«La trama del mondo non viene dagli oggetti, ma dalle relazioni fra gli oggetti. Un oggetto esiste come nodo di un insieme di relazioni». Questa è la visione del mondo della fisica, nelle parole dello scienziato Carlo Rovelli.

Ancora una volta, dalle leggi della natura, in questo caso quelle della fisica, arriva inaspettatamente una lezione importante per chi deve progettare nel mondo artificiale, ovvero per chi si occupa del design di oggetti o ecosistemi complessi. Incluso il design dell’informazione nell’era digitale.
In una situazione di sovrabbondanza informativa, rendere un’informazione trovabile non basta, non è più sufficiente. Occorre anche renderla comprensibile, fruibile. Il ruolo dell’architettura dell’informazione (e del suo design, in senso più generale) è oggi soprattutto questo: costruire relazioni per generare senso, contesto e infine conoscenza.

La nostra economia si sta spostando sempre più dalla produzione di beni verso l’offerta di servizi e di esperienze; si parla, per questo, di servitization e di «economia dell’esperienza». In seguito a questa trasformazione, oggi già in atto, il valore si sposta dal materiale all’immateriale. Una delle strategie fondamentali per operare questa trasformazione e creare valore aggiunto è proprio quello di collocare un oggetto all’interno di un ecosistema più ampio (che altro non è che una rete di relazioni). Insomma, in uno scenario dove contano sempre meno gli oggetti e sempre più le relazioni, il design deve ripensarsi: dalla creazione di “prodotti” alla progettazione di sistemi di relazioni.

Cercando su Google “Referendum costituzionale 2016” si ottengono più di sette milioni di risultati: pochi però vanno oltre la notizia del momento; ancora meno offrono una comparazione fra le ragioni del «Sì» e del «No»; nessuno propone (almeno nelle prime pagine) una ricostruzione approfondita del tema, una correlazione e analisi sistematica di quanto circola sui social, cosa scrive la stampa estera, e così via. Se su questo argomento sono in cerca di una notizia (per esempio, la data del voto) probabilmente il primo risultato che Google mi offre può essere sufficiente, indipendentemente dalla testata; ma se voglio orientarmi, ripercorrere e comprendere l’iter che ha portato alla riforma, allora mi serve una mappa. Il consumo in formato snack di contenuti soddisfa un bisogno informativo immediato (lo spuntino, appunto); per esigenze di approfondimento più complesse (il pasto completo) abbiamo bisogno di collegamenti che mettano in relazione l’oggetto (l’informazione) con l’insieme, perché solo così possiamo ricostruire il mosaico completo. Questo non deve essere letto come un tentativo di screditare i microcontenuti; lo scopo è sottolineare la complementarità di micro e macro. Una buona architettura informativa dovrebbe infatti abilitare anche il processo inverso: quello di scomporre e ricomporre in modo nuovo il contenuto: esportarne una porzione, rimetterlo in circolo.

Va in questo senso il progetto di “palinsesto orizzontale” presentato da Gianni Bellisario e Chiara Ferrigno (Rai, direzione palinsesto) al IV Summit italiano di architettura dell’informazione. L’obiettivo è superare la struttura gerarchica del palinsesto tradizionale e abbracciarne una multidimensionale molto più flessibile, che alla verticalità gerarchica preferisca l’orizzontalità delle correlazioni. La logica del palinsesto attuale è infatti sempre più inadeguata a rappresentare la complessità dell’offerta radiotelevisiva contemporanea, che alla radio e alla televisione vede affiancarsi il satellite, il web, i social network e la varie forme di user-generated content. Il palinsesto orizzontale trasforma questa complessità in ricchezza, salvaguardando le fitte relazioni interne fra i vari item, con un duplice vantaggio: per l’azienda, in termini di gestione; per il pubblico in termini di libertà e scelta.

Un altro esempio degno di nota, solo apparentemente estraneo all’ambito media, è quello di Walmart. Che nel 2011 ha acquisito la startup Kosmix, proprietaria di un software (Social genome) in grado di estrapolare dai social le informazioni riguardanti uno specifico argomento o prodotto. Walmart, che già fa largo uso dell’internet of things, sfrutta questa tecnologia per connettere atomi e bit, i prodotti fisici del punto vendita e la loro “ombra” che si riflette sulla nuvola, online.

E ancora: da tempo la BBC mette i propri archivi a disposizione del pubblico, rendendoli interoperabili attraverso interfacce di programmazione (Api) e incoraggiando il pubblico a sperimentare. Da questi esperimenti sono nati progetti poi sposati dall’emittente.

L’architettura dell’informazione ha un evidente risvolto etico. Il modo in cui architettiamo l’informazione, disponendola all’interno di una rete di relazioni, è strategico. Il come organizziamo un contenuto può essere addirittura più importante del cosa. O, meglio, il come è parte integrante del cosa, perché contribuisce alla sua costruzione.