Il design è fondamentale perché ormai il progresso tecnologico ruota tutto intorno all’economia. Oggi percepiamo che il nostro futuro sarà deciso solo dalle forze del mercato. L’unico modo è dare alla gente la possibilità di opporsi con la creazione, per far sì che riesca il più possibile a disegnarsi da sè gli strumenti per rendere il mondo migliore”. Con questa dichiarazione di guerra creativa, il trentenne ma già affermato ‘critical designer e videomaker’ anglo-nipponico Keiichi Matsuda, prova a descrivere il senso della propria attività prima di sbarcare a Milano per una conferenza organizzata da “Meet the Media Guru”, , ideata da Maria Grazia Mattei e realizzato grazie alla  Camera di Commercio di Milano. Per cui lo incontriamo su Skype in anteprima. Matsuda, lo capirete leggendo l’articolo, declina il termine designer in maniera eterodossa, e questo da principio confonde un po’, visto che di questi tempi lo si usa anche a sproposito. “In verità – risponde quando gli chiediamo se si senta bene nei panni di un ‘guru’ – mi definisco critical designer perché con le mie opere cerco di far riflettere le persone. Non mi sento per nulla un guru, ma sono felice che le mie idee e i miei film possano interessare e dar vita a un dibattito, senza imporre alcune verità, per questo è un’attività anche politica”. Provando a sgombrare il campo, Matsuda in realtà è un artista che usa tutte le potenzialità del video digitale e del 3D applicandoli all’urbanistica, per riplasmare l’identità della nuove città ‘iper-reali’. Design e videomaking sono quindi ‘cappa e spada’ della stessa uniforme: “Da studente di architettura ho appreso come il concetto dello spazio cambi quando si relaziona con il medium video”. Da qui sempre durante l’università ha cominciato a fare esperimenti di video ‘arricchiti’, ovvero infarciti di After Effects  e altri software a manetta e basati su un primo uso della Realtà Aumentata: cose, tanto per capirci alla Minority Report ma senza schermi fisici come faceva la squadra pre-crimine per ottenere le informazioni. E uno di questi, “Augmented City”, è stato proiettato in numerosi film festival, gli ha portato premi, concesso di aprire un suo studio e spalancato le porte di templi del design e della cultura occidentale, come il MoMa di New York e il Victoria Albert Museum di Londra. La chiave del suo lavoro, quindi, sta nel concetto di Realtà Aumentata, ovvero dell’interfaccia-piattaforma di informazioni digitali che arricchiscono la nostra esperienza del mondo reale senza cancellarlo, ma in sovrapposizione (diversamente dalla realtà virtuale che elide la realtà): strumento per altro utilizzato anche da Nova che arricchisce l’edizione cartacea con un serbatoio di approfondimenti esperibili con QR code su smartphone. Matsuda la pone al centro di tutta la sua attività, inquadrandola come il nuovo paradigma sociale che definisce la nostra era. “La Hyper-reality per me è la nuova condizione della città contemporanea – continua Matsuda -, una situazione in cui reale e virtuale sono mondi interconnessi, anzi, complementari, e quindi la tecnologia è il ponte che li unisce: con la tecnologia non abbiamo già più bisogno di schermi, tutto può diventare fonte d’informazione grazie all’Hyper-Reality, quindi un parco può diventare a piacere un ufficio, perché se ogni luogo è connesso non esiste più il contesto, il luogo funzionalizzato una volta per tutte”. Per spiegare e divulgare questi concetti Matsuda ha lanciato il progetto di un video in tre parti messo in crowdfunding su Kickstarter.com: “Hyper-Reality” è una serie di cortometraggi in cui viene “esplorata una città del futuro ‘saturata’ di tecnologia e intersezioni mediatiche”. Uno dei suoi autori di riferimento è Rem Koolhaas, visionario architetto considerato tra i grandi sviluppatori dello stile post-moderno in architettura (tra l’altro curatore della nuova edizione della Biennale di Venezia), che incoraggia a sganciarsi dalla concezione classica di città senza mezzi termini: “Fanculo il contesto” è il suo grido di battaglia. Questo spappolamento dell’urbanistica, accelerato dall’impatto delle nuove tecnologie ha consentito ai nuovi esploratori dell’urbanistica contaminata a colpi di 3D e open source, come Matsuda, di progettare i primi scenari di un nuovo mondo in cui si muove anche un’umanità nuova. “Nella mia visione cerco di uscire dalla solitudine dei device, con la gente che si relaziona con i propri smartphone, prigioniera di schermi rettangolari, e si riappropria del mondo in cui sono direttamente posizionate le informazioni come dei totem: il mondo fisico e quello virtuale sono intrinsecamente correlati “. L’unico modo per capire veramente di cosa parla è guardare il video di “Città Aumentata”, dove vari personaggi si muovono in ambienti urbani saturati di piattaforme digitali, interagendo con oggetti e quadri informativi tipo ologrammi… mentre camminano, prendono il treno, cucinano, come fossero immersi in una cloud, una nuvola gassosa che pulsa d’iper-realtà. Quando a Matsuda chiediamo se questa sua visione sia una conseguenza dell’essere già un “nativo digitale”, ci guarda quasi senza afferrare. Solo adesso scrivendo capiamo perché: la questione posta così è assurdamente dualistica. In realtà per lui non esiste un mondo reale opposto a quello virtuale, un po’ come nei dettami della cyberg-sociologia delineati dal sociologo dei New Media Nathan Jurgenson, per il quale non esiste più alcuna divisione tra sè virtuale e sè reale, sono due facce della stessa medaglia. Matsuda è un artista-cyborg, la realtà è intrinsecamente cyber per lui ma questo non gli fa abbassare la guardia: “Sono cresciuto con Internet e poi subito con le app, questo è il mio mondo ma ritengo che ci sia un approccio sbagliato, darwiniano, che spinge solo a creare tonnellate di app che poi lottano tra loro per restare in vita, senza un senso. La chiave è un’altra, è essere critici, usare la tecnologia per creare un mondo migliore, per essere meno soli”. Diversi da ‘Tetsuo l’uomo di acciaio’, celebre film di Shinya Tsukamoto capostipite del filone cyber, che Matsuda conosce e cita, che finisce per essere un mostro tecnologico che si autodivora. L’open-source community è quindi, l’altra dimensione naturale che alimenta la sua visione consentendo di uscire dalla solitudine tecnologica: “Gli Augmented Spaces sono quelli contraddistinti dai media creati da chi quegli spazi frequenta. È come una foresta iper-reale piena di tracce e contenuti interattivi, di dialoghi intrecciati, di esperienze condivise: con l’iper-realtà si può ridefinire il mondo con dei dati in modalità open-source”. Questo vuol dire che le applicazioni sono infinite: “Si potrà collaborare allo stesso progetto capitando nei pressi dello stesso wall in realtà aumentata, ma anche gli stessi brand avranno la possibilità di creare nuove forme di collaborazioni con le persone: si va verso una creatività condivisa, e questo grazie allo Spazio Aumentato, all’Hyper-reality”.