nell’inclusione e nella sicurezza. L’elenco potrebbe continuare delineando la società circolare che viene avanti solo attraverso una cittadinanza cooperante. Ma l’innovazione dall’alto, da sola, non produce cittadinanza attiva. Questa si aggrega dal basso nella “voglia di comunità”. Anche nelle città spettacolo, nelle aree metropolitane, dove la prossimità del fare cooperative di comunità incontra la simultaneità del fare coworking o fablab per sfuggire alla gig-economy dei lavoretti. Il fare accoglienza ed inclusione incontra i grandi numeri delle migrazioni e dei profughi. Il fare comitati di cittadini si evolve nel cooperare per fare comunità di quartiere ridisegnando spazi e forme di convivenza. Il torrente della storia fa riemergere due parole antiche, usiamole e pratichiamole. Nelle aree interne dell’Appennino devastate dal terremoto, dove la voglia di comunità dei senza casa e senza paese si fa dolore e nelle città metropolitane in divenire, come a Bologna, dove nei quartieri è stato promosso un progetto di sviluppo di comunità per delineare la smart city che verrà.