“Un’innovazione non è mai l’idea di un singolo individuo in un dato momento. Le idee sono fondamentalmente sistemi, reti di altre idee”.  E’ questa la tesi di Steven Johnson, giornalista e teorico dei media statunitense, leader di pensiero nell’approccio  attuale, interdisciplinare e collaborativo all’innovazione, scelto dalla rivista Prospect come uno dei Top Ten Brains del futuro digitale.

A Milano per il World Business Forum, Johnson, a margine di Evolutionary, evento organizzato da PHD Italia, ci espone la sua teoria: le idee nascono dalla connettività e dallo scambio di informazioni e di piccole intuizioni tra le persone. “Tutto ciò – spiega –  fino a quando non arriva, dopo una lenta incubazione, l’illuminazione. L’idea non è mai di proprietà esclusiva di chi l’ha partorita, ma della collettività di pensatori che ha collaborato alla sua nascita”.

Le idee eccezionali, dunque, non arrivano in un momento di ispirazione improvvisa. Esse impiegano molto tempo per evolvere, restando dormienti in sottofondo. Secondo Johnson, di solito ci vogliono due o tre anni o anche dieci o venti prima che sia evidente che una certa idea abbia successo e possa essere utile in qualche modo. E questo è dovuto parzialmente al fatto che le idee sono causate dalla collisione di intuizioni che formano qualcosa di più grande del loro insieme.

A questo proposito Johnson ci racconta la storia dell’inventore del web, Tim Berners-Lee. “Internet – dice –  è frutto di  un progetto di più di 10 anni di gestazione e quando Berners-Lee cominciò a lavorarci non aveva una visione completa di questo nuovo media che stava inventando.
Cominciò a lavorare a un progetto parallelo che riguardava l’organizzazione dei suoi dati ma lo scartò dopo un paio di anni. Dopo di che iniziò a lavorare ad un altro progetto e fu solo dopo dieci anni che nella sua mente arrivò una visone completa del web”.
Spesso è così che nascono le grandi idee, hanno bisogno di un tempo di incubazione e passano molto tempo nella forma di intuizioni incomplete. E nonostante Berners-Lee abbia lavorato per la maggior parte del tempo da solo a questa idea, ha comunque utilizzato tecnologie inventate da altri e ci ha costruito sopra la Rete: “L’invenzione – sostiene –  è qualcosa che ha a che fare con la collaborazione; un’idea ha sempre molti padri”.

Analizzando nel libro “Where Good Ideas  Come From” il problema della nascita delle idee dal punto di vista dei luoghi in cui questa lenta incubazione avviene, Johnson si è accorto che ci sono dei sistemi che continuano a ricorrere nella Storia e che sono cruciali per creare ambienti definiti “fucine di creatività, perché creano lo spazio dove le idee possono fondersi e scambiarsi creando nuove forme”. Lui chiama questi luoghi liquid network e, se un tempo questi furono i Café dell’Illuminismo e i saloni letterari del Modernismo, oggi è il web.

Ma che cosa sta facendo Internet alle nostre menti? Questa è la domanda che Johnson pone al lettore, con una premessa: ci stiamo facendo sopraffare da uno stile di vita multitasking, continuamente connesso. Questo ci porterebbe a pensieri meno complessi man mano che ci spostiamo da una lettura più lenta, profonda e contemplativa ad una più rapida e distratta. “Penso sia importante ricordare che il grande motore dell’innovazione scientifica e di quella tecnologica sia stato lo storico incremento della connettività, cioè la nostra abilità di raggiungere e scambiare idee con altre persone, di prendere in prestito intuizioni di altri e combinarle con le nostre, trasformandole in qualcosa di nuovo. Sicuramente siamo più distratti – ammette Johnson – ma quello che succede oggi è che abbiamo solo più modi di connetterci e raggiungere persone distanti così da trovare i pezzi mancanti per completare le idee a cui stiamo pensando o incontrare per caso una nuova informazione che ci aiuti a costruire la nostra idea”.

Ed è grazie al fatto di avere Internet sempre a nostra disposizione, che nel suo ultimo libro, How We Got To Now, Johnson lancia quella che il Sunday Times ha definito “un’espressione che potrebbe entrare nel linguaggio di uso comune al pari del Butterfly Effect del matematico Edward Lorenz”: the Hummingbird Effect, l’Effetto Colibrì, con cui indica le conseguenze imprevedibili delle innovazioni. Le innovazioni infatti, secondo Johnson, accelerano dei cambiamenti che si ripercuotono oltre il campo di interesse delle innovazioni stesse.

Il nome di questa teoria gli è venuto in mente quando stava lavorando al libro. Mentre scriveva nel giardino di casa sua, ha raccontato, sentiva i colibrì cantare e ha cominciato a fare ricerche: “Se non avessi avuto uno smartphone in mano sarei dovuto andare in biblioteca e non l’avrei mai fatto per degli uccelli! Grazie al mio smartphone ho trovato subito su Internet le informazioni che cercavo e così ho potuto lavorare a due progetti diversi in contemporanea”.

“Non dimentichiamoci di vivere nella realtà, nei luoghi fisici”, è il suo avvertimento. Vent’anni fa si diceva che le città, a causa di Internet, sarebbero scomparse, che la gente si sarebbe isolata in casa facendo tutto online. E’ successo l’esatto opposto: paradossalmente è il web che ha reso le nostre città più interessanti e divertenti. Possiamo scoprire in maniera più facile rispetto a vent’anni fa quello che succede intorno a noi, non solo dall’altra parte del pianeta. Internet ci ha spinto a uscire di casa e non il contrario”.

Ma quando ci restiamo, in casa, diventando addicted di serie tv e videogame, diventiamo più intelligenti o più stupidi? Se dieci anni fa nel best seller  “Everything Bad Is Good for You”, Johnson scommetteva sull’incremento della nostra intelligenza per merito della cultura pop, grazie alla quale nel mondo dell’intrattenimento si è diffusa da anni la tendenza a trame sempre più complesse ed è richiesta una partecipazione attiva da parte degli utenti, oggi alla domanda se i giovani sono più intelligenti, lui sorride e risponde: “Ci sto ancora riflettendo. Davvero, non lo so”.