Internet non solo è qui per restare ma è incarnato nel «corpo proprio » dei nostri figli, così come nel loro sé cosciente. Si tratta di un «sesto senso» strutturale e non strumentale. Strumentale lo è per noi immigranti digitali. Noi lo abbiamo sviluppato in maniera molto differenziata, alcuni moltissimo, altri per nulla, ma in generale in maniera appunto «strumentale». Noi immigranti usiamo cioè la tecnologia per aiutarci a risolvere problemi che incontriamo durante la vita ed essa, se non in casi molto specifici e specialistici, è esterna al perimetro profondo della nostra «identità reale», come lo è una seconda lingua, imparata da adulti. Internet invece è per i nostri figli la lingua madre.

Questo emerge, in particolare da un recente studio pubblicato nell’ambito del progetto EU Kids On-line della London School of Economics dal titolo significativo: Mobile Opportunities. Exploring positive mobile media opportunities for European children. (…) L’«esperienza digitale» dei nostri figli e nipoti, infatti, costituisce una parte sempre più significativa, sicuramente maggioritaria, di ciò che riguarda la fruizione dei media, individuale e sociale. Tuttavia, da un punto di vista sia qualitativo che quantitativo, si tratta di un’esperienza radicalmente altra dalla nostra. Essi vedono e conoscono il mondo in maniera radicalmente differente. In particolare anche il report della Vincent, afferma – come del resto il volume che stiamo presentando – come il digitale «migliori» le
prestazioni cognitive dei bambini. Osserviamo, ad esempio, le tre figure seguenti, contenute nel report della London School of Economics. Si può evidenziare come esista una correlazione positiva tra accesso ed uso di internet (ogni giorno) e numero delle attività svolte online (navigare, guardare video, aggiornare il proprio profilo sui social network, videogiocare con altri pari, consultare contenuti per l’apprendimento): questo è abbastanza ovvio. Esiste però anche una correlazione positiva tra accesso, numero di attività svolte e competenze relative a queste attività che vengono acquisite: informarsi, stabilire relazioni sociali on line, produrre video, interagire in maniera proattiva sui blog ecc. Esiste cioè un correlazione tra la quantità delle interazioni e la qualità dell’interazione. Ovviamente, una maggior presenza online, sia in mobilità sia a casa, espone anche maggiormente ai «rischi della rete» (visione di materiale sconveniente, possibili alterchi on line, furto d’identità, o episodi di bullismo digitale). Tuttavia, anche in questo caso, il report della London School of Economics rileva come la grande maggioranza dei bambini/e e preadolescenti intervistati hanno affermato di non essere stati particolarmente disturbati dall’aver incontrato esperienze potenzialmente «a rischio» sulla rete, i bambini sono più resilienti su internet. Al netto di poche eccezioni, anche se ovviamente significative, navigare quotidianamente aumenta nei bambini la consapevolezza dei rischi che possono correre on line e delle strategie che possono utilizzare per minimizzarli.

Quello però che ci interessa di più in questa sede è provare a sostenere la tesi che abbiamo accennato in precedenza e cioè rimarcare il profondo legame tra il sé dei nativi digitali e la rete. Si tratta
di un approfondimento della mia posizione relativa alla «differenza antropologica» dei nativi che ho sviluppato in passato. Da questo punto di vista Jane Vincent si concentra su sei aspetti della vita «aumentata» dei nostri figli: a) Essere in mobilità; b) Essere all’interno di una comunità sociale; c). Apprendere; d) Intrattenersi; e) Giocare; f) Essere se stessi; g) Essere sicuri e protetti.
Analizziamo in maniera sintetica i risultati con particolare riguardo ai temi dell’identità e quello dell’essere parte di una comunità sociale.

Essere se stessi
I bambini e ragazzi europei «stanno utilizzando i loro smartphone e le esperienze online per esplorare la loro identità» sostiene la Vincent. Si tratta di un affermazione molto interessante che potrà sorprendere molti adulti. Ad esempio la pratica dei «selfie », dei video auto-prodotti (e condivisi su Instagram, Snapchat, o You Tube) sono per i bambini e i ragazzi di questa età un modo per
scoprire come gli altri considerano la loro immagine – ad esempio come li vedono i loro amici – e più intimamente per sperimentare, scoprire ed esplorare i differenti aspetti del proprio sé, individuale, sociale, affettivo e sentimentale in una fase molto dinamica e rilevante del loro sviluppo.

