Entro la fine dell’anno, con l’approvazione della Legge di Stabilità, l’Italia potrebbe essere il secondo Paese, dopo gli Stati Uniti, ad avere nella propria giurisprudenza il riconoscimento delle “società benefit”, imprese for profit che incorporano la finalità sociale nel proprio business model. Questa tipologia d’impresa nasce nel solco tracciato dalle più famose B-Corp, ovvero imprese che ottengono da B-Lab la certificazione in seguito ad un processo di valutazione che misura l’adeguatezza di numerosi parametri sociali. La socialità dell’impresa non è certo una novità e da oltre 20 anni viene perseguita attraverso l’implementazione di pratiche e strumenti di responsabilità sociale d’impresa quale principio sempre più diffuso, come dimostrano le numerose certificazioni e la produzione di bilanci sociali, pensati per alimentare azioni, progetti e investimenti verso quella pluralità di stakeholder che compongono l’ecosistema dell’impresa. Tutto ciò però non è più sufficiente. Per competere nel lungo periodo, l’engagement e la comunicazione sociale non bastano; occorre, invece, condividere il valore aggiunto prodotto con i propri stakeholder e conseguentemente assumere una diversa prospettiva circa il valore del sociale. Su questo le future “società benefit” giocano la loro biodiversità assumendo l’impatto sociale declinato in quattro aree (comunità, lavoratori, ambiente e governance), non più come un’azione redistributiva per aumentare la propria dotazione reputazionale, ma come un vero e proprio  input della produzione del valore. Si modifica così la struttura “genetica” dell’impresa, superando la cultura dei “due tempi”, quella ispirata al “prima produco ricchezza e poi erogo al sociale”, con quella in cui “il sociale entra nella produzione della ricchezza, condizionandola”.

A tali elementi endogeni si aggiungono almeno tre fattori esogeni che stanno accelerando queste trasformazioni. Il primo è l’avvento della società della conoscenza e l’uso sempre più pervasivo delle tecnologie alimentate da paradigmi collaborativi che, da un lato, obbligano le imprese alla massima trasparenza e, dall’altro, sono in grado di sanzionare pesantemente comportamenti che generano disuguaglianze o “poco sostenibili”. Il secondo fattore nasce dalla crescente importanza del legame fra l’impresa ed il proprio ambiente: le imprese competitive sono “orchestratori di reti” (Harvard Business Review 2015) e perciò la dotazione di capitale sociale, fiduciario e reputazionale diventa un asset imprescindibile per la loro competitività. L’ultimo elemento è la spinta esercitata dalle nuove generazioni di consumatori/cittadini (millennials) che, mossi da motivazioni pro-sociali, tendono a premiare e preferire l’accesso e il consumo di beni e servizi ad alto contenuto sociale. Nonostante non manchino dubbi circa la fattibilità nell’individuare metriche capaci di misurare e certificare in maniera terza e credibile le caratteristiche distintive di questa tipologia di impresa, credo che la significatività di questa proposta sia quella di iniziare una nuova stagione di policy volta a promuovere nuove modi di “fare impresa”. In questo senso è importante che la scelta di assumere la qualifica di “società benefit” risieda intrinsecamente nell’intenzionalità e nella preferenza per un più ampio spettro di finalità (sociali ed economiche) e non nella mera ricerca di strumentali agevolazioni o incentivi. Rischio, questo, che si corre nel momento in cui l’obiettivo si sposta dalla produzione di effetti positivi alla “riduzione di effetti negativi su una o più categorie di soggetti” (articolo 2 del Ddl), dando al concetto di “benefit” anche un’accezione che va nella direzione di “riduzione di esternalità negative” generate attraverso l’attività principale di natura economica piuttosto che di reale produzione di impatti sociali positivi. Su questo punto, in futuro, occorrerà fare chiarezza per evitare usi strumentali e interpretazioni che potenzialmente potrebbero riconoscere come meritorie azioni di “riduzione del danno” a pari di quelle orientate a creare valore condiviso.

Non abbiamo, infatti, bisogno di nuove tipologie giuridiche orientate alla ricerca di agevolazioni fiscali o di nuovi percorsi di certificazione, quanto  di nuovi meccanismi di produzione del valore capaci di ricombinare il sociale con l’economico superando i riduzionismi generati da una visione distorta dell’impresa alimentata dall’ideologia dell’homo eoconomicus. I diversi e non sovrapponibili dibatti sulle “società benefit” (in ambito for profit) e quello sull’impresa sociale (in ambito non profit) ci stanno raccontando come oggi il valore è “localizzato” in quella terra di mezzo fra profit e non profit dove l’ibridazione fra diverse organizzazioni produce un paradosso, quello della generatività e dell’innovazione.