Non tutte le fake news sono figlie della rete digitale. Anzi, le più micidiali nascono spesso al di fuori di essa e crescono spinte per ragioni molto analogiche. Un esempio allarmante è la vicenda giudiziaria di Ilaria Capua che la scienziata ed ex parlamentare racconta in “Io, trafficante di virus – Una storia di scienza e di amara giustizia” scritto a quattro mani con il giornalista Daniele Mont D’Arpizio. La fake news è già nel titolo di un racconto serratissimo. Negli ultimi dieci anni della vita di Capua, il rigore e il passo incalzante della ricerca scientifica internazionale sono in stridente contrappunto con la superficialità di una parte del mondo dell’informazione e della politica, ma anche con la lentezza esasperante della giustizia.

Ilaria Capua
Ilaria Capua

Il lato istruttivo della vicenda, che ha visto la scienziata e suo marito indagati per diversi reati, tra i quali l’epidemia (punibile con l’ergastolo), è che gli elementi fondamentali dietro la fake news sono veri, ma i collegamenti tra di essi, tracciati sulla spinta dell’ignoranza o forse dell’interesse, sono strampalati e falsi. È per esempio vero che Capua è una virologa molto attiva e con molte collaborazioni con i maggiori centri di ricerca e grandi aziende farmaceutiche. È vero che ha registrato un brevetto, dall’infausto acronimo Diva, importantissimo per la vaccinazione di polli, tacchini e anatre da allevamento. È vero che aveva nella sua disponibilità campioni di virus dell’aviaria poiché il suo laboratorio era stato il primo a identificarlo in un animale selvatico arrivato in Italia e che scambiava questi materiali biologici con altri laboratori come spesso avviene nella ricerca. È vero anche che grazie alle sue competenze, Capua è riuscita ad attirare milioni di euro di finanziamenti verso il suo laboratorio etichettandoli. È vero (purtroppo) che uno scienziata di successo e finanziariamente indipendente non piace alle baronie universitarie italiane. Ed infine è vero che c’è stata un’indagine per traffico internazionale di virus, iniziata negli Usa  nel 1999 (dove si è conclusa  con la condanna di un’azienda farmaceutica statunitense) e proseguita in Italia che ha visto Capua imputata per dodici reati tra cui quelle riguardanti la diffusione di epidemie nell’uomo e negli animali (mai avvenute), associazione per delinquere, falso ideologico, concussione e abuso d’ufficio (per un totale di forse un centinaio di anni di prigione).

Non è però vero, che Capua, il marito e tutti gli altri indagati, fossero i nodi di una rete internazionale di trafficanti di virus e tramassero per provocare epidemie negli allevamenti al fine di vendere più vaccini come hanno stabilito i giudici di Verona prosciogliendo tutti perché il fatto non sussiste. Una sentenza che è ancora più forte di un’assoluzione perché smonta tutto il castello accusatorio, costruito su anni di intercettazioni telefoniche mal interpretate da chi oltre a non sapere come funziona la ricerca scientifica, non si è nemmeno preoccupato di approfondire il tema o, a quanto sembra, se ci fossero effettivamente flussi di denaro.

"Io, trafficante di virus. Una storia di scienza e di amara giustizia", Rizzoli , 18,50 euro
“Io, trafficante di virus. Una storia di scienza e di amara giustizia” di Ilaria Capua, Rizzoli , 18,50 euro

Elementi veri e collegamenti bislacchi sono il brodo di cultura, ma non bastano per creare una fake news. Ci vuole un catalizzatore, come direbbero gli scienziati e in questo caso ce ne sono almeno due: l’attenzione dei media, innescata da una copertina di Lirio Abbate sull’Espresso, e l’utilità politica visto che l’inchiesta su Capua, rimasta nel cassetto per anni (forse proprio per la sua inconsistenza) riemerge quando il partito di Scelta Civica, nelle cui fila sedeva Capua, è ormai imploso. Il dato interessante è che la rete, dopo la prima ondata anticasta, ha reagito al secondo articolo dell’Espresso sul proscioglimento di Capua, riconoscendo la colossale cantonata e riabilitando rapidamente la scienziata.

Cambiare il nostro lentissimo sistema giudiziario richiederà forse tempi lunghi. Ma c’è da sperare che la rete impari più in fretta a riconoscere le bufale perché, come osserva la stessa Capua, il tempo di una persona per dare il suo contributo, che sia nella ricerca o in altri campi, è purtroppo limitato. E un paese che spreca il tempo dei suoi talenti migliori, spingendoli a emigrare, non ha rispetto per se stesso.