Device, tablet, smartphone, web 2.0, web 3.0, cloud, wiki: siamo inondati da un nuovo slang anglofono legato alla tecnologia di cui a mala pena riusciamo ad intuire il significato, e si intravvede in molti la fatica di rincorrere la ricerca delle nuove parole; ancor più difficile poi prefigurare i nuovi contesti di relazione, comunicazione costruite dall’uso nei nuovi ambienti e dei nuovi strumenti.

Scaturisce così una sensazione di disorientamento diffusa che rischia di produrre paure, resistenze, rifiuti definitivi. Ma allo stesso tempo ci rendiamo conto che il digitale è un’opportunità reale, del tutto impensabile solo l’altro ieri: sono pochi, ormai, coloro che resistono allo smartphone (pur chiamandolo ancora cellulare), o al tablet: chi poi non ha mai condiviso una foto nel cloud, o postato un messaggio in Facebook, pochissimi i ragazzi che non hanno creato un evento in modalità wiki.

Lo scenario che si delinea è allora quello nel quale si vedono persone usare nuova tecnologia e nuovi ambienti in modo inconsapevole, non riconoscendo spesso i termini, i significati e la trasformazione in atto. Gli studenti, i docenti, in generale la scuola fa parte di questa contraddittoria realtà: ha spesso la tecnologia, ha i ragazzi che la usano spesso molto bene a livello strumentale, ha i docenti che osservano, talora critici e diffidenti in cerca di significati, opportunità, consapevolezza.

E quanto disorientamento per noi docenti: siamo (dovremmo essere) gli esperti della comunicazione funzionale all’apprendimento, e ci vediamo però circondati, come abbiamo già avuto modo di evidenziare da queste pagine – con un articolo inserito tra i documenti allegati alla traccia sulla pervasività delle tecnologie per la prova scritta di italiano della Maturità – da nuovi strumenti, ambienti per la comunicazione senza aggiornamento e formazione che ci permetta un uso consapevole, scegliendo quale device, quale app, quale ambiente possa essere il più funzionale nei diversi momenti dell’interazione didattica, essendo inoltre ben consci che le opportunità che la tecnologia offre quotidianamente sono enormi e tutte da scoprire.

L’uso di tablet, smartphone, laptop impone poi la condivisione, il cloud, l’interazione, facilita la costruzione di un prodotto relativo a un compito, decentra dalla figura dall’insegnante: opportunità grandi in una didattica per competenze, da reinterpretare con l’inserimento del digitale.

Non è facile doversi reinventare nuovi modi di fare didattica, imparare nuove modalità di programmare, abbandonare (anche se parzialmente) vecchi sistemi di fare lezione che pur negli anni hanno dato risultati soddisfacenti. Ma la società è cambiata, i nostri ragazzi sono cambiati e noi docenti dobbiamo rimetterci in gioco per dare la possibilità ai nostri giovani di diventare dei cittadini digitali capaci di entrare in un mondo del lavoro che richiede nuove abilità e soprattutto nuove competenze.

Una scuola che deve rivedere anche spazi, arredi, infrastrutture. Aule, scuole che cambiano forma, dando vita a “classi scomposte”, che non ha più nulla a che spartire con la vecchia organizzazione con una scrivania per il docente, spesso su una predella più alta, e file di banchi fissi per ogni alunno, simbolo della tradizionale lezione frontale. La nuova classe scomposta è un’aula dove non ci sono più postazioni fisse (come i ruoli), ma banchi che si spostano ( o si tolgono) a seconda delle esigenze didattiche, postazioni multimediali con accesso a internet, proiettori multimediali, per vedere video magari presi da Youtube, accanto a biblioteche di libri di carta, un’aula che riproduce gli ambienti di lavoro in cui i ragazzi, a casa, sono soliti studiare. Una classe liquida che muta continuamente forma attorno a un insegnante capace di mettersi a fianco dei ragazzi, diventando ricercatore insieme a loro, tutti insieme armati di device, per riscrivere nuovi percorsi di apprendimento.

Ma le infrastrutture, il cambiamento degli arredi da soli non rendono la scuola innovativa, così come la sola introduzione delle tecnologie. I docenti devono reinventarsi: ma siamo anziani, siamo stanchi, oberati da una miriade di documenti burocratici da compilare, una serie di riunioni che ci riempiono le giornate, i compiti da correggere, le lezioni da preparare, una meritocrazia inesistente, un riconoscimento sociale ormai ai minimi storici. Dunque..perchè dobbiamo rimetterci in gioco? La risposta sembra ovvia: per l’eticità del ruolo del docente, perchè siamo educatori. Ma per fare questo è necessaria la formazione, aggiornamento, documentazione, linee guida che possano prendere per mano il docente e accompagnarlo per una strada ostica e molto spesso sconosciuta.

L’esperienza svolta in Lombardia (progetto Scuola Lombardia Digitale) ha dimostrato come ci sia una grandissima disponibilità a mettersi in gioco, che non è vero che il docente non vuole aggiornarsi, che rifiuta l’innovazione. Un progetto che ha visto 47 scuole lombarde che usano il digitale interagire, collaborare, condividere, programmare insieme, trasferirsi nelle nuvole per diventare dei veri gruppi di lavoro, simulando consigli di classe virtuali composti da docenti collocati fisicamente in luoghi lontani tra loro. Ma che magicamente , nell’immateriale, riuscivano a ritrovarsi per condividere non solo documentazione, ma esperienze di vita giornaliera in classe con i propri ragazzi…una grande sfida, che li ha visti vincitori, dando dei risultati veramente eccezionali. Si è lavorato per competenze, si è discusso sul tema spinosissimo della valutazione che troppo spesso viene ignorata, si sono resi protagonisti gli studenti facendo lavorare insieme i bambini delle scuole primarie con i ragazzi delle superiori: un modello di didattica che può insegnare molto alla scuola del futuro.