Proviamo a esemplificare i passaggi che consentono lo scambio di informazioni (la moneta è il caso più importante). Il primo modello, quello usato da secoli, è la transazione da A a B in modalità diretta, locale e irreversibile. È la classica transazione che facciamo con il contante. In seguito si è aggiunta l’informazione digitale: da quel momento gli scambi di valori sono possibili anche tra persone distanti, ma occorre un intermediario per certificare lo scambio. È il caso dei movimenti tramite il servizio di banking online.

Oggi con la blockchain possiamo avere, per la prima volta, entrambe le proprietà del digitale e dei beni materiali: per esempio è possibile trasferire valori nel tempo e nello spazio, in modo diretto e permanente. Se internet è una catena di nodi per propagare le informazioni, la blockchain è il sistema per trasferire i valori in tutta sicurezza, senza controlli. O, meglio, risolve il classico dilemma: «Chi controlla il controllore?». E lo fa attraverso l’eliminazione dell’elemento umano sostituendolo con un meccanismo trasparente che non può essere manipolato, neanche a posteriori.

Ecco perché si dice che la blockchain è l’internet 2.0. Dalla comunicazione top-down siamo arrivati al Tcp/Ip, così abbiamo avuto la possibilità prima di tutto di iniziare la comunicazione, e successivamente di farla meglio, grazie al world wide web che è stato creato su tale piattaforma. L’innovazione ora può partire dalla periferia per mezzo di codici sorgenti aperti, proprio come con la blockchain. Da qui si dischiude un futuro aperto e del tutto imprevedibile.

Perché accade ora? Il primo esempio che viene in mente sono le operazioni bancarie. Esse trattavano i trasferimenti di denaro come se ancora fosse materiale, fisico, come se ci fosse ancora l’intervento manuale. Ora che siamo passati a una commutazione a pacchetto, come la rete internet, è tutto automatizzato e la banca viene sottoposta a una sfida: adeguarsi o perire. L’innovazione non si fermerà alle banche, perché tanti altri settori verranno riconvertiti, volenti o nolenti, verso una maggiore efficienza. Grazie alla relazione tra bitcoin e blockchain ora è possibile abbassare le barriere d’ingresso; quindi occorrono molto meno costi e tempi per muovere le informazioni e i valori tra pari.

Come sta cambiando? Quando osserviamo che il Mit ha creato un team di ricercatori sul tema vuol dire che poi le università di tutto il mondo seguiranno. Quando si legge sull’Economist, il giornale più conservatore, che blockchain è tra le “next big things” qualche domanda dobbiamo farcela. Si sta passando da amatori a professionisti della materia.

Del resto è lo stesso sviluppo che abbiamo visto per Linux, all’inizio erano in pochi a conoscerlo, poi molti studenti si sono trasformati in sviluppatori e manager e tutto è cambiato. È entrato nelle imprese e i governi di mezzo mondo l’hanno usato. Lo stesso succederà per la blockchain, data la sua innata caratteristica di trasparenza così richiesta dai cittadini ai quali non si può più negarla. Lo stesso dicasi in termini di efficienza per pratiche notarili, titoli di proprietà e per qualsiasi licenza statale.

Quindi è tutto perfetto? No, ci sono ancora tanti problemi di scalabilità, concentrazione dei miners e costi. Però anche la rete internet all’inizio era lenta. Per questo abbiamo cambiato e migliorato protocolli e componenti: prima passava solo la voce, ora passano i dvd in pochi secondi. Oggi abbiamo a disposizione una rete per trasferire valori e per sviluppare software molto innovativi. Senza questa infrastruttura non potremmo avere la comunicazione tra pari.

È una catena invisibile perché immateriale, ognuno è collegato all’altro, con un’interazione a rete. Bitcoin/blockchain non è un prodotto di una azienda, ma un non-prodotto emerso da una comunità. È l’ultima rete nata per consentire di scrivere dentro questo mondo per farci fare un balzo in avanti nell’evoluzione, per sempre, tutti insieme.