Alla vigilia dell’evento di questa settimana pensato dal Miur per fare il punto sui due anni del Piano Nazionale Scuola Digitale, un report della Banca Mondiale («Apprendere per concretizzare le promesse dell’educazione»)  e le conclusioni dell’International Forum on Ict and Education 2030 dell’Unesco permettono delineare alcuni temi chiave relativi all’”aumento digitale” della nostra scuola: necessario, auspicato e mai pienamente realizzato. A questo proposito la comunità internazionale identifica alcune linee guida per rendere tecnologie digitali “produttive” per l’apprendimento e le istituzioni formative e scolastiche in maniera sostenibile.
1. È necessario ripensare per intero l’ambiente di apprendimento a misura dei “nativi digitali”. È indispensabile, cioè, innovare insieme la dimensione metodologico-didattica, quella spaziale-architettonica e quella tecnologica della scuola: si tratta di tre elementi che non possono più essere separati.
2. Solo se la scuola si presenta come un laboratorio innovativo di “cento linguaggi” (Reggio approach)– in particolare quelli delle scienze (Stem) – può preparare al meglio la prossima generazione di cittadini digitali, formando menti creative e competenze di aggiornamento continuo rispetto all’innovazione sociale, scientifica ed economica.
3. Le istituzioni formative devono saper trasformare le loro classi in laboratori cooperativi dell’innovazione (digitali e analogici insieme) se vogliono essere all’altezza del salto di paradigma avvenuto sia nelle tecnologie della trasmissione dei saperi sia nelle pratiche di comunicazione scaturite dall’interazione “informale” dei bambini e dei giovani con gli strumenti del Web.
4. La sola “iniezione” di hardware e software, senza riflessione metodologica, non basta. Lo dimostrano i risultati a volte poco rilevanti sugli apprendimenti dei bambini di alcuni dei progetti di One to one computing avviati in passato ad esempio in Perù, Uruguay o Portogallo, (progetti cui chi scrive ha partecipato attivamente). La lezione appresa dall’esperienza ci insegna che è necessario che siano molto chiari gli obiettivi didattici e di apprendimento da perseguire, il disegno del monitoraggio del progetto e la situazione del contesto locale o nazionale in cui si avviano interventi di “aumento” digitale della scuola. È necessario cioè che la tecnologia si metta consapevolmente al servizio della comunità di riferimento, della sua cultura e delle sue pratiche.
5. Sempre l’esperienza ci ha insegnato come non si possano apportare cambiamenti tangibili nelle pratiche di insegnamento e apprendimento senza la formazione e la valorizzazione dei docenti e dei dirigenti più motivati e competenti. Le tecnologie digitali possono infatti svolgere un grande ruolo di abilitazione e miglioramento della qualità dell’insegnamento, solo se vengono ampliate le opportunità di formazione e di “carriera” degli insegnanti. Lo sviluppo di standard di competenza per gli insegnanti è un fattore chiave per implementare sistematicamente l’innovazione didattica su scala nazionale.
L’insieme degli assunti ricavati dai recenti studi internazionali dovrebbe rendere chiaro come abilitare digitalmente la comunità della scuola sia molto di più del semplice fornire banda, computer e internet agli insegnanti e agli studenti. Gli interventi di “aumento digitale” della scuola devono comprendere, oltre ai punti sopra menzionati, una vasta gamma di sistemi di comunicazione e monitoraggio a tutti i livelli e per gli stakeholders coinvolti. Sono necessari ambienti virtuali per l’apprendimento, il tutoraggio e il monitoraggio dei processi (Moodle e Google Classroom, per esempio), contenuti digitali proprietari o aperti (Open Educational Resources) sia metodologici sia disciplinari, e sistemi avanzati di formazione continua (Mooc, corsi blended).
Ma soprattutto è necessario che vengano potenziate e valorizzate le relazioni formali e informali tra tutti gli attori del sistema portatori del “virus” della mutazione digitale. Perché la relazione educativa è in primo luogo uno scambio diretto o mediato di esperienze, pratiche e di competenze, che le tecnologie possono “potenziare” ma non sostituire. Oggi non può esistere scuola se non “aumentata” dalle tecnologie digitali e dal web, ma è altrettanto chiaro che non è la tecnologia che fa “buona” o “cattiva” la scuola. È per questo che i tre giorni di Bologna del Miur sono un momento importante di rilancio e condivisione dell’innovazione digitale puntando a condividere le buone pratiche presenti oggi, come “virtuose eccezioni” nella scuola italiana. È doveroso, però, essere consapevoli – e ne devono essere consapevoli anche i decisori istituzionali – che senza un forte sostegno culturale, politico e anche finanziario, le “virtuose eccezioni, rischiano di rimanere “isolate “ e di non fare sistema. Il Piano Nazionale Scuola Digitale dovrebbe trovare attuazione sistematica in tutte le scuole e non rimanere il vanto di una qualificata minoranza di animatori digitali, insegnanti e dirigenti lungimiranti. E soli.