La comprensione della scienza non è necessaria solo per chi con la scienza si troverà a lavorare, ma serve anche a tutti noi, chiamati a prendere decisioni informate su problemi controversi: dalla scelta della dieta equilibrata alla gestione dei rifiuti nelle città, dalla valutazione di costi e benefici degli organismi geneticamente modificati alla consapevolezza del riscaldamento globale, «la scienza è ubiqua nelle nostre vite». Parte da questo presupposto il rapporto Pisa 2015 dell’Ocse, la rilevazione triennale che valuta i sistemi scolastici sulla base della preparazione degli studenti. Questa volta si è concentrata sulle materie scientifiche, ritenute una delle competenze chiave per la formazione degli individui della nuova “era della conoscenza”.

Ancora una volta l’Italia non ne esce bene. La preparazione dei quindicenni rimane su livelli insufficienti, al di sotto della media Ocse, pur con un forte divario tra alcune regioni, come Trentino e Lombardia, che non sfigurano di fronte ai paesi più avanzati, e la Campania, con una performance ben al di sotto della media e un divario equivalente alla preparazione di un intero anno scolastico. Note dolenti arrivano anche dalla differenza di genere: l’Italia è uno dei pochi paesi in cui il divario tra maschi e femmine in ambito scientifico si è ampliato arrivando a livelli (17 punti) tra i peggiori dei paesi Ocse.

«È?un paese eterogeneo anche dal punto di vista delle<i> best practices</i>: le performance sono frutto del docente e degli strumenti che usa. Il divario scientifico è divario di metodologia, oltre che di conoscenza», commenta Lucio Biondaro. «Quante volte vengono assegnati ai ragazzi compiti sperimentali? – prosegue – D’altra parte i bambini partono dai verbi “essere” e “avere”, ovviamente fondamentali. Ma forse bisognerebbe mettere di più l’accento sul verbo “fare”». Attorno al “fare scienza” Biondaro, con Alessio Scaboro, ha costruito un progetto, quello di Pleiadi, azienda di divulgazione scientifica basata proprio sull’esperienzalità del metodo scientifico: «La tecnologia ci fornisce opportunità incredibili: oggi con sei euro posso costruire un acceleratore di particelle con gli stessi principi del Cern di Ginevra, ma in piccolo».

Un percorso educativo che parta fin dalla primaria – o anche dalla materna – incentrandosi sull’acquisizione di conoscenze e logiche scientifiche diventa cruciale per la formazione tecnica. «L’economia che si muove al passo delle tecnologie in rapidissima evoluzione ha bisogno di competenze specifiche – sottolinea Ester Dini, responsabile dell’ufficio studi del Consiglio nazionale dei periti industriali (Cnpi) -. Non si può non collegare la formazione tecnica insufficente con il ritardo che l’Italia ha accumulato in termini di innovazione». È la realtà economica stessa che spinge in questo senso: basti pensare all’impatto della digitalizzazione che determina una riorganizzazione dei modelli produttivi, economici e sociali, alla necessità di riqualificare il patrimonio tecnologico delle imprese, ai settori che si rivelano nuovi driver di crescita – energia, ambiente e territorio -, ma anche ai comparti più tradizionali, come le costruzioni, che stanno comunque ripensando le logiche di funzionamento. Sono tutti ambiti in cui le competenze tecniche diventano cruciali, anche come capacità progettuale creativa e innovativa, in una chiave di governo della trasformazione.

Già oggi su 560mila assunzioni stimate per il 2016 quasi 80mila (il 14%) riguardano i profili dell’area tecnica, secondo le valutazioni del Cnpi, che per il prossimo decennio si spinge a prevedere la creazione di oltre due milioni di profili tecnici intermedi. In questo ambito è necessario un impulso di adeguamento della formazione: «Manca un percorso post-secondario che sia triennale in una logica di forte integrazione con il mondo delle imprese e che sappia coniugare la conoscenza teorica con la competenza applicativa», prosegue Dini. Un progetto di corsi di laurea professionalizzanti post-diploma è già pronto al ministero, ma dovrà seguire i tempi della politica. «È auspicabile un’integrazione tra cultura umanistica e scientifica e soprattutto tra sapere teorico e tecnico-operativo – conclude -, partendo dalla consapevolezza che l’innovazione sta ridefinendo i paradigmi e i confini del sapere teorico, trasformandosi in un elemento imprescindibile nell’evoluzione della conoscenza di ogni ordine e grado».

Il “fare” il metodo scientifico diventa quindi fondamentale per tutti, non solo per chi, come indica l’Ocse, si occupa di scienza o per affrontare i dilemmi quotidiani legati all’evoluzione scientifica. È fondamentale per la formazione stessa dei cittadini di domani: «La trasformazione necessaria dell’educazione è il passaggio da semplice trasferimento della conoscenza alla consapevolezza del metodo – sottolinea Biondaro -: non è più importante il semplice imparare, ma il saper imparare, l’imparare a imparare. In questo il metodo scientifico è imprescindibile: di fronte al problema faccio delle ipotesi, le verifico in maniera sperimentale, imparo dagli errori, tiro le conclusioni usando la logica». L’esperienza, insomma, espande la capacità di pensiero e di immaginazione. Non è un caso che Pleiadi stia portando il metodo scientifico anche nella formazione aziendale. Perché il metodo – e non solo il sapere – scientifico è cruciale anche per rendere efficaci e fluidi i processi all’interno dell’impresa.