Come sarebbe la casa, se fosse un servizio? Se fosse il risultato di un progetto d’innovazione sociale capace di creare valore condiviso, in cui gli edifici e le comunità di abitanti si disegnano insieme? Un progetto in grado di coniugare le proposte delle avanguardie che sperimentano modi di abitare diversi (più collaborativi, relazionali e solidali), con le politiche pubbliche dell’abitare e con le ragioni del mercato?
Nel mondo dell’abitare, questo esercizio creativo è incominciato e l’innovazione si vede “a occhio”, generando effetti positivi misurabili sugli abitanti e i territori. La logica del servizio è entrata nella progettazione della casa allo scopo di attuare processi collaborativi per trasformare gli individui in gruppi che condividono un obiettivo e realizzare abitazioni diverse, di servizio agli abitanti. Casi esemplari di housing sociale promossi “dall’alto” e altrettanto coraggiose esperienze di co-housing “dal basso” s’incontrano sul terreno  della pratica collaborativa, come “fare insieme” organizzato. E il mercato, che incomincia ad attribuire valore anche monetario al benessere sociale, ne riconosce il potenziale e coglie lo spirito concreto, alleggerendolo della dimensione ideologica e retorica, ma conservandone i tratti valoriali per chi li voglia praticare.

La progettazione collaborativa diventa dunque pragmatica: un modo per capire le giuste domande progettuali, costruire le risposte e innescare processi di pro-attività, inclusione e relazionali. La vita collaborativa diventa pragmatica a sua volta: un modo per dosare privacy e condivisione, impegno e disimpegno,  motivazione intrinseca ed estrinseca, in cambio di vantaggi misurabili. Il panorama della collaborazione attorno alla casa è  vivace. Possiamo individuare quattro finalità per la collaborazione e immaginarle come una progressione senza soluzione di continuità tra l’individuo e la collettività che definisce ambiti ibridi, tra privato e pubblico.

La collaborazione per progettare la propria casa: iniziative volte a condividere con i futuri co-houser anche le scelte che influenzano l’ambiente costruito. Ne sono esempi i ben noti Cohousing Numero Zero a Torino o Base Gaia a Milano: casi di auto-organizzazione di persone che, deliberatamente, si scelgono e formano comunità elettive. Dall’ormai storico Urban Village Bovisa di Milano, si vanno annoverando esempi di progetti “supportati” e promossi da agenzie di progettazione che hanno fatto dell’accompagnamento alla co-creazione di una casa condivisa il proprio mestiere. Gli aspetti idealistici e valoriali sono molto rilevanti, sebbene pragmatismo e motivazioni estrinseche animino le persone in ragione della qualità dell’abitare cui ambiscono.

La collaborazione per progettare e realizzare attività in casa: lo spazio fisico è solitamente dato e le persone sono combinate secondo logiche sociali o per affinità di condizione. Tuttavia, esiste un disegno (sia spaziale che relazionale) e un programma per incoraggiarne la collaborazione e creare delle comunità d’intenti. Con un processo condotto dall’alto, questi gruppi di persone sono abilitati al fare e finanche trasformati in attivisti e imprenditori della vita condivisa. Veri e propri gestori sociali intervengono a supportare questi processi, mantenendo  viva la tensione positiva, l’ingaggio e l’impegno. Qui si annoverano i casi più sperimentali del contemporaneo housing sociale, ma anche le pratiche di convivenza intra o intergenerazionale o persone accomunate da una condizione temporanea (giovani imprenditori, professionisti, artigiani), che trovano nella condivisione un’utilità immediata rispetto ai propri bisogni  e nella casa riconoscono un «servizio». Molto interessante è l’emergere del co-living ,  soluzioni che prevedono un insieme calibrato di sistemazioni private, aree condivise e servizi per soddisfare le esigenze e lo stile di vita di alcune fasce di utenza: The Collective, a Londra, offre appartamenti microscopici corredati da grandi spazi comuni per vivere, cucinare, mangiare, lavorare, socializzare, studiare, praticare sport. Iniziative supportate spesso da ambienti digitali pensati per facilitare l’interazione e l’aggregazione per affinità d’interessi, oltre alla gestione. Qui la collaborazione va oltre i confini dell’abitare: meno caratterizzata e “stretta” che per i co-houser, tocca però diverse aree di attività e comprende spazi volutamente tenuti aperti alla città.

La collaborazione per condividere la propria casa: pratiche di deliberata accoglienza dell’estraneo che si configurano come “servizi” offerti dagli abitanti stessi. Oltre ai sempre più numerosi programmi di scambio-casa e ospitalità domestica a scopi turistici, si  diffondono iniziative d’intrattenimento domestico (teatro in casa, concerti, mostre), di  social dining (pranzi/cene con estranei) oppure d’impresa (ad esempio gli asili in casa). In queste forme di collaborazione host/guest, rientrano anche le forme di solidarietà attraverso l’ospitalità domestica di persone in difficoltà, quali ad esempio i migranti.

La collaborazione volta a estendere la casa: si tratta d’iniziative che producono spazi d’interazione esterni, o che abbracciano lo spazio pubblico con la cura e l’attitudine che normalmente si dedica a quello privato. Vi si annoverano le cucine condivise di quartiere da prenotare per organizzare cene numerose; i più tradizionali co-working per il lavoro smart; i giardini di quartiere gestiti dai cittadini (diffusi anche in Italia, non solo nel Lower East Side di New York); le portinerie di quartiere, spazi localizzati in bar o in chioschi di strada (a Parigi è nata Lulù dans la rue, a Milano la Portineria 14) dove si ritrovano molte mansioni domestiche un tempo presidiate dal custode e oggi svolte spesso in logica mutua. Completamente nello spazio pubblico sono le colazioni o le cene per strada, nelle piazze, nei parchi, che estendono la “casa” nella città grazie alla collaborazione fra gli abitanti. Social streets e social districts sono l’infrastruttura soft di questa democrazia progettuale, mossa da ideali e pragmatica nel tradurli in iniziative.
Quali saranno le prossime evoluzioni di queste forme di collaborazione?  Il panorama è promettente se introduciamo i filtri della sostenibilità ambientale e sociale. Il punto diventa adoperarsi professionalmente per supportarle, scalarle e replicarle.