Piattaforme, IoT, Big Data, Social Media, condivisione, partecipazione: sono le “parole nuove” che hanno arricchito, negli ultimi anni, il lessico di chiunque si occupi di media, allargando via via anche il campo dell’editoria e del giornalismo a incursioni e inferenze ad alto contenuto tecnologico.

Ed è grazie a queste parole che, dopo un’impasse durata circa un decennio, costellata di profezie di morte, testamenti e tracolli economici, anche il mondo del giornalismo sembra timidamente aprirsi all’innovazione. Con i media sociali ormai giunti a maturità, assurti a un ruolo di distributori di news ormai riconosciuto, e le abitudini di consumo mediale rivoluzionate da internet e smartphone, giornalisti ed editori sembrano riflettere finalmente in maniera più costruttiva, ciascuno per la propria area di competenza, sui grandi interrogativi all’ordine del giorno tra gli addetti ai lavori: come adattare linguaggi e formati in un’ottica cross-canale; come produrre – e monetizzare – informazione ad alto valore aggiunto; come sopravvivere alle piattaforme ibride e come diventare piattaforma a propria volta, modernizzando il business e differenziando le fonti di revenue; come ridefinire il rapporto con il lettore.

A prescindere dalle declinazioni che i dibattiti sulle nuove tendenze del giornalismo possono assumere, a seconda di quale focus si scelga di dare, di volta in volta, alle discussioni, la convergenza tecnologica lascia emergere, inevitabilmente, la necessità di affrontare il tema secondo un approccio sistemico e progettuale che tenga conto della complessità del nuovo scenario mediale: l’approccio del designer.

Nel garbuglio informativo della rete, infatti, la corretta progettazione dell’ambiente intorno all’informazione diventa tanto essenziale quanto la costruzione dello stesso singolo contenuto informativo: in altre parole, la notizia non basta più in quanto tale, ma assume valore se inserita in flusso più ampio, in una cornice più alta che, distribuendosi su più dispositivi, abbraccia glosse, commenti, riproduzioni e ampliamenti della notizia stessa. E, in quest’ottica, è il giornalismo stesso, sia in quanto pratica professionale sia in quanto prodotto mediale, a essere immerso in un sistema allargato di relazioni, che partendo dal lettore coinvolge anche partner tecnologici, partner di business e interlocutori istituzionali.

In che modo, quindi, il design thinking può aiutare l’editoria ad affrontare la grande sfida della complessità, guidando l’innovazione verso una nuova sostenibilità? Le prime proposte vengono da un programma sperimentale della New School di NYC, che mira, appunto, a integrare le metodologie del design thinking ai curriculum in giornalismo: organizzati in team interdisciplinari e collaborativi, gli studenti della New School fanno ricerca con e sul lettore, ed elaborano strategie per prodotti editoriali user-centrici ad “ampio respiro”, che tengano cioè conto dell’attuale composito e multiforme ecosistema mediale.

Al di là dei framework e delle toolbox operative, dunque, ciò che il design può davvero insegnare al giornalismo è l’attitudine alla sperimentazione, la centralità del lettore, la visione interdisciplinare ed ecosistemica, in uno scarto culturale che presuppone, però, l’abbandono dell’autoreferenzialità e della strenua difesa dei modelli tradizionali.