Abbiamo imparato che la biodiversità è cruciale per la salute degli ecosistemi naturali e per l’equilibrio – potremmo dire il benessere – delle specie animali e vegetali che li popolano. Ma la diversità affascina anche chi studia invece gli ecosistemi sociali di oggi, fatti di persone interconnesse e immerse nella tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Ad esempio quelli che, come chi scrive, cercano di comprendere più a fondo i meccanismi sociali attraverso il microscopio dei “big data”, le briciole digitali generate dalle nostre attività quotidiane. Ha senso, molto senso, parlare anche di socio-diversità. Vediamo perché attraverso un paio di storie che i dati, grandi o piccini, ci raccontano.

La prima inizia con la nascita dell’idea della “wisdom of the crowd”, la saggezza della folla. Siamo nel 1907, quando Francis Galton pubblica su Nature un articolo intitolato “Vox populi”. Galton esaminò l’esito di una gara alla fiera del bestiame di Plymouth, in Inghilterra, che consisteva nell’indovinare il peso di una grossa vacca in esposizione. Recuperò i dati relativi a tutte le oltre 800 scommesse fatte dagli avventori che parteciparono alla gara; non solo esperti allevatori o macellai, ma persone di ogni tipo, attratte dalla curiosità, dalla possibilità di vincere un premio o semplicemente dal piacere di misurarsi con la sfida. Galton immaginò che la gara potesse essere vista, a posteriori, come un esperimento in cui la folla degli 800 partecipanti vota per decidere, collettivamente, qual è il peso della vacca. Qualcosa di molto simile ad una elezione, in cui la scommessa di ciascun partecipante rappresenta il voto. Mise in ordine le scommesse, da quella che pronosticava il peso minore a crescere, e prese la mediana, cioè il valore che taglia a metà la lista delle scommesse: il pronostico su cui c’è il massimo consenso fra i votanti. Sorpresa: questo valore era vicinissimo al vero peso della vacca, una stima quasi perfetta. Ma ancor più sorprendentemente, Galton notò che considerando solo le scommesse degli “esperti” e ripetendo il ragionamento, la stima … peggiorava, ovvero si allontanava dal peso reale della vacca!

Di qui la suggestione: una folla può avere un comportamento collettivo molto efficace per rispondere a domande e prendere decisioni, ma la diversità di opinioni è essenziale. Una élite di esperti con una visione più omogenea e informata può in realtà avere una intelligenza collettiva assai minore di una folla disomogenea e variegata, in cui le preconcezioni e i “pensieri unici” non sono la regola. Dal lontano 1907 molti altri studi hanno confermato l’effetto “saggezza della folla” in ambiti diversi, dal mercato azionario, alle elezioni politiche, ai quiz televisivi. In tutti i casi la diversità della folla è determinante. E’ semplicemente un fatto statistico, più che socio-psicologico.

Continuando con le sorprese, Dirk Helbing e il suo gruppo a Zurigo ha recentemente mostrato attraverso simulazioni sociali – giochi di ruolo svolti da masse di giocatori digitali – come la capacità della folla di arrivare a conclusioni corrette (ovvero indovinare il peso della vacca) diminuisce parecchio se la folla è esposta a influenze che tendono a uniformare le opinioni dei votanti. E’ una scoperta scioccante, che mette a nudo la responsabilità dei media e dei sistemi di informazione. Influenzare l’opinione pubblica con messaggi unilaterali ha l’effetto di spingere verso la conformità e marginalizzare la diversità di opinioni, con l’effetto indesiderato di peggiorare la saggezza collettiva. Le minacce potenziali alla diversità sono davvero tante, non solo da parte di stampa e tv, ma anche motori di ricerca sul web e sistemi di suggerimento e di marketing, che tendono ad omologarci in profili e stereotipi. Così come l’eccessiva disuguaglianza, che allarga il baratro fra i pochi che hanno troppo e i troppi che hanno troppo poco e aumenta a dismisura la capacità delle elité di imporre il loro pensiero unico, in particolare in economia. Per tutti questi motivi dovremmo proteggere la socio-diversità se vogliamo proteggere la democrazia. Dovremmo diffondere anticorpi potenti nel tessuto sociale, nei media di ogni tipo, nei mercati, in grado di prevenire e contrastare conformismo e omologazione. Perché maggiore diversità significa maggiore intelligenza collettiva.

La seconda storia ci dice che diversità significa anche benessere. Un esempio è l’esperimento di Nathan Eagle, pubblicato su Science nel 2010, basato sui big data telefonici. L’idea è quella di misurare la diversificazione sociale di ciascun utente in base alle sue telefonate: un utente che chiama sempre le stesse, poche, persone ha una bassa diversificazione, al contrario di un utente che chiama una vasta rete di contatti. Ad ogni utente possiamo associare un indice numerico di diversità sociale, e possiamo poi aggregare questo valore su un determinato territorio, ad esempio un comune o una provincia, calcolando la media della diversità sociale degli abitanti quel territorio. Otteniamo così un unico indicatore per ciascun territorio, che può essere confrontato con altri indicatori ottenuti ad esempio attraverso indagini di istituti di statistica, sondaggi, etc. Eagle ha confrontato la diversità sociale delle comunità locali dell’Inghilterra con un indicatore di benessere calcolato periodicamente dal governo britannico, che tiene conto di vari fattori oltre al reddito (educazione, salute, occupazione, etc.).

Il risultato non lascia spazio a dubbi: il benessere è strettamente legato alla diversità, i due indicatori crescono (o calano) insieme. E uno studio ancora più recente del nostro laboratorio di ricerca, di prossima pubblicazione, mostra una correlazione ancora più forte fra benessere e diversità di movimento: la maggior diversificazione del comportamento in mobilità degli abitanti di un territorio è legata alla maggiore prosperità. Anche questo possiamo misurarlo con i dati telefonici o con le tracce digitali dei navigatori delle auto. In fin dei conti ci muoviamo per effettuare le nostre attività, e quindi un territorio con una grande varietà di movimento è un territorio che verosimilmente offre molte opportunità.

Finalmente, i big data ci danno la possibilità di osservare la rete delle relazioni sociali e dei movimenti, mettendo a nudo il tessuto sociale in cui siamo immersi. Ci permettono di misurare cose sfuggenti e fragili, come la diversità. E di capirne fino in fondo il valore.

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