Dopo i tassisti e gli alberghi, le banche rischiano di essere le prossime vittime dell’economia della rete. Dopo Uber e AirBnb, Bitcoin porta la sfida della disintermediazione nel campo monetario e finanziario. Con Bitcoin, infatti, è possibile conservare e trasferire potere d’acquisto senza ricorrere a una banca o a una carta di credito. Grazie alla rete e alla crittografia, Bitcoin consente pagamenti diretti da un utente all’altro (P2P) in modo efficace, anonimo e sicuro.
Bitcoin promette di superare tutti i limiti del sistema monetario e finanziario tradizionale. Se trasferire il denaro da un paese all’altro è costoso, consente trasferimenti istantanei e gratuiti per gli utenti. Se il denaro può rimanere intrappolato da controlli sui movimenti di capitali, consente di superare ogni restrizione giuridica. Se il denaro in conto corrente espone al rischio di perdite in caso di fallimento della banca, offre la solidità di un asset che non è al tempo stesso il debito di qualcun altro. Se il sistema finanziario è ingolfato dall’oligopolio delle grandi banche, consente agli utenti di prestarsi denaro a vicenda con contratti a esecuzione automatica. Se il potere d’acquisto del denaro accumulato è messo a repentaglio da politiche monetarie ultraespansive, offre il vantaggio di una moneta che non può essere inflazionata, poiché l’aumento della sua quantità nel tempo è stabilita a priori da un algoritmo immodificabile. L’insieme di queste potenzialità ha indotto i fautori di Bitcoin a considerarlo una forma di “oro digitale”.
Ma, anche nel mondo virtuale, non tutto quel che luccica è oro. Per il momento, infatti, è utilizzato più come strumento speculativo che come mezzo di scambio: chi lo acquista non prevede perlopiù di utilizzarlo per acquistare beni o servizi, ma per rivenderlo a un prezzo più elevato. E anche quando è utilizzato per comprare, si tratta spesso di attività illegali. Del resto, la volatilità del prezzo in rapporto alle altre valute ne scoraggia l’utilizzo a chiunque non sia attratto dal suo carattere anonimo.
Bitcoin ha i suoi difetti ma, sostengono i fautori delle monete virtuali, la libera concorrenza si incaricherà di farlo migliorare e di promuovere nuove e migliori criptovalute. La concorrenza può essere salutare in nome del progresso tecnico: la politica e le leggi sono sempre un passo indietro. Ma siamo sicuri che la moneta e la finanza siano oggetti tecnici paragonabili al motore a scoppio?
È ben probabile che, grazie al carattere open source e alla concorrenza di altre criptovalute, siano superati i problemi tecnici, di sicurezza e di scalabilità, di Bitcoin come sistema di pagamento. Ma i difetti in quanto sistema monetario non sono emendabili. La quantità limitata lo rende deflativo. Quanto questo sia un problema per le imprese produttive lo stiamo apprendendo: quando i prezzi diminuiscono, è più facile fare perdite che profitti. Ma il problema sarebbe ancor più grave se Bitcoin dovesse essere utilizzato per effettuare anche prestiti. Ripagare un debito denominato in un Bitcoin che continua ad aumentare di valore sarebbe sempre più pesante in termini reali. Lungi dal favorire un sistema più equo, Bitcoin, in quanto moneta scarsa, sbilancerebbe ancor più l’equilibrio in favore dei creditori.
I bitcoiniani ribattono, appellandosi alle dottrine di Von Hayek e alla sua idea della concorrenza monetaria: la creazione monetaria rappresenterebbe l’ultimo baluardo dell’intervento pubblico da sottrarre al monopolio delle Banche centrali per essere consegnato a un regime di competizione fra privati. In questa prospettiva, Bitcoin non ambisce a diventare la moneta unica globale, bensì soltanto una delle innumerevoli monete, pubbliche e private, cartacee e virtuali, in competizione fra loro. Ma è illusorio affidare al mercato la definizione della moneta migliore. Il mercato funziona bene quando è questione di scambiare beni e servizi. Lì vige la legge della domanda e dell’offerta: un aumento del prezzo segnala una scarsità e, al contempo, incentiva la produzione e scoraggia il consumo. Viceversa, in ambito monetario, la concorrenza funziona alla rovescia: quanto più una moneta si apprezza, tanto più aumenta la sua domanda, facendone aumentare ulteriormente il prezzo, e viceversa. Siamo sicuri di voler consegnare il sistema monetario e finanziario a una volatilità ancora più selvaggia?