Jins, il primo produttore di occhiali in Giappone con un fatturato di 340 milioni di dollari, ha scelto l’Italia per presentare al mercato europeo Meme, l’occhiale tecnologico che permette di “guardarsi dentro”. L’occasione è la settima edizione di NanotechItaly (26-28 novembre a Venezia) , il punto d’incontro sulle nanotecnologie e  tecnologie abilitanti che esplora il ruolo trasversale e sinergico delle “Key Enabling Tecnologies – Ket” (nanotecnologie, micro-nanoelettronica, biotecnologie industriali, fotonica, materiali e sistemi avanzati di produzione) per lo sviluppo industriale.

Quest’anno la manifestazione si focalizza su cinque settori: salute e benessere, efficienza delle risorse e materie prime, fabbrica intelligente, materiali bio-ispirati e aerospazio. Tra le innovazioni nanotecnologiche per la salute e il benessere l’occhiale Meme si differenzia da quelli già presenti sul mercato per l’equipaggiamento di un sistema di sensori che catturano il movimento degli occhi e del corpo di chi li indossa.  Gli elettrodi fissati sul “ponte” e sui naselli dell’occhiale consentono infatti di rilevare i movimenti oculari in otto direzioni fornendo informazioni sulla condizione fisica e mentale . Anche se all’apparenza si presentano come normali occhiali da vista o da sole, dalle linee sottili ed affusolate, in realtà nascondono una serie di sensori che li trasformano in occhiali smart interconnessi con lo smartphone in ogni momento. Il sensore in grado di tracciare il movimento degli occhi può per esempio essere impiegato per capire se chi li indossa è assonnato e sta per addormentarsi.  L’apposita app manda una notifica con vibrazione e suono direttamente sul cellulare, evitando così i colpi di sonno durante la guida. Ma iniziano a essere utilizzati anche in diversi progetti di ricerca come ausilio per individuare i segnali precoci delle malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer.

La vetrina veneziana sulle tecnologie abilitanti emergenti metterà in evidenza anche quelle che arrivano dallo Spazio.  Allo Houston Methodist Research Institute, diretto da Mauro Ferrari,  sta per essere sviluppato un sistema di drug delivery da usare sulla terra e nello spazio basato su nanocanali (nDS). Il dispositivo impiantabile sarà in grado di rilasciare farmaci terapeutici a distanza e sarà testato in modelli animali a bordo della Stazione spaziale internazionale. nDS consentirà quindi la  telemedicina, riducendo i costi connessi con il ricovero in ospedale e di viaggio per il trattamento. Altre applicazioni comprendono la cura dei militari in situazioni di emergenza, lo studio pre-clinico di farmaci di recente scoperta, e la cura per gli astronauti coinvolti in missioni spaziali.

Anche l’Agenzia spaziale italiana (Asi), in collaborazione con Esa, Nasa e Fsa lavora su diversi programmi relativi all’acquisizione di conoscenza attraverso la ricerca spaziale con l’obiettivo di mettere a punto un progetto sulla salute e di acquisire conoscenza attraverso la ricerca spaziale e di trasferirla e tradurla in applicazioni biomediche a Terra. Due gli esempi: l’osteoporosi e l’atrofia muscolare due patologie quasi sempre legate all’invecchiamento di chi ne è colpito. “L’obiettivo – spiegano i ricercatori dell’Asi – è quello di affrontare i problemi irrisolti relativi a queste due patologie che con incredibile similitudine si riscontrano sia nell’età adulta sia nell’astronauta”. Parte di questi studi sono indirizzati al chiarimento dei meccanismi con i quali la gravità controlla la funzione ossea e muscolare.

Le ricerche in questo campo vanno oltre la salute. Pensiamo a nuovi materiali in grado di essere resistenti ed elastici: il parafango della nostra macchina sarà in grado di assorbire bene l’urto e tornerà nella sua forma originale (la navicella spaziale resisterà meglio agli urti con i piccoli meteoriti). Oppure a materiali leggeri il cui trasporto richiederà minor consumo di carburante (nel caso delle missioni spaziali il peso del carico è uno dei limiti da tener conto, visto lo sforzo energetico da sostenere per vincere la gravità terrestre nella fase di decollo). Pensiamo che spedire nello spazio un chilo di navicella, costa circa 10.000 euro. Se riuscissimo a ridurre il peso della nostra astronave – utilizzando materiali nano strutturati altrettanto resistenti ma più leggeri – di un centinaio di chili, si avrebbe un risparmio di 1 milione di euro: e così in proporzione…

Anche quest’anno NanotechItaly vedrà la consegna di due importanti premi per la ricerca. Si tratta di due riconoscimenti che verranno attribuiti a due ricercatori che si saranno particolarmente distinti per i loro meriti scientifici.