Contenere la crescita della spesa sanitaria offrendo al contempo servizi di qualità che sfruttino le nuove tecnologie e i nuovi trattamenti è la grande sfida dei prossimi anni. Per i ministri della salute dei paesi Ocse – che si sono incontrati di recente a Parigi – serve una rivoluzione copernicana per mettere “le persone al centro del sistema sanitario” con servizi a 360 gradi.
Si deve cambiare, quindi, anche se a prima vista i motivi di soddisfazione non mancano. L’aspettativa di vita nei paesi Ocse è aumentata di oltre 10 anni dal 1970, raggiungendo gli 80.4 anni attuali. In Italia siamo passati da 72 a 83 anni, al quarto posto nella lista dei paesi più longevi (dopo Giappone, Spagna e Svizzera). Inoltre, grazie ai progressi nella medicina, nella prevenzione e nel promuovere stili di vita più sani, la mortalità per malattie cardio-vascolari è praticamente dimezzata.
Nonostante questi, e molti altri, progressi e le ingenti risorse devolute ai sistemi sanitari, circa il 9% del Pil, persistono tuttavia forti disuguaglianze nello stato di salute dei cittadini. Nei paesi dell’Europa occidentale, ci dice l’Health at a Glance Europe 2016, si vive in media 5 anni più a lungo che nei paesi dell’Europa centrale e orientale. Ci sono differenze rilevanti anche tra i gruppi socio-economici: in Italia i 65enni con un alto livello d’istruzione hanno un’aspettativa di vita superiore di circa un anno e mezzo a quella dei loro coetanei con il livello d’istruzione basso; la differenza in Europa è di più di due anni e mezzo.
Tecnologia e rivoluzione digitale offrono enormi potenzialità di ulteriori progressi nella medicina, ma anche il rischio di un aumento nelle disuguaglianze. Le nuove tecnologie mediche, come la medicina personalizzata, farmaci specialistici o la telemedicina senza dubbio aiuteranno a migliorare la qualità e l’efficacia delle cure. Ma questi nuovi farmaci e trattamenti personalizzati entrano sul mercato con dei costi esorbitanti ponendo quindi un problema di accesso alle fasce sociali più deboli, oltre che una pressione sulla spesa sanitaria. Quest’ultima ha subito una botta d’arresto durante la crisi finanziaria in quasi tutti i paesi, ma negli anni più recenti si è già osservata una nuova accelerazione.
Il primo obiettivo deve quindi essere quello di ridurre gli sprechi nella sanità. Nei paesi Ocse, un quinto della spesa sanitaria non contribuisce o è addirittura dannosa per la salute dei cittadini, ci dice un’altra pubblicazione Ocse “Tackling Wasteful Spending on Health, 2017”. Un paziente su 10 è vittima di errori medici evitabili e rimediare a questi errori costa caro: più del 10% della spesa ospedaliera. E sappiamo che molti dei casi trattati al pronto soccorso (uno su cinque) potrebbero essere gestiti altrettanto bene negli ambulatori o a casa del paziente.
L’altro grande obiettivo è gestire l’accesso e il costo delle terapie innovative e della medicina personalizzata. La spesa farmaceutica assorbe circa il 20% della spesa medica totale nei paesi Ocse, tra il 25 e il 50% di questa spesa si concentra su nuove terapie innovative (il 43% in Italia secondo i dati Ims). Alcuni di questi farmaci specialistici sono molto efficaci anche se costosi, altri meno e occorre quindi saper distinguere non solo come ma anche cosa finanziare attraverso la sanità pubblica. Ad esempio oltre il 60% delle nuove medicine oncologiche sono associate a un biomarker specifico. Questi trattamenti specialistici sono spesso più efficaci e meno tossici per il paziente; ma a costi sempre più elevati: negli Stati Uniti il costo per anno di vita guadagnato in oncologia è quadruplicato dal 1995 a oggi. Inoltre, le medicine per malattie rare rappresentano oggi circa la metà dei nuovi farmaci approvati. Ma anche in questo caso, il prezzo d’ingresso sul mercato è spesso proibitivo. Ciò richiede una seria analisi costi-benefici delle nuove terapie, ma anche dare voce ai pazienti sulla scelta del trattamento, in base ai risultati attesi non solo in termini clinici ma anche rispetto agli effetti sulla sua condizione di vita.
Un altro punto critico che i governi devono affrontare è quello della gestione della grande mole di dati sanitari. Anche in questo caso, i big data offrono enormi opportunità per migliorare il coordinamento nelle cure, far progredire la scienza medica e fornire al paziente stesso la possibilità di monitorare in tempo reale il suo stato di salute, proteggendo però la privacy di questi dati.
Il trait d’union di queste tematiche è la necessità di mettere le persone al centro delle riforme del sistema sanitario, dando loro un maggior ruolo nelle decisioni mediche che li riguardano e strutturando i servizi medici intorno alle loro esigenze. Ciò richiede indicatori che misurino la performance dei sistemi sanitari secondo quello che veramente conta per i pazienti. Su questo fronte i ministri dell’Ocse hanno lanciato una nuova iniziativa: un sistema di indicatori sugli esiti dei trattamenti medici dal punto di vista dei pazienti – Patient Reported Outcomes Indicator Survey, o PaRIS. In questo modo sarà possibile valutare i sistemi sanitari non solo per quello che fanno – il numero di visite o interventi chirurgici – ma anche in base alla loro capacità, ad esempio, di migliorare la vita di tutti i giorni dei pazienti dopo un intervento: camminare senza dolore dopo un’operazione all’anca o al ginocchio, riprendere il lavoro dopo un infarto, o la scuola dopo una terapia anti-depressiva.