«La qualità del rapporto di ciascuno di noi con le menti del passato è proporzionale alla nostra comprensione del presente», scriveva Marshall McLuhan nel 1951. A partire da questa intuizione si svolge in questi giorni a Toronto un convegno internazionale al quale partecipano studiosi provenienti da ogni parte del mondo con l’intento di ripensare l’eredità intellettuale di una stagione culturale unica nel contesto nordamericano. Tra gli anni Trenta e gli anni Settanta, infatti, l’Università di Toronto fece da catalizzatore per un gruppo ampio e diversificato di studiosi interessati a comprendere i tratti della cultura umana e le sue trasformazioni in rapporto all’evoluzione dello sviluppo tecnologico e delle forme di comunicazione, favorendo così la nascita di una vicenda intellettuale che oggi è da tutti riconosciuta, non senza riserve, come una scuola di pensiero, che i critici a posteriori hanno chiamato Scuola di Toronto.

Gli organizzatori del convegno hanno scelto di non limitare il portato di questa tradizione di studi al solo ambito della comunicazione – il convegno ha come titolo «The Toronto School: Then, Now, Next», 13-16 ottobre – bensì di cercare di capire cosa la abbia resa così unica e originale, nonché quale lascito di pensiero possa essere oggi rivalutato. Tra gli elementi di originalità, vi è certamente il fatto che quella Scuola, alla quale si collegano nomi diversi e complementari come quelli di Harold Innis, Marshall McLuhan, Walter Ong, Eric Havelock, Northrop Frye, non fu mai ufficialmente fondata. Carteggi epistolari, gruppi di ricerca allargati, progetti editoriali documentano piuttosto l’esistenza in quegli anni di un fermento intellettuale, una sorta di circolo invisibile capace di attrarre e coinvolgere pensatori non solo Canadesi, da Sigfried Giedion a Peter Drucker, da Karl Polanyi a Buckminster Fuller, e ancora urbanisti, antropologi, economisti, fino a includere esponenti di spicco della scena artistica e musicale canadese, primo fra tutti Glenn Gould.

Qualcosa di unico accade dunque in quegli anni a Toronto. Una nuova consapevolezza critica emerge in rapporto alla comprensione del ruolo che ogni medium – cioè ogni artefatto, ogni idea, ogni forma di innovazione – ha nel rimodulare l’ambiente umano, e trasformare così il modo di pensare, sentire, agire. Proprio a partire da Toronto questo ventaglio di intuizioni diventa un’interfaccia di pensiero, capace di connettere diversi campi del sapere e far presagire i primi segnali di quella che può essere considerata una rivoluzione, un cambio di paradigma o semplicemente una trasformazione, profonda e incisiva, nel modo di pensare i media, e quindi ogni forma espressiva umana.

In Europa, però, quella Scuola è giunta in forma semplificata, legata cioè al nome di McLuhan e alle sue intuizioni spesso provocatorie e dissacranti. Ridurre la Scuola di Toronto al mcluhanismo è stato fuorviante, forse deleterio per gli studiosi di area umanistica perché quella ricerca, che ebbe un impatto importante anche in termini di innovazione, è stata acquisita in modo indiretto e mediato, nonché sbagliato. Da noi è diventata la scuola del determinismo tecnologico, lettura che è prevalsa soprattutto in area sociologica, ovvero qualcosa che riduce la cultura dell’innovazione a meri rapporti meccanicistici di causa-effetto, non considerando di fatto le ricche sfumature del pensiero sistemico che stanno alla base della comprensione di ogni ambiente, naturale, sociale, tecnologico.

Fare i conti con l’eredità intellettuale della Scuola di Toronto significa riscoprire e sviluppare una nuova coscienza ecologica attraverso cui osservare, comprendere e soprattutto agire nell’ambiente dei media. Questa sorta di consapevolezza sistemica di matrice ecologica non è altro che il riverbero di un progetto intellettuale profondamente umanistico. Sia perché i padri – poche le madri, ma si parla del periodo 1930-50 – erano soprattutto studiosi di letteratura, classica e contemporanea, filologia, filosofia e arte, ma anche perché tutti condividevano un approccio alla conoscenza fondato sul dialogo tra tutte le arti liberali. Nessuno di loro concepiva la propria area disciplinare come territorio erudito privilegiato, da proteggere e tramandare, bensì come strumento in divenire con il quale esplorare il cambiamento ambientale già visibile in un Canada lontano dalle zone di conflitto europee e adiacente a una grande nazione in divenire. Ha infatti un senso storico che quelle sperimentazioni siano nate lì, in un territorio definito “il Nessuno canadese” dallo stesso McLuhan, terra che poteva avere il meglio dei due mondi: la dimensione umana della piccola nazione e i vantaggi della prossimità con una grande potenza. Ma Nessuno, per McLuhan così come per gli altri intellettuali della Scuola di Toronto, è anche il nome di un personaggio epico che ha cambiato le regole del gioco con l’astuzia – per alcuni, con l’inganno – : Ulisse, che stanco di una situazione di stallo spariglia le carte e introduce una variabile destinata a cambiare la mentalità e l’ambiente coevi.

Ed è su questa capacità di generare innovazione, cambiare paradigmi, trasformare il modo di pensare che si gioca la scommessa lanciata in questi giorni da Toronto. Il futuro dei media è ecologico, le nuove piattaforme non sono né neutre né semplicemente strumentali. Sono e sempre di più saranno degli ambienti – immersivi, relazionali, globali. Per osservare, capire, trasformare questi ambienti – è il monito dei pensatori di Toronto – è necessario ancora una volta riconnettersi alla dimensione umanistica dell’innovazione e adottare le virtù sistemiche, relazionali, ambientali della coscienza ecologica.