JPMorganChase sta lavorando a una profilazione dei clienti sul modello di Amazon e intanto si allea con la fintech Intuit per usare i suoi dati creando nuovi servizi. Mastercard ha avviato da tempo un progetto per creare una piattaforma aperta per i pagamenti. Banca Sella parte proprio in queste settimane con servizi fatti su misura per le singole aziende, integrate nelle loro attività, grazie alle Api, le application programming interfaces che permettono di dialogare con altri soggetti.

Non è solo il sistema dei pagamenti che si sta trasformando all’insegna della disintermediazione. L’intero settore finanziario è in grande effervescenza. D’altra parte le banche tradizionali non stanno attraversando uno dei loro periodi migliori: la redditività è in costante contrazione, con un Roe medio a livello europeo del 5,7%, ben inferiore al costo del capitale, scontando la crisi economica, il lungo periodo di tassi zero e una dubbia diversificazione del modello di business, mentre i requisiti patrimoniali sono andati lievitando a causa di vincoli regolamentari stringenti.

Per di più la competizione si allarga ad attori esterni. Paypal è un protagonista consolidato, mentre Google, Apple, Facebook e Alibaba mettono sul piatto milioni di utenti connessi a cui offrire servizi di pagamento. Ma non si fermano qui: Mark Zuckerberg ha ottenuto in Irlanda una licenza come intermediario creditizio per tutti i Paesi Ue. In più l’innovazione fintech rappresenta una costante minaccia, ma anche un’opportunità per nuovi business: gli investimenti del venture capital si sono quasi dimezzati l’anno scorso dopo il boom 2015, secondo i dati Kpmg, ma sono comunque pari a quasi 25 miliardi di dollari. McKinsey stima che per il 2020 le banche potrebbero arrivare a perdere fino a 45 miliardi a causa della trasformazione del business che porterà alla sparizione di larga parte della banca tradizionale.

Nei pagamenti la pressione sta erodendo una delle tradizionali fonti di utili. E proprio dai pagamenti parte una rivoluzione regolamentare che apre nuove prospettive. La Psd2, la direttiva europea sui servizi di pagamento operativa dal prossimo gennaio, impone alle banche di mettere a disposizione di terzi le informazioni sul conto corrente e sui pagamenti, ovviamente in maniera anonima per il cliente. Potranno condividere i dati con sviluppatori o attori fintech, per creare servizi completamente nuovi, allargando il perimetro di attività o affinando la user experience, attraverso Api, Big data, blockchain e intelligenza artificiale. Quello che era un patrimonio “chiuso” della banca si apre offrendo agli istituti l’opportunità di crescere come abilitatori dei clienti, aiutandoli a costruire il loro business. «È una rivoluzione: la banca diventa programmabile, in grado di adattarsi e integrarsi in maniera flessibile e personalizzata alle esigenze del cliente – spiega Pietro Sella, Ceo di Gruppo Banca Sella -. Dobbiamo essere in grado di connetterci direttamente con lui per costruire insieme le funzionalità di cui ha bisogno: bisogna aprire all’esterno il patrimonio di tecnologia e sapere interno per trasformarlo in valore per il cliente».

Un’open banking che coinvolge anche la parte fisica. Intesa Sanpaolo ha trasformato un centinaio di filiali in luoghi familiari con poltrone e tavoli per creare un ambiente di condivisione di idee: «La tecnologia cambia i comportamenti delle persone, la banca deve adeguarsi ponendosi in una posizione di ascolto e di relazione – afferma Mario Costantini, responsabile ricerca innovazione e accelerazione di Intesa Sanpaolo -. Nel mondo virtuale la banca deve essere presente laddove le persone dialogano, a partire dai social network e dalle piattaforme di servizio digitali. In quello reale la filiale diventa una piazza dove incontrare i clienti, ascoltarli, raccogliere le loro idee, in un ambiente accogliente e flessibile». «La trasformazione verso organizzazioni sempre più fluide e con una costante geometria variabile – sostiene Marco Giorgino, responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital finance del Politecnico di Milano – diventa un’opportunità se la banca sa dare servizi a valore aggiunto, che, per esempio, si possano inserire nel processo amministrativo di un’azienda». In questa chiave un patrimonio inestimabile è quello informativo.
La tecnologia è fondamentale, ma per Andrea Cardamone, ideatore e Ceo di Widiba, è altrettanto cruciale l’aspetto umano: «All’interno dell’azienda dobbiamo saper aggregare competenze e farle evolvere, per curare quell’ultimo miglio di relazione e di condivisione con il cliente. Il mestiere che dobbiamo saper fare bene è quello della banca: la cultura del mercato e del cliente è la vera tecnologia». Cardamone parla soprattutto ai millennials non bancarizzati, un pubblico tutto da conquistare. A prendere le distanze dalla banca fin dal nome è Tinaba, acronimo di This is not a bank: «Offriamo la possibilità di trasferire denaro gratuitamente, con un pagamento effettuato dove è il compratore, che sia online o nel negozio fisico – spiega Matteo Arpe, presidente e ad di Sator, il fondo che controlla Tinaba -. Il sistema di pagamento, collegato alla banca, offre anche un ambiente di condivisione in cui i soldi vengono messi in comune, permettendo, per esempio, di inviare fondi ai figli in tempo reale, ma anche di fare crowdfunding o raccolte per charity a costo zero». La banca-non banca diventa così abilitatrice di servizi diversificati: «Introduciamo il private banking anche per poche migliaia di euro».
L’innovazione corre veloce e la banca deve saper riconquistare la fiducia con servizi personalizzati laddove si trova il cliente. Una “banca invisibile”, come la definisce Kpmg, magari nascosta all’interno di un assistente digitale come Siri che raccoglie dati dalla nostra vita quotidiana per soddisfare le nostre esigenze personali e finanziarie ogni giorno. Una prospettiva che non è poi così lontana.