L’idea è venuta a Marcello sei mesi fa quando per l’ennesima volta i genitori hanno imposto alla sorella di lasciare il cellulare mentre si cenava. Una scena che si ripete spesso nelle case italiane. «In effetti il cellulare impedisce la comunicazione in un momento comunitario – ricorda il 22enne Marcello Gallina -, ma anche a scuola. Ma l’imposizione serve a poco, se noi ragazzi non siamo convinti di staccarci dal mondo contenuto nello smartphone». È così che è nata l’idea di Lock2Unlock, l’app che premia gli studenti che spengono lo smartphone durante l’orario scolastico: «Perché non serve a nulla che siano costretti a consegnare i cellulari all’ingresso, senz’altro ne hanno almeno un altro da usare». L’app, in cerca di finanziamenti per finalizzare lo sviluppo avviato dal socio, Vincenzo Chiarini, si propone come strumento di autodisciplina per i ragazzi, spinti da incentivi scolastici o prodotti commerciali di aziende partner. Prima di partire Marcello ha realizzato un sondaggio in una decina di scuole secondarie tra Brescia e Mantova. Il risultato non lascia dubbi: il 50% dei ragazzi usa internet per più di 90 minuti (il 9% oltre due ore) sulle cinque ore di orario. L’obiettivo ambizioso è «sfruttare il cellulare per formare i nativi digitali a un suo uso consapevole».
Obiettivo che è poi anche quello degli insegnanti quando entrano in aula. «Con lo smartphone i ragazzi vanno “altrove”, all’interno di una comunicazione autoreferenziale, che serve in primo luogo ad affermare le propria identità a prescindere dai contenuti», afferma Giuseppe Riva, docente di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano: «La sfida è riportare quell’altrove all’interno della classe». O comunque far dialogare quello spazio in cui i ragazzi si trovano con l’ambiente scolastico, riportando sulla stessa linea il tempo scuola e la vita reale.
Anche al di fuori, in effetti, internet è una realtà pervasiva. Il rapporto Ocse sul “benessere” degli studenti ha evidenziato qualche giorno fa che i 15enni italiani sono grandi utilizzatori del web: quasi un quarto sta “altrove” per più di sei ore al giorno al di fuori delle aule scolastiche. Escludendo cinque ore di lezione e 7-8 di sonno, si può ben capire perché l’istituzione parigina parli di “consumatori estremi” di internet. Statisticamente – non solo in Italia – questa fascia ha risultati scolastici peggiori, più probabilità di saltare scuola e minore fiducia nella propria carriera scolastica. Integrando i dati sull’uso del web con quelli sul rendimento scolastico emerge un andamento “a campana”: le performance migliori coincidono con un uso attorno alle due ore. Oltre quella soglia i risultati peggiorano e quelli dei consumatori estremi arrivano a uguagliare chi naviga meno di un’ora, sia in matematica che in lettura.
«L’uso sfrenato della tecnologia segnala un possibile disagio – sottolinea Mario Piacentini, analista dell’Ocse che ha curato il rapporto -, una mancanza di connessioni in ambito scolastico, ma anche un isolamento al di fuori, sia con la famiglia con con gli amici: internet diventa una sorta di rifugio». Ci risiamo: un altrove in cui estraniarsi.
Al di là del rendimento scolastico, l’impatto del digitale sul mondo scolastico è stato finora deludente. L’Ocse lo ha sottolineato in più di un’occasione: «I sistemi scolastici non sono ancora pronti a realizzare il potenziale della tecnologia». Il gap di competenze digitali tra studenti e docenti, la difficoltà di realizzare software e risorse digitali di qualità, la scarsa chiarezza sugli obiettivi, la difficoltà di integrare le tecnologie nella didattica: sono tutti elementi che hanno portato a una spaccatura tra attese e realtà. L’utilizzo di strumenti digitali ha un impatto diretto sull’interesse, soprattutto per le materie scientifiche, ma non sempre il maggior coinvolgimento si traduce in un aumento di efficacia dell’apprendimento. «I sistemi educativi devono ancora individuare modalità efficaci per integrare la tecnologia nell’insegnamento e nell’apprendimento in modo da offrire ai ragazzi quelle competenze necessarie per il mondo del XXI secolo», ha ribadito più volte Andreas Schleicher, direttore Education and skills dell’Ocse.
I docenti oggi hanno raggiunto un sufficente grado di consapevolezza del problema e le sperimentazioni si moltiplicano: «Che sia un approccio di tipo classe capovolta, con la lezione studiata prima a casa e poi discussa a scuola, o di classe scomposta, con una struttura di aula flessibile che faciliti la collaboratività, la sfida è quella di trasformare l’approccio scolastico in maniera più congruente con la tecnologia – ribadisce Riva -. La scuola è un ambiente protetto dove c’è tradizionalmente una forte selezione dei contenuti, ma un ambiente chiuso e controllato non è nelle corde dei nativi digitali; serve un docente dotato di spirito critico che sappia guidare i ragazzi alla ricerca di contenuti di qualità». Ma l’quilibrio non è semplice: se il docente non ne è capace i rischi sono ancora peggiori.
Per questo il Miur ha scelto con il Piano nazionale scuola digitale un approccio che punta sugli animatori digitali all’interno delle singole scuole per fare da volano all’innovazione e alle sperimentazioni. Figure che a breve dovrebbero essere rinforzate con strumenti di confronto e di collaborazione. «Finora lo smartphone è uno strumento sottoutilizzato – sottolinea Piacentini -, ma educare a un uso più smart del cellulare da parte del docente rappresenta una grande lezione per i ragazzi». Lo stesso vale per il web: imparare a usarlo in maniera più consapevole e utile; che non sia più “altrove”, ma che rappresenti un ambito di continuità tra comunicazione, intrattenimento e apprendimento.