Non sono molti, complessivamente sono il 15%, tra radicali (5%) ed esitanti (10%). Sono la comunità contraria alle vaccinazioni -ma anche alle info-vax-, che a differenza di quanto si possa pensare, non nasce oggi ed è appannaggio della fascia alta della società. Il fenomeno, storicamente parlando, nasce subito dopo l’impiego del primo vaccino: quello contro il vaiolo, oggi eradicato. Eppure la vaccinazione è considerata tra le più grandi scoperte mediche fatte dall’uomo e l’importanza che essa riveste, per impatto sulla salute, le ha permesso di essere paragonata alla possibilità di accedere all’acqua potabile. Allora da cosa nasce questa diffidenza?
«La diffidenza c’è sempre stata- spiega Andrea Grignolio, docente di Storia della medicina all’Università La Sapienza di Roma, autore del libro edito da Codice edizione “Chi ha paura dei vaccini?” – Già 4 anni dopo la prima vaccinazione introdotta dall’inglese Edward Jenner si terrorizzava la popolazione con una vignetta satirica in cui si rappresentavano le persone vaccinate con il virus che causa il vaiolo nei bovini in ibridi uomo/bovino. Ma fino agli anni ’80 i movimenti anti-vaccinali appartenevano a frange marginali della società. La “svolta” avviene dopo la pubblicazione su Lancet dell’articolo di Andrew Wakefield, il medico inglese che aveva associato il trivalente Mpr (morbillo, parotite e rosolia)con l’autismo. Nonostante la ritrattazione dello studio (e la radiazione a vita dall’ordine dei medici dell’autore), che si stabilì essere una frode, l’articolo rimase online per 12 anni, riuscendo a coagulare l’onda crescente dell’anti-vaccinismo». E come dimostrano gli studi del Censis, gli anti-vax formano la loro idea sul web e hanno un comportamento che viene definito omofilia: sono molto coesi, credono alla teria del complotto, non sono interessati a informazioni che contraddicano la loro idea di partenza e l’azione degli scienziati non solo non fa cambiare loro idea, ma addirittura la radicalizza.
«Nella pletora di informazioni accessibile su internet che sembrava liberarci dal giogo delle informazioni locali e renderci cittadini del mondo – continua Grignolio – in realtà abbiamo capito che viviamo tutti in bolle informative, dette camere dell’eco: si sta tutti insieme e quello che “grida” il primo, gli altri continuano a gridarlo con ancora più forza. Ci clusterizziamo in bolle dove ciascuno può specchiarsi. Quindi, non è vero che le informazioni sono plurime e disponibili, e se lo sono di fatto viviamo in sistemi tribali, in cui continuiamo a essere insensibili alle informazioni degli altri. Questo atteggiamento, che vale più o meno sempre, negli anti-vaccinisti è molto forte. E il meccanismo per cui quando cerchiamo di convincerli con evidenze scientifiche si radicalizzano si chiama “ritorno di fiamma”».
Questa chiusura cognitiva molto forte è stata studiata tra il 2014 e il 2015 in due esperimenti pubblicati su Pediatrics (su 1759 genotori) e Pnas (su 811). «Di fronte a immagini di bambini in stato comatoso in seguito a malattie infettive (il morbillo nello specifico) prevenibili con vaccini, dopo aver ascoltato il dramma vissuto dalle madri in prima persona e infine aver visto studi scientifici che dimostravano la non correlazione tra autismo e vaccini, i genitori hanno dimostrato di capire le informazioni singolarmente, ma ciò non ha fatto cambiare idea quando si è trattato di decidere di vaccinare i loro figli, anzi è aumentato il numero dei genitori contrari. Pnas ha rifatto l’esperimento cambiando il terzo modulo, cioè non ha offerto informazioni correttive. Non alimentando i pregiudizi (bies cognitivi)che chiudono cognitivamente gli antivaccinisti, hanno ottenuto buoni risultati.
Gli psicologi cognitivi ci dicono anche qual è l’informazione che il nostro cervello da un punto di vista evolutivo riesce a “digerire”. «Di fronte al calcolo dei rischi-benefici, alla probabilità, all’incertezza, alle scelte multiple, alle informazioni conflittuali – che sono esattamente le condizioni che hanno a che vedere coi vaccini- il nostro cervello sbaglia, non siamo stati selezionati per capire la scienza» conclude Grignolio.
Il sovraccarico informativo annebbia anche i dati più evidenti e concreti: oltre ad avere più paura del vaccino che non della malattia, che non vediamo perchè protetti dalla vaccinazione, la spesa del Ssn nel 2015 per i vaccini è stata pari a 318 milioni (l’1,4%) gli immunomodulanti sono costati 1 miliardo e 800 milioni, 1 miliardo e 23 milioni gli antiulcera. La vaccinazione insomma costa al servizio sanitario 15 euro cad, cifra ben lontana dal coprire la terapia di una qualsiasi malattia infettiva.
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