Semplici prelievi di sangue per identificare il cancro nella fase più precoce, cioè quando è più curabile. Anche se le biopsie liquide non hanno ancora invaso la pratica clinica (la Fda ha da poco approvato la prima biopsia liquida per un particolare tipo di tumore al polmone), il mercato si sta preparando e a entrarci sono nomi di spicco. Come Jeff Bezos e Bill Gates (ma fanno parte della partita anche i ceo di Uber, Facebook e AirBnb), che stanno investendo centinaia di milioni di dollari nella startup biotech Grail (che riecheggia la leggenda del Sacro Graal…), spin-out del leader del sequenziamento genetico Illumina: 100 milioni di dollari il primo round, un miliardo il secondo, per riuscire a rintracciare in poche gocce di sangue le cellule cancerose molto prima che si manifestino i segni clinici.

Fantascienza? Non proprio, secondo l’ad di Illumina, Jay T. Flatley, fiducioso che il test sarà disponibile entro il 2019. Anche se non è ancora chiaro come verranno superati alcuni ostacoli legati a questo tipo di test, come i falsi positivi e la localizzazione del tumore, Illumina stima che lo screening preventivo del cancro eseguito una volta all’anno su individui sani potrebbe valere tra i 20 e i 100 miliardi di dollari. Il settore ha decisamente una grande attrattiva, se anche Elizabeth Mansfield, che dirigeva il gruppo di Medicina personalizzata della Food and drug administration, ha lasciato l’agenzia statunitense per unirsi al team di Grail.

Sempre negli Stati Uniti, le altre società impegnate in questa ricerca sono Guardant Health, Exosome Diagnostics e Freenome che hanno raccolto rispettivamente 100, 60 e 65 milioni di dollari. Anche l’India, paese che prevede di avere 1,73 milioni di nuovi casi di tumore entro il 2020, con la società di bioinformatica Strand Life Sciences lancia il test Strand Lb per la diagnosi precoce del cancro attraverso la biopsia liquida.
Sul fronte della ricerca, gli studi sulla biopsia liquida pubblicati sono molti: su PubMed sono già più di 23mila i risultati che riportano questa tecnica. In Italia, una recente indagine apparsa su Cancer Letter, finanziata dall’Airc e realizzata da diversi centri clinici coordinati dal Mario Negri, ha consentito di identificare la “firma molecolare” (miRna) nel sangue di donne con cancro dell’ovaio. «La possibilità di rintracciare nel sangue di un paziente le molecole che sono rilasciate dai tumori – commenta Maurizio D’Incalci, capo dipartimento di Oncologia del Mario Negri – rappresenta un nuovo, valido strumento anche meno invasivo per migliorare i percorsi diagnostici e terapeutici».

Questo semplice e al contempo rivoluzionario test si basa infatti sul presupposto che c’è molto più potenziale diagnostico nel sangue di quanto si pensasse, tra cui i ctDna, frammenti di Dna tumorale circolanti. Impossibile da immaginare fino a quando non abbiamo avuto a disposizione anche sofisticate tecnologie di sequenziamento ad alta intensità, computer science e big data. «Quella della biopsia liquida – che si candida a diventare l’alternativa della biopsia tradizionale o dell’imaging radioattivo – è infatti una scienza complessa a metà tra biologia e software – sottolinea Helmy Eltoukhy, ceo di Guardant Health -. Un cambio di paradigma nell’ambito della diagnostica che intende rilevare la presenza di un tumore nelle sue primissime fasi, individuare eventuali recidive e monitorare la risposta alla terapia. Tutto questo con un semplice prelievo di liquido biologico, che sia sangue, saliva o urina».

Ma a sfruttare la potenza e la diversità della biologia non è solo la biopsia liquida. A entrare a gamba tesa nello screening di malattia rapido e a buon mercato potrebbe essere il protagonista dell’editing genetico, il noto Crispr. Questa nuova applicazione posizionerebbe il rivoluzionario “taglia-incolla” del Dna in una comfort zone decisamente meno controversa rispetto al suo impiego diretto sul Dna. Proprietà quest’ultima che – ricordiamo – ha aperto un’industria da miliardi di dollari e suscitato dibattiti etici, dal momento che interviene sul patrimonio genetico umano.

Il principio è sempre lo stesso: sfruttare le proprietà di riconoscimento virale del Crispr batterico per trasformarlo, questa volta, in una tecnica diagnostica, che rileva nei fluidi corporei i marcatori genetici di agenti patogeni o tumorali. La differenza fondamentale sta invece nell’uso degli enzimi: mentre per l’editing genetico si usa il Cas9, per la diagnosi si sfrutta il Cas13a, enzima caratterizzato solo un anno fa, che taglia indiscriminatamente qualsiasi Rna (se c’è un’infezione virale) o Dna tumorale circolante che incontra e che è diventato il cuore di un nuovo sistema diagnostico, denominato Sherlock.

Protagonista del test – che ha appena pubblicato i risultati su Science – è ancora una volta Feng Zhang, membro del Broad Institute of Mit and Harvard, nonchè coinvolto nella battaglia di brevetto contro l’University of California di Berkeley, dove lavora l’altra figura chiave legata al Crispr, Jennifer Doudna. E proprio uno studio di quest’ultima, apparso l’anno scorso su Nature aveva descritto come Cas13a potesse essere usato come sistema di rilevamento sensibile. E ora commenta: «È gratificante vedere che questo nuovo documento si basa sulla nostra idea di base di usare Cas13a per rilevare le trascrizioni genetiche, risultati molto utili per i loro sforzi di ingegneria». È così che Zhang supera a destra la collega californiana per la seconda volta, ma potrebbe sorpassare anche il nuovo e crescente mercato delle biopsie liquide.