I cambiamenti climatici sono un fenomeno che ci costringe a confrontarci con il futuro, obbligandoci a uscire dai soliti schemi mentali più o meno centrati sul breve termine, per considerare il nostro ruolo in maniera diversa, proiettato su orizzonti ben più vasti. Inoltre, è un formidabile simbolo del carattere globale della presenza sul nostro pianeta, perché nessun altra questione sintetizza così efficacemente il nostro essere, letteralmente, tutti sulla stessa barca, anche se in questo caso grande come un pianeta.

Il punto focale di questa complessa vicenda diventa quindi la conferenza annuale delle parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite, (Cop 21 – Conference of the Parties, in breve). La conferenza del prossimo dicembre si preannuncia come una delle più importanti. Il nexus di connessioni spaziali, temporali, geografiche, sociali ed economiche che avvolgono i cambiamenti climatici ha generato un fenomeno di complessità tale che i negoziati vanno avanti ormai da vent’anni e con questa di Parigi siamo arrivati alla XXI edizione.

Messa da parte l’ipotesi di un impegno legalmente vincolante globale, per le difficoltà di trovare una posizione comune tra tutti i paesi del mondo, la strada per andare avanti è stata trovata in un sistema di riduzioni volontarie (Indc, Intended Nationally Determined Contribution) che impegna volontariamente ogni paese a determinate riduzioni di emissioni. È un fatto molto positivo che ha permesso degli importanti passi avanti verso la conclusione di un accordo. Ma si tratta di uno strumento efficace per contrastare i cambiamenti climatici?

Gli effetti dei cambiamenti climatici sono molteplici e spesso complicati da valutare, ma possiamo prendere come simbolo dei loro effetti complessivi l’aumento della temperatura alla superficie, che descrive lo stato generale delle cose, nella stessa maniera di un indice di Borsa. Il riscaldamento alla superficie dipende da quanti gas serra ci sono in atmosfera e per farlo occorre avere delle indicazioni di quello che sarà lo sviluppo della società futura e quanti gas serra verranno emessi come conseguenza delle scelte economiche e politiche.

Sono stati preparati diversi di questi scenari futuri che si possono raggruppare in quattro famiglie. Lo scenario più alto (RCP8.5) non prevede sostanzialmente nessuna riduzione nelle emissioni e corrisponde ad un aumento di temperatura alla fine del secolo tra 2,5 e 4,8 gradi. Gli scenari RCP6 e RCP4.5, che prevedono riduzioni significative delle emissioni più tardi nel secolo e che corrispondono ad aumenti rispettivamente di 1,4-3,1 e 1,1-2,6, e lo scenario RCP2.6, che contempla un picco delle emissioni nel 2010-2020 e sostanziali diminuzioni successivamente per arrivare a 0,3-1,7 gradi di aumento della temperatura nello stesso periodo. Come si vede, quindi, solo questo scenario ha un’alta probabilità di raggiungere l’obiettivo di due gradi di aumento massimo, un obiettivo escluso dallo scenario più alto (RCP8.5) e non raggiungibile con probabilità decrescenti dagli altri due scenari.

Secondo una recente analisi gli impegni raccolti negli Indc consegnati finora hanno un effetto importante sulle emissioni, ma non sono sufficienti a portare le emissioni sulla rotta dello scenario che ha un alta probabilità di risultare in un aumento di temperatura sotto i due gradi. Gli Indc dei vari paesi, almeno nella forma espressa a oggi, sembrano essere più allineati con gli scenari intermedi che non danno una alta confidenza di centrare l’obiettivo.

Gli impegni nazionali rappresentano quindi un primo passo importante, ma sicuramente non bastano per raggiungere l’obiettivo dei due gradi che richiederà riduzioni più significative. La prossima conferenza di Parigi mantiene tuttavia tutta la sua importanza. Un accordo in questa circostanza, infatti, rappresenterebbe un passo avanti cruciale per individuare un metodo, come quello dei contributi nazionali, che permetta di avere una politica climatica efficace e condivisa, senza la quale ci potremo aspet</span>tare ben pochi effetti concreti.