Secondo la mitologia greca gli Dei dell’Olimpo si nutrivano di due alimenti preclusi agli esseri umani, il nettare e l’ambrosia, cibi che, se ingeriti da questi ultimi, avrebbero garantito loro una vita senza fine. E proprio a questo mito si è ispirato Jesse Karmazin, imprenditore trentaduenne (con laurea in medicina a Princeton), per lanciare la Ambrosia Llc, una startup di Monterey (in California) che mira appunto a testare le possibili proprietà ringiovanenti e rinvigorenti del plasma sanguigno umano, in un esperimento che ha sollevato più di qualche perplessità all’interno della comunità scientifica.

Nel corso dello studio – che si concluderà nel luglio 2018 – 600 volontari paganti (ottomila dollari a testa) si stanno sottoponendo o si sottoporranno alla trasfusione di circa un litro e mezzo di plasma (nel giro di due giorni). Il plasma proviene da giovani donatori (con un età compresa tra i 16 e i 25 anni), mentre i riceventi dovranno avere dai 35 anni in su. Un insieme di bio-marker legati all’età verrà misurato prima e dopo la trasfusione. Il plasma è un liquido che di norma mantiene le cellule sanguigne in sospensione; compone più di metà del volume del sangue che abbiamo nel nostro corpo, e consiste per lo più in acqua (fino al 95%), proteine, glucosio, fattori coagulanti, elettroliti, ormoni, ossigeno e anidride carbonica.

Diverse, come si è detto, le critiche sollevate nei confronti di questa iniziativa. La metodologia utilizzata è molto discutibile (ad esempio manca un gruppo di controllo). La richiesta di denaro è inoltre sospetta, sebbene gli elevatissimi costi della Sanità Usa tout court si aggirino più o meno attorno a quelle cifre. L’idea di Karmazin non è del tutto campata in aria, però, ed è basata su un filone di ricerca molto affascinante ma ancora piuttosto speculativo, che ruota attorno a una procedura nota come “parabiosi” (anche se nel caso della Ambrosia Llc siamo alle prese con una semplice trasfusione di sangue, e non una procedura parabiotica).

Vampiri a parte, le mitologiche proprietà curative e ringiovanenti del sangue umano hanno una storia lunga e articolata. Ricordiamo ad esempio la sanguinaria contessa ungherese Erzsébet Báthory, vissuta a cavallo tra il Cinque e il Seicento, la quale assieme ai suoi collaboratori torturò e uccise centinaia di giovani donne, per poi bagnarsi appunto nel loro sangue – nella speranza che ciò potesse preservare la sua giovinezza. Degno di menzione è inoltre Alexander Bogdanov (1873–1928), fondatore assieme a Lenin del movimento bolscevico, ma che fu anche un visionario ossessionato dal sangue e dalle sue presunte proprietà rigenerative. In due romanzi di fantascienza immaginò tra l’altro un futuro utopistico in cui i lavoratori, liberati dal gioco capitalista, creano un “collettivo fisiologico” in grado di ringiovanire e unire tutti i suoi membri tramite reciproche trasfusioni di sangue. In nome di questo ideale, Bogdanov lavorò instancabilmente alla diffusione delle sue idee, creando anche un apposito istituto per lo studio delle trasfusioni di sangue.

Il che ci porta finalmente alla parabiosi (dal greco “para” – assieme, a fianco – e “bios” – vita), termine con cui si indica una pratica chirurgica che unisce letteralmente due organismi simili connettendo i rispettivi sistemi circolatori. A effettuare il primo esperimento di parabiosi in assoluto fu, nel 1864, il fisiologo francese Paul Bert, che riuscì a connettere chirurgicamente due ratti, creando un unico sistema circolatorio condiviso (i primi rozzi esperimenti consistevano appunto nell’effettuare tagli sul corpo di ratti e nel cucire gli animali assieme).

