La tedesca Raisin ha annunciato il primo miliardo di euro intermediato sulla strada per diventare un marketplace paneuropeo in cui i clienti possono scegliere di spostare il conto dove rende di più, anche in altri Paesi. Da Berlino, anche Number26 vuole essere una banca “senza confini”, forte solo di una app: dopo essere sbarcata anche in Sud Europa ha consolidato i suoi ritmi di crescita, arrivando a 160mila clienti in un anno, 60mila solo negli ultimi tre mesi. Tassi di espansione che in Italia ha messo a segno Widiba, la banca tutta digitale del gruppo Mps (150mila clienti in un anno e mezzo, solo in Italia), protagonista di innovazioni come l’apertura del conto completamente <i>paperless</i> e l’accesso biometrico con password vocale. Mentre Unicredit si prepara a lanciare, da inizio 2017, la sua banca per smartphone, Buddybank. Nata attorno a un wallet bitcoin, Circle si è trasformata in una piattaforma di pagamenti social e adesso parte all’offensiva in Europa.

Pur lasciando da parte le criptovalute, che promettono di aprire nuovi universi, il mondo bancario è in gran fermento. Per ora non è ancora comparsa la Uber in grado di rivoluzionare l’intero mercato, anche perché il settore è per sua natura fortemente regolamentato. Le banche rispondono colpo su colpo alle innovazioni settoriali che aprono spazi di disintemediazione nella gestione del denaro, come per esempio per i pagamenti.

Lo sforzo di “catturare” l’innovazione prima che cresca troppo di scala è evidente nei numeri: gli investimenti nel fintech sono volati l’anno scorso a 19 miliardi di dollari a livello globale dai 12 di un anno prima. Le startup con buone idee crescono grazie a flessibilità e strutture leggere, ma le banche hanno dalla loro un valore insostituibile, la clientela: nonostante la crisi economica e un clima di sfiducia generalizzata nel sistema bancario (alla base di interventi straordinari come il “Piano Atlante” in Italia), la platea degli istituti tradizionali resta enorme.

«Una delle sfide maggiori è la digitalizzazione della moneta – afferma Pietro Sella, ad del Gruppo Banca Sella -: l’unità di valore e di scambio diventa entità immateriale che non si vede più, che è quindi implicita e addirittura integrata nelle attività economiche. Così la banca deve essere capace di integrarsi in maniera nuova con quelle stesse attività economiche e di realizzare attorno a sé un ecosistema dell’innovazione».

Nell’era in cui il denaro diventa commodity con margini sempre più ridotti è l’intero modello del fare banca a essere messo in discussione. «La digitalizzazione ci impone un salto culturale superando l’ossessione per la <i>compliance</i> che ha dominato finora – osserva Paolo Fiorentino, vicedirettore generale di UniCredit, responsabile della trasformazione digitale del gruppo -. Il cliente vuole risposte immediate, una relazione semplice e una gestione friendly. In passato vigeva una prateria di asimmetria informativa, in cui il cliente faceva affidamento sul patrimonio di conoscenza della banca; oggi invece il cliente è già informato e cerca una relazione più paritaria, dove la differenza la fanno le persone».

Sull’«economia dell’ascolto» Andrea Cardamone, ad di Widiba, ha costruito una banca nuova: «La banca ha una colonna transazionale, basata sul fare, che si misura in termini di soddisfazione del cliente, come persona che entra in un mondo sociale di relazioni. L’altra colonna è quella consulenziale, per aiutare il cliente a decidere, il che presuppone comunque la sua conoscenza». La tecnologia diventa così piattaforma abilitante per consentire alla banca di riavvicinarsi al cliente, riconquistandone la fiducia a partire da un rapporto in cui è l’utente a costruire soluzioni insieme alla banca, invece di trovarne preconfezionate. «Il digitale come strumento di massimizzazione dei processi non serve solo a ridurre i costi, ma anche a migliorare l’esperienza e la semplicità d’uso», prosegue Cardamone che tra pochi giorni presenterà una nuova versione di Widiba, trasformata nell’ottica di un’esperienza sempre più immediata e flessibile.

«Una delle aree più strategiche – sottolinea Fiorentino – è quella dei big data, l’abilità di trasformare l’enorme mole di dati che abbiamo a disposizione in un valore aggiunto per la banca e per il cliente, sia dal punto di vista commerciale, che di gestione dei rischi. Ma anche – perché no? – in termini di valorizzazione delle informazioni che abbiamo in pancia, nel pieno rispetto delle norme sulla privacy e sulla sicurezza».

Quel che è certo è che ci sarà un ulteriore ridimensionamento delle strutture fisiche (Citibank stima un taglio di un terzo della forza lavoro in dieci anni per l’intero settore in Europa e Usa): la banca si scioglie nel tessuto sociale per avvicinarsi agli utenti-persone. «Le nuove tecnologie stanno modificando dei processi, ma non possono eliminare l’aspetto relazionale – ribadisce Maurizio Montagnese, chief innovation officer di Intesa Sanpaolo -: continueremo a investire moltissimo sulle persone e sul rapporto di fiducia che è alla base del nostro agire quotidiano. Addirittura il futuro sarà dedicato a cercare di contenere la pervasività della tecnologia rispetto alla componente umana». Intesa Sanpaolo ha avviato progetti innovativi come “Digital Factory” per ridisegnare i processi interni in ottica digitale, azzerando quelli precedenti e partendo dalle esigenze del cliente. «Guardiamo con particolare attenzione allo scouting di nuove realtà nel campo del fintech – prosegue Montagnese -. Non solo alle startup ma anche alle Pmi innovative, in modo da metterle in relazione con chi può avere bisogno di queste innovazioni».

È?l’intero modello di banca che cambia: «Il modello che si va prefigurando è quello di una banca distribuita, in grado di avvicinarsi al cliente profilando il servizio sulle sue esigenze – sintetizza Romano Stasi, segretario generale di AbiLab -: la banca 2.0 dialoga con il cliente sfruttando tutti i canali a disposizione, la banca 3.0 è quella capace di inserirsi in una comunità, lavorando sull’intera filiera e sfruttando i meccanismi di rete». In una logica di architettura aperta e di open innovation, con la tecnologia che fa da piattaforma abilitante per connettere persone, aziende, startup e banche. Ma siamo solo all’inizio della rivoluzione. O, meglio, «non siamo neanche alla fine del prologo»,sintetizza Greg Baxter, Global head of Digital strategy di Citi.