Scordatevi petrolio, acqua, materie prime e nazionalismi! Le guerre del XXI secolo nasceranno dalla necessità di difendere le connessioni globali: a dominare saranno le regioni più connesse al resto del mondo. Parola di Parag Khanna, l’economista indiano che continua a difendere la globalizzazione anche in tenpi in cui spira forte il vento del protezionismo: «Ci muoviamo verso un’era in cui le città conteranno più degli Stati e le supply chain saranno più strategiche degli eserciti, il cui compito principale sarà quello di difendere quelle supply chain piuttosto che i confini nazionali», afferma nelle prime pagine del suo ultimo libro “Connectography. Le mappe del futuro ordine mondiale”, da poco pubblicato in Italia da Fazi Editore.

Neanche il voto per Brexit o l’ascesa di Donald Trump che sembra schiudere la porta al dilagare del populismo riescono a scalfire le sue certezze: «Tutti noi amiamo la connettività e la globalizzazione, amiamo le telefonate e i jeans a basso costo, l’internet veloce, le automobili straniere – afferma Khanna in un’intervista -. Quello che non piace alle persone – e questo spiega Brexit e Trump – è che i governi non gestiscono la trasformazione economica che deriva dall’integrazione globale. Non è colpa della connettività se l’America non ha un programma di riqualificazione dei lavoratori, è solamente colpa di Washington. Non dobbiamo accettare la logica del populismo perché la sua analizi è falsa e le sue ricette sono spesso disastrose. Ogni Paese ha il diritto di gestire le sue frontiere e ridiscutere le proprie politiche commerciali, ma viviamo in in un mondo di reciprocità in cui la garanzia dell’apertura porta benefici per tutti, sempre che i governi facciano il loro dovere nell’affiancare le persone nell’adeguarsi alle trasformazioni».

Inutile quindi rinchiudersi negli automatismi del protezionismo che ha già dimostrato in passato di non rappresentare una soluzione all’insegna dello sviluppo. Anzi, sottolinea l’economista, «le analisi ci dicono che una riduzione delle barriere e della burocrazia doganale potrebbe aumentare il Pil mondiale del 5%, laddove la semplice liberalizzazione impatta per non più dell’1%: quindi la chiave per massimizzare l’effetto della connettività sta nel migliorare l’infrastruttura logistica». Tanto più in un periodo di tassi zero, i governi hanno tutto l’interesse a investire nelle infrastrutture di connessione.

Ma cosa si intende per connettività? «Si basa sull’infrastruttura fisica: trasporti, energia e comunicazioni. Tutte queste infrastrutture cross-border che costituiscono la nostra connettività in espansione sono come utilities attorno alle quali concorriamo, in base al valore aggiunto che producono. Le grandi potenze e le città puntano a piegare la supply chain globale ai loro interessi modellando i percorsi della connettività. È quello che fa la Cina: non conquista militarmente i vicini, ma li usa per realizzare la connettività per raggiungere l’Europa». In questo ambito la fisicità prescinde anche dal digitale: la connetività digitale rappresenta l’ultimo strato dell’infrastruttura mondiale, anche se è quello con la maggior estensione.

Anche la rete digitale si fonda quindi su quella fisica. Una rete che è frutto degli investimenti governativi: «Le multinazionali private hanno però saputo sfruttare questa connettività meglio di chiunque altro: oggi abbiamo una dozzina di imprese “metanazionali”, superpotenze senza stato che modellano i mercati mondiali senza rispondere a una singola giurisdizione».
Ma la prima e più importante forma di globalizzazione resta la migrazione: «È impossibile quantificare il valore e l’impatto di 300 milioni di persone che oggi nel mondo vivono al di fuori del loro paese – sottolinea Khanna -: non c’è paragone nella storia dell’umanità in termini di diffusione di idee e di condivisione di talenti e competenze, ma anche di sviluppo economico nei paesi più poveri grazie alle rimesse dei migranti».

Oggi però il fenomeno della migrazione si deve confrontare in tutto il mondo, per il momento principalmente in Europa, con i muri che vengono costruiti per bloccare il flusso globale di persone in fuga da guerre, violenza e povertà. Neanche questo mette in crisi Parag Khanna: «In realtà sono solo alcuni paesi europei che vogliono rallentare l’invasione di migranti, ma questo non significa che le migrazioni siano state fermate o addirittura invertite. Semplicemente puntano a mettere sotto controllo il fenomeno. Il resto del mondo sta facendo esattamente il contrario: abbattere i muri e ridurre le barriere. Tutti i leader africani hanno costituito un’area di libera circolazione delle persone senza visti a partire dal 2002. Nel Sud-Est asiatico e in America latina è già così. Negli ultimi anni tre miliardi di persone hanno quindi avuto la possibilità di muoversi con maggior libertà. L’Europa è l’eccezione, non la regola».