Lo smartphone connesso alle applicazioni sociali di internet, poi, è un vera e propria protesi del sé. Rappresenta uno specchio, uno strumento di analisi e un diario che traccia la storia della crescita e delle esperienze dei bambini e dei preadolescenti. È il contenitore delle relazioni con i pari e delle loro comunicazioni sociali, che si svolgono per lo più attraverso testi, immagini e video più che «a voce». Lo smartphone è anche il mediatore delle loro relazioni più intime, cioè quelle relative alla sfera dell’amicizia e dell’affettività e, in seguito, della sessualità. Progressivamente archiviano in digitale le loro esperienze di vita, oltre che il loro intrattenimento e la loro musica, e usano spesso questo archivio per riflettere su se stessi e sulle loro azioni. Noi adulti siamo ancora portati a considerare il cellulare come un strumento per comunicare, per i più anziani è ancora uno strumento per le «emergenze», solo da poco abbiamo scoperto il texting e l’uso di internet in mobilità e spesso con risultati davvero discutibili. Questo, ad esempio, se consideriamo il livello spessissimo volgare e offensivo di molte delle comunicazioni avvengono su Facebook o su WhatsApp. Per i nostri figli, il texting, ha invece quasi sostituito la comunicazione «vocale» e curare la propria immagine online è considerato come aver cura del proprio corpo e della
propria immagine reale.

Essere all’interno di una comunità social
Questa differenza radicale tra «noi» e «loro» è evidenziata anche dal fatto che per i nostri figli lo smartphone costituisce una «porta» di accesso privilegiata alla loro identità digitale. Questo «sesto
senso», come lo abbiamo definito più sopra, lo potremmo definire come il «senso» della socialità tra pari, dell’intrattenimento e del gioco condiviso. Si tratta di un senso molto duttile e sviluppato, ma poco orientato alle relazioni con la famiglia e genitori. Questi spesso «acquistano» uno smartphone al figlio per rimanere in contatto con lui in caso di necessità, ma subito si accorgono di avere fallito l’obiettivo visto che molto spesso le chiamate dei genitori restano inascoltate. Lo smartphone, infatti, serve a bambini, preadolescenti e ragazzi per aprirsi al mondo delle relazioni con gli amici – i compagni di scuola o quelli delle attività sportive – ma serve anche a riempire attraverso la socialità, la fruizione dei contenuti e il gioco, i «tempi morti» della giornata. Questo avviene attraverso la fruizione e/o la produzione di contenuti sui blog (videoblog), su Instagram, su You Tube. Come si vede i «tempi morti» sono riempiti da attività che implicano sempre una forte componente sociale – anche i videogiochi ormai sono tutti fruibili su internet con gli amici. Facebook, soprattutto in mobilità, rimane sempre la principale piattaforma social dei bambini e dei preadolescenti europei – lo usano il 39% dei soggetti tra i 9 e 16 anni –. Tuttavia si assiste negli ultimi anni a una maggiore varietà di scelta tra le piattaforme, come dimostra il crescente
successo di strumenti più agili e meno permeabili agli adulti come appunto WhatsApp, Instagram e Snapchat. Inoltre l’uso che di questi strumenti fanno i «nativi» è piuttosto consapevole. In bambini e i ragazzi tra i 9 e 16 anni sono sempre più consapevoli delle problematiche e delle impostazioni riguardanti la privacy e hanno spesso contatti esclusivamente con la rete dei pari, hanno cioè una chiara consapevolezza dei rischi della rete, una consapevolezza che è maggiore quanto maggiore è la frequentazione dei siti social. Anche noi adulti dobbiamo imparare a considerare lo smartphone come una protesi ormai «indispensabile» in questa fascia di età. È molto difficile proibirne l’uso e soprattutto i bambini saranno sempre in grado escogitare modi e motivi per averlo con loro in ogni momento, anche quando non possono utilizzarlo, come a scuola o a causa della proibizione di un genitore.

Il bambino e gli schermi

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La copertina del libro

Il testo pubblicato è tratto dall’introduzione del libro “Il bambino e gli schermi. Raccomandazioni per genitori e insegnanti” di Jean-François Bach, Olivier Houdé, Pierre Léna, Serge Tisseron, Académie des Sciences. Edizione italiana a cura di Paolo Ferri e Stefano Moriggi, Guerini e Associati, euro 21,50