L’adolescente medio passa almeno sei ore al giorno davanti a uno schermo, in buona parte quello dello smartphone. Un dato che non è molto tranquillizzante alla luce delle ricerche più recenti: l’uso dei media digitali è connesso con la depressione, chi è esposto per più di cinque ore ha il 71% di possibilità in più di avere pulsioni al suicidio di chi ci sta un’ora sola e il 51% di probabilità in più di dormire meno di sette ore per notte. Non solo: il 67% dei docenti Usa registra un aumento della distrazione a scuola da quando i device digitali sono entrati in aula, con un aumento dei problemi emotivi e sociali degli studenti. Sono solo alcuni dei dati citati nella lettera aperta ad Apple da parte di due fondi suoi grandi azionisti invitando la Mela, da sempre leader dell’innovazione, a fare il possibile per difendere i giovani da questi rischi. Tanto più che lo stesso Steve Jobs, come anche Bill Gates, non voleva che i figli piccoli utilizzassero i device. In questi giorni il Miur ha dato il via libera all’introduzione dei device personali a scuola pubblicando un decalogo per il loro uso in chiave didattica, sintesi delle riflessioni di un apposito gruppo di lavoro. Le polemiche sullo smartphone in classe sono quindi destinate a rianimarsi.
«Adottare un atteggiamento proibizionista non serve: i ragazzi vivono con questi strumenti – afferma Adriano Fabris, docente di Etica della comunicazione all’Università di Pisa, che ha partecipato al lavoro del gruppo del Miur -. Si tratta di integrare nella dimensione dell’apprendimento scolastico i dispositivi che i ragazzi usano quotidianamente e, soprattutto, di insegnare come usarli criticamente, dentro e fuori dalla scuola». È lo stesso assunto da cui parte il decalogo: l’innovazione non può essere respinta, ma può e deve essere sfruttata al servizio della didattica.
L’uso del digitale cambia necessariamente le modalità e le forme dell’apprendimento, aggiungendosi agli strumenti tradizionali. Soprattutto per quanto riguarda materie scientifiche e apprendimento delle lingue, diversi studi hanno rilevato che l’integrazione (non la sostituzione) dei device nell’insegnamento produce perfomance migliori, almeno nel 70% dei casi esaminati. «Dal punto di vista dell’apprendimento il digitale ha effetti di potenziamento, rappresentando uno strumento gestito direttamente dal soggetto, interattivo, con rinforzo immediato, a flusso continuo di informazioni, capace di tenere l’attenzione finalizzata. Certo però tutto dipende anche dal come e dal quanto viene usato…», sostiene Daniela Lucangeli, docente di Scienze cognitive dello sviluppo all’Università di Padova. A sostenere che si tratti di limitare, non di eliminare la tecnologia, è anche Jean Twenge, autore di una delle ricerche citate dagli azionisti Apple: «La soluzione sembra semplice: limitare il tempo e le modalità in cui i device possono essere utilizzati», anche tramite app.
«Gli effetti rischiosi dell’esposizione prolungata sono noti in ambito clinico e neuropsicologico – prosegue Lucangeli: per esempio gli effetti della iperstimolazione dello schermo (in soggetti predisposti, la risposta alla frequenza delle immagini può indurre fenomeni di tipo epilettico) e quelli più diretti dei campi elettromagnetici associati al cellulare sui tessuti esposti (in particolare sul cervello in via di sviluppo). Infine è chiaro‭che l’informazione si traccia nella memoria con grande potenza, ma allo stesso tempo stabilizza anche gli eventuali errori commessi con il digitale». Spesso però la ricerca fatica a tenere il passo dei progressi tecnologici. In più, quando si raggiunge qualche evidenza scientifica, le posizioni si irrigidiscono di fronte alla tendenza ad assolutizzare i vantaggi e i rischi. Meglio quindi evitare l’unilateralità, la mera sostituzione dei metodi tradizionali con il digitale: l’uso delle tecnologie non deve comunque sostituire il flusso intelligente di interazione con il docente, che rimane fondamentale.
Già, il docente: è lui chiamato a governare l’utilizzo del digitale, ruolo per il quale è necessaria una preparazione ad hoc. «Non si tratta primariamente di una formazione di tipo tecnologico – afferma Fabris -: si tratta di consolidare e di trasmettere una consapevolezza di tipo etico. Bisogna cioè, come insegnanti, far capire che non basta che vi sia una qualche interazione con determinati dispositivi. Anche in rete si agisce e bisogna dunque acquisire la consapevolezza che pure in tali contesti è necessario agire in maniera responsabile. Gli insegnanti, insieme ai genitori, sono chiamati anche a questo tipo di formazione».
Servono insomma adulti in grado di governare il potere enorme che si dà in mano ai ragazzi con il digitale: i giovani in fase di sviluppo devono essere messi in grado di trasformare «uno strumento di indipendenza e di egocentrismo intellettuale in fase adolescenziale – conferma Lucangeli – in biblioteca del sapere umano, in strumento di scelta e di autodeterminazione con una consapevolezza che sia incentrata sul proprio bene». Come sottolinea anche il decalogo del Miur, si tratta di educare i ragazzi alla cittadinanza digitale. Che ormai è uno dei compiti cui la scuola deve rispondere.