Nel 1956 Clive McCay, gerontologo della Cornell University, applicò per primo la parabiosi allo studio dell’invecchiamento, connettendo ratti di età molto diverse e notando segni di rinvigorimento in quelli più anziani (che riuscirono inoltre a vivere più a lungo rispetto ai loro coetanei del gruppo di controllo). In passato esperimenti con la parabiosi hanno portato a scoperte importanti in endocrinologia, biologia dei tumori e immunologia; in seguito però – negli anni Settanta – la pratica è stata abbandonata. Fino al 2013, quando un importante studio pubblicato su “Cell” ha mostrato come una proteina presente nel sangue giovanile, Gdf11, sarebbe capace di aumentare (in topi anziani) la forza muscolare.

Nello studio in questione Amy Wagers – docente di biologia rigenerativa ad Harvard – ha creato una connessione tra i sistemi circolatori di un topo anziano e uno giovane, e l’ha mantenuta per quasi quattro settimane. Le ricerche della Wagers mostrerebbero come Gdf11 sarebbe in grado di rinvigorire le funzioni muscolari, cardiache e cerebrali; secondo la ricercatrice i livelli di questo fattore di crescita declinano con l’età, e ripristinarli può avere effetti potenti.

Diversi altri studi hanno però messo in dubbio il ruolo di Gdf11 nella lotta all’invecchiamento, per cui la Wagers ha riposto con un’ulteriore ricerca che ha confermato le sue scoperte iniziali. La questione rimane dunque aperta, e non è nemmeno chiaro se il fenomeno del rinvigorimento parabiotico possa essere circoscritto all’azione di Gdf11 o se, più in generale, sia invece l’organismo del topo giovane a sostenere nel complesso quello anziano, alleviando il carico di lavoro di cuore, fegato e reni di quest’ultimo.

Nel frattempo il potenziale medico della parabiosi sta venendo esplorato in un certo numero di trial clinici. Ad esempio Richard Tsai e il suo team dell’University of California (a San Francisco) stanno esaminando gli effetti del plasma umano su pazienti affetti da paralisi sopranucleare progressiva, una patologia neurodegenerativa che presenta alcuni tratti in comune con il Morbo di Parkinson; mentre studiosi cinesi (del Xinqiao Hospital di Chongqing) stanno valutando se il plasma prelevato da soggetti giovani possa alleviare i deficit neurologici causati da un forte ictus.

Nel 2014 un neuroscienziato di Stanford, Tony Wyss-Coray, ha dimostrato che, dopo dieci trasfusioni di sangue prelevato a topi giovani, topi anziani hanno manifestato un miglioramento delle capacità mnemoniche e un certo grado di crescita neuronale. La scoperta ha spinto Wyss-Coray a creare una startup, la Alkahest (a Menlo Park, California) per testare le trasfusioni di plasma giovane come possibile trattamento per l’Alzheimer. Uno studio più convenzionale: gratuito, con solo 18 partecipanti, per vedere innanzitutto quanto gli anziani tollerino piccole dosi di plasma.

Secondo Tony Wyss-Coray la parabiosi sarebbe capace di produrre a tutti gli effetti una forma di ringiovanimento, mentre per la Wagers la parabiosi si limiterebbe a sostenere le normali procedure fisiologiche di riparazione (e dunque, tra le possibili applicazioni di queste ricerche, potrebbe esserci il sostegno al recupero post-chirurgico nei pazienti anziani o il trattamento di patologie specifiche legate all’invecchiamento).

Questo rinnovato interesse per la parabiosi ha attirato l’attenzione anche di Peter Thiel, cofondatore di PayPal e investitore di Facebook; quello della lotta all’invecchiamento è uno dei cavalli di battaglia di Thiel, che ha investito milioni di dollari in terapie e startup anti-aging e che ha dichiarato che il resto della società dovrebbe unirsi al suo tentativo di trovare una cura per la vecchiaia. È un filone di ricerca provocatorio, sottolinea infine Mark Mattson, direttore del laboratorio di Neuroscienze dello US National Institute on Aging (a Bethesda, in Maryland). “Ti dà da pensare. Forse dovrei conservare un po’ del sangue di mio nipote, così che se cominciassi ad avere qualche problema cognitivo, potrei avere un po’ d’aiuto,” dice lo scienziato. Scherzando, sì, ma non troppo.