A parte qualche eccezione, nelle scuole odierne si continua a studiare tendenzialmente in maniera individuale e la certificazione finale avviene sulla base del conseguimento individuale degli obiettivi didattici. La dimensione collettiva, di confronto e di condivisione del sapere, viene di solito lasciata in secondo piano. Invece in un mondo che diventa sempre più interdipendente c’è bisogno di gente che sappia collaborare e coordinarsi con gli altri: “L’innovazione è oggi raramente il frutto di individui che lavorano in maniera isolata: al contrario, è il risultato di come sappiamo muovere. condividere e integrare le conoscenze”.

Non ha dubbi l’Ocse nel suo primo rapporto dedicato al “collaborative problem solving”. Tanto più che oggi la scuola deve insegnare ai ragazzi a vivere e lavorare in un mondo globale, in cui “ci si trova a collaborare con persone appartenenti ad altre culture, considerando punti di vista e prospettive differenti”, in cui “le persone devono imparare a ad avere fiducia degli altri nonostante le differenze, spesso utilizzando la tecnologia per annullare lo spazio e il tempo” e in cui “le vite degli individui saranno condizionate da temi che trascendono i confini nazionali”.

Per questo motivo, l’Ocse ha deciso quest’anno di dedicare un approfondimento specifico a questa competenza, elaborando i dati contenuti nell’indagine Pisa sull’efficacia dei sistemi scolastici: il problem solving, definito come “la capacità degli studenti di risolvere i problemi mettendo insieme con gli altri le loro conoscenze, le competenze e il lavoro”, diventa fondamentale per sviluppare società che sappiano coniugare il capitale social e il pluralismo, quelle che nella storia “sono state le più creative, sapendo catalizzare i migliori talenti da tutto il mondo, costruire progetti con diverse prospettive e alimentare creatività e innovazione”. Si fa presto a sintetizzare come “gioco di squadra”, ma è qualcosa di più ampio e strategico, una delle competenze chiave per affrontare la nuova era della conoscenza.

Il rapporto sottolinea che, come ci si potrebbe aspettare, gli studenti che hanno una miglior preparazione nelle scienze, in matematica e nella lettura sono i più performanti nella soluzione dei problemi, che richiede in ogni caso la razionalità nell’affrontare le questioni e l’abilità di gestire e interpretare le informazioni. Ma questo non è sufficiente: ci sono paesi – come Australia, Nuova Zelanda e Corea – che hanno performance nel problem solving molto migliori dei risultati in quelle discipline, mentre altri – come la Cina (le quattro aree che partecipano al Pisa), la Russia e la Turchia – le cui eccellenze in matematica e scienze non si concretizzano in un adeguato livello di problem solving, che evidentemente è una competenza trasversale non direttamente legata alla didattica in senos stretto.

Gli studenti più abili sono quelli di Singapore, con un punteggio di 561 contro la media Ocse di 500, seguiti da Giappone e Hong Kong. L’Italia è a netta distanza con un “voto” di 478, manco a dirlo con forte differenze tra Nord e Sud. Ma l’Ocse sottolinea che i sistemi scolastici dei paesi industrializzati devono fare molto per migliorare su questo aspetto: a livello globale “solo l’8% degli studenti è in grado di gestire in maniera efficiente compiti legati al problem solving complessi che richiedono alti livelli di collaborazione che richiedano di saper gestire le dinamiche di gruppo, prendere iniziative per superare gli ostacoli e risolvere conflitti”.

Gli insegnanti possono fare molto per favorire un clima a supporto della collaborazione, ma un ruolo decisivo lo possono giocare anche le famiglie. D’altra parte. sottolinea il rapporto Ocse, l’istruzione, soprattutto per quanto riguarda le competenze trasversali non finisce una volta usciti dalla scuola: i genitori possono fare la loro parte, dal momento che solo un quarto della variazione nella performance degli studenti sul problem solving è attribuibile direttamente alla scuola.

In un mondo che pone una crescente importanza sulle abilità sociali, sintetizza Andreas Schleicher, direttore Education & skills dell’Ocse, “rimane ancora molto da fare per promuovere queste competenze in maniera più sistematica nel corso del curriculum scolastico”. Non si tratta di una singola attenzione o di discipline specifiche, perché siamo di fronte a una competenza trasversale che necessita di un approccio complessivo. In parte si tratterà di permetttere agli studenti di avere maggior potere sui tempi, gli spazi, il percorso e le interazioni del proprio cammino didattico, ma anche di promuovere relazioni più positive nella scuola e progettare ambienti scolastici che possano favorire la spinta in senso collaborativo. Le scuole potranno organizzare attività sociali per rafforzare i rapporti e lo spirito di gruppo, formare i docenti a una gestione ottimale delle attività scolastiche e adottare un approccio a 360 gradi per prevenire il bullismo e l’isolamento. Ma parte della risposta coinvolge anche i genitori e la società nel suo complesso: “C’è bisogno della collaborazione di tutta la comunità per sviluppare competenze migliori che sfocino in vite migliori”, conclude Schleicher.