I figli più brillanti sono una sfida per i genitori e il web non fa eccezione. Se l’Europa ha appena festeggiato i 60 anni, il web inventato da Tim Berners Lee nei laboratori del Cern di Ginevra è poco più di un giovane neolaureato di 26. Eppure la rete sta già rivoluzionando non solo le comunicazioni, ma tutta l’economia. Possiamo chiamarla sharing economy, gig-economy o – se abbiamo i capelli bianchi – new economy, ma quello che sta cambiando la nostra vita, il nostro lavoro e il nostro modo di imparare è, in una parola, la rete.
Talvolta stentiamo a comprenderne l’impatto perché quella innescata da internet è una rivoluzione tanto dirompente quanto asimmetrica. A livello globale, più un miliardo di persone sul nostro pianeta aspetta ancora un allacciamento alla rete elettrica che li farebbe entrare nella seconda rivoluzione industriale, ma i Paesi sviluppati hanno già assorbito la terza (quella dei computer) e si stanno affacciando alla quarta, nella quale i processi fisici sono governati da connessioni e intelligenze digitali. Siamo a un momento cruciale perché, come ha osservato il creatore del World Economic Forum, Klaus Schwab nel suo libro “La quarta rivoluzione industriale”, «i trend che stanno plasmando il XXI secolo incarnano sia promesse che pericoli e possono far progredire la società o, invece, aumentarne frammentazione e disuguaglianze, oltre a danni ambientali».
Le manifestazioni visibili di questo progresso sono auto in grado di guidarsi da sole, fabbriche intelligenti che hanno bisogno di operai sempre più qualificati e piattaforme di condivisione di bici, case, barche e auto o indumenti in grado di monitorare in tempo reale la nostra salute. Tutto ciò sembrava fantascienza appena dieci anni fa – non c’era nemmeno l’iPhone -, ma la velocità di questo futuro in fast-forward è destinata ad aumentare nei prossimi anni e bisogna comprenderne la natura se vogliamo provare a governarne l’impatto.
Sul fronte socio-economico le chiavi dietro questa accelerazione impressa dalla tecnologia delle reti sono almeno tre. La prima è rappresentata dalle aziende-piattaforma, o meglio le “platfirms” come le chiama Sangeet Paul Choudary, autore insieme a Van Alstyne di “Platform Revolution: How Networked Markets Are Transforming the Economy – And How to Make Them Work for You” (Norton 2016). Un esempio perfetto e già sotto i nostri occhi è AirBnb che, con oltre due milioni di camere in 34mila città e 190 paesi, oggi dispone di più camere di tutte le prime dieci catene alberghiere messe insieme. Non a caso tra gli unicorni, quelle 115 aziende globali che valgono almeno un miliardo di dollari, il 70% sono già piattaforme. Talvolta quotate in Borsa come Google, Amazon, Facebook, Ebay, Intel, Alibaba, Tencent, e Snapchat, ma anche private e in fortissima crescita come Uber, Xiaomi, Spotify o Sap. Questo è certamente un punto critico per la crescita economica e il mercato del lavoro europeo perché se negli Usa le “platfirms” sono accreditate, secondo Cge, di un valore complessivo di oltre 3 miliardi di dollari e l’Asia si avvicina al miliardo, l’Europa vale appena 181 milioni.
La seconda mutazione introdotta dalla rete è quella dell’Internet delle cose (IoT) che sta rendendo tutti gli oggetti che ci circondano in grado di comunicare. Ne sono incarnazione le case che abitiamo, indumenti e accessori che indossiamo, così come gli smartphone assurti a estensione del nostro corpo e le stampanti 3D entrate in molte fabbriche. Ma è solo l’inizio.
A livello economico il vero impatto dell’IoT lo percepiremo nei prossimi anni, quando fabbriche e uffici sempre più intelligenti e automatizzati avranno bisogno di sempre meno persone e sempre più preparate. Su questo fronte il Vecchio Continente per una volta ha staccato gli Usa e diversi Paesi europei, in primis la Germania con il suo programma Industrie 4.0 e, in minor misura, Regno Unito, Belgio, Italia e Francia, hanno già messo in campo politiche per accompagnare le proprie imprese nella transizione. Un esempio è Michelin che sta trasformando il proprio business, passando dal modello tradizionale basato sul prodotto al nuovo modello basato sul servizio, il cosiddetto tyre-as-a-service. Le stime degli analisti mostrano che le aziende che stanno adottando un modello connesso nei prossimi cinque anni potrebbero investire fino a 181 miliardi di euro per l’automotive e 39 miliardi per l’industriale in tecnologie per la creazione di forza lavoro connessa che vedranno uomini e robot lavorare fianco a fianco.
La terza chiave di questa rivoluzione in fieri è rappresentata appunto dalle competenze. La Ue stima, infatti, che nel 2020 avremo bisogno di 800mila persone con queste competenze ed è perciò urgente rivedere le politiche di formazione, ma anche riflettere come adeguare il diritto del lavoro. Le nostre scuole e università sono lente nel cambiare e adottano ancora un modello ottocentesco che sostanzialmente vede la formazione ancorata a una parte della vita, esponendo le nostre competenze a un altissimo rischio di obsolescenza. Questa è forse la sfida più grande posta dall’evoluzione tecnologica all’Europa sessantenne perché l’accesso alla formazione e alle competenze legate al digitale sarà la base della democrazia.
Alla luce di questi tre grandi assi di cambiamento, è evidente che una discussione aperta su cosa gli europei di oggi vogliono dall’Internet dei prossimi dieci anni non è più rimandabile ed è, in qualche modo, dovuta in questo grande momento di cambiamento dell’Unione. Il Trattato di Lisbona del 2009 individua nel rispetto della dignità e dei diritti umani, della libertà, della democrazia e dell’eguaglianza i valori chiave dell’Europa. Questi valori uniscono tutti gli Stati membri e l’evoluzione digitale presenta sia opportunità per espanderli sia rischi di una loro compressione. La consultazione online sull’evoluzione della rete lanciata da REIsearch e da otto quotidiani europei (tra cui Il Sole 24 Ore, ndr) con il supporto della Commissione europea – che l’anno scorso ha raccolto il punto di vista di 60mila europei sulle malattie croniche -, è per questo un’occasione unica per dare un’indicazione popolare sulle politiche necessarie per sostenere i valori che caratterizzano l’Unione anche nell’era digitale. La tecnologia precede sempre la politica, ma una regolamentazione può solo nascere da una discussione aperta sui come salvaguardare i valori Ue in questo nuovo contesto.

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