Lo scorso fine settimana è sceso in campo anche Papa Francesco alla ricerca di un modello per la scuola del futuro. Tra Buenos Aires e Roma, passando per Miami, Città del Messico e Madrid, cinque gruppi di una trentina di persone l’uno, tra docenti, tecnologi, innovatori e studenti, si sono riuniti per costruire progetti di trasformazione della scuola in un’hackathon organizzata da Scholas Occurrentes, la fondazione creata da Bergoglio prima ancora di diventare Papa per promuovere l’educazione. Le idee migliori saranno incubate all’interno dell’acceleratore e proposte come modello alla rete di 400mila scuole di tutto il mondo raccolte attorno alla fondazione.

Anche in questo caso i modelli di innovazione didattica andavano di pari passo con la conseguente riorganizzazione degli spazi deputati all’apprendimento, perché la forma dei luoghi in cui si trasmette il sapere non può essere neutrale rispetto all’efficacia di questo processo. Le aule così come le conosciamo oggi sono sostanzialmente rimaste uguali per gli ultimi cinque secoli, con la cattedra al centro, dal momento che l’elemento distintivo era la capacità di memoria fisica. Oggi questo ruolo è svolto dai computer, per di più presenti nelle tasche di tutti gli studenti.

Marc Augé indica come lo spazio di per sè sia neutro e freddo fino a che non si trasforma in un luogo, quando si riempe di un significato fatto di relazioni ed emozioni di chi lo abita. Così i “non-luoghi” delle aule tradizionali sono chiamati a trasformarsi in luoghi vivi e attivi: «La modifica dell’ambiente determina il cambiamento dei comportamenti», spiega Giuseppe Mannino, docente di psicologia dinamica presso la Lumsa: «La classe deve diventare un ambiente relazionale che da una parte favorisce la curiosità intellettuale e l’intraprendenza e dall’altra supporta la capacità di mettere in rete la conoscenza sulla base di un approccio olistico». È l’intero processo di apprendimento che sta cambiando: «La lezione non può essere più frontale, di semplice trasferimento di conoscenza e quindi l ’aula non è più il luogo dell’apprendimento passivo, che prende inevitabilmente altre strade – commenta Carlo Carraro, head of education di H-Farm -, mentre l’aula si sposta sul lavoro attivo, sulla costruzione di competenze e sull’apprendimento collaborativo».

L’aula tradizionale cambia quindi struttura perché il docente deve scendere dalla cattedra e affiancare gli studenti in questo processo di formazione del sapere. Il design dello spazio-classe diventa fondamentale, perché l’arredo si trasforma in un elemento attivo nell’abilitare il processo di apprendimento. A dimostrarlo è uno studio condotto dall’università inglese di Salford nell’ambito del progetto Head (Holistic evidence and design), che per la prima volta ha analizzato l’esperienza reale di circa 3800 studenti di 150 classi in una trentina di scuole nell’arco di tre anni, isolando l’effetto dell’ambiente rispetto agli altri fattori, a partire dai docenti e dagli studenti stessi.

Sulla base di questa analisi approfondita e progressivamente affinata, lo studio “Clever classrooms” arriva a definire che le differenze nelle caratteristiche fisiche degli ambienti possono arrivare a valere il 16%, in positivo o in negativo, nel rendimento degli studenti nel corso dell’anno. Al di là della quantificazione, il vero valore dello studio è nell’analisi dei fattori abilitanti divisi in tre filoni di obiettivo: la naturalezza, in termini di luce, temperatura e qualità dell’aria, che vale la metà dell’effetto sull’apprendimento; la personalizzazione, fatta di flessibilità della classe e di possibilità di gestione, che rappresenta un altro quarto; la capacità di stimolo, tra colori e complessità degli elementi, che costituisce l’ultimo quarto dell’effetto.

Per questo il cambiamento non richiede necessariamente investimenti fuori dalla portata delle scuola, ma può partire da piccoli interventi. Lo studio fa un elenco dettagliato di consigli per ciascun fattore. D’altra parte «ci sono tante cose che i singoli insegnanti possono fare: dal momento che le classi sono molto diverdsificate anche all’interno della singola scuola, bisogna pensare in termini di classi efficienti o non efficienti, non di scuole progettate bene o male», spiega Peter Barrett, che ha guidato il team di ricercatori di Salford.

Pochi interventi possono essere sufficienti, all’insegna dell’apertura e della destrutturazione degli ambienti. Gli esempi iniziano a fiorire anche in Italia. «Lo spazio classe deve essere poco formalizzato, non seriale, flessibile e modulabile a seconda della funzione, molto creativo, abilitante della capacità euristica di discernere quello che è utile all’apprendimento, soprattutto grazie alle relazioni con i compagni e con l’esterno, sotto la guida del docente», spiega Mannino, che sottolinea che si possono attuare modelli anche con piccoli budget, a partire dall’imbiancatura delle aule, coinvolgendo anche i ragazzi, con colori più freddi per gli ambienti di studio e colori caldi per il passaggio, e dall’eliminazione degli elementi di chiusura e delle strutture rigide a favore di ambienti accoglienti e aperti, informali. D’altra parte gli stessi ambienti dell’innovazione, da Google ai coworking, lasciano scarso spazio alla formalità, favorendo invece le relazioni e la creatività. «L’ambiente caldo e confortevole migliora l’esperienza formativa, perché di esperienza dobbiamo parlare, non di trasmissione del sapere», conferma Carraro.

Di risorse se ne possono ricavare dai bandi del Miur, non direttamente finalizzati agli arredi specifici ma per gli ambienti laboratoriali e gli atelier creativi nel loro complesso: due milioni di euro sono messi sul piatto da Piano scuola digitale, oltre 300mila specificamente per laboratori e atelier, in cui si possono comprendere anche gli arredi (con tanto di schemmi illustrativi delle proposte per le postazioni di lavoro) e altri fondi possono essere utilizzati dai bandi sull’edilizia.

L’importante è che gli intevrenti siano focalizzati su nuovi modelli flessibili e modulabili: al centro non ci deve più essere il docente e la cattedra, ma lo studente con le sue relazioni e le reti di connessioni.