Irrigidirsi di fronte alle novità e alle “scomode verità” è uno dei meccanismi psicologici tra i più comuni. Allo stesso tempo, soprattutto a lavoro, è anche fra i più doverosamente evitabili. Invece, diciamocelo chiaramente, come fossimo di fronte al nostro responsabile risorse umane o dall’analista: come reagiamo di fronte alla noiosa questione nucleare? E all’altrettanto nuova, per così dire, problematica del cambiamento climatico?

I migliori fra noi scrollano le spalle, navigatamente certi che nulla si possa fare, che il mondo va avanti pur senza di noi. Altri sviluppano un sano, per loro, oppositivismo che nega, al contrario dei positivisti, persino i dati.

Nell’anno del Nobel per la Pace all’Ican-International Campaign to Abolish Nuclear Weapons che si batte per il disarmo nucleare, mentre si riaccende l’escalation delle tensioni nucleari, il trinomio Usa-Iran-Corea del Nord. Nello stesso anno dello sforamento di tutti i livelli di CO2, le famose 400 ppm, del Trump negazionista climatico mentre l’ultimo Rapporto Usa sconfessa il presidente sulla stretta correlazione tra attività umana e inquinamento globale. Sulla questione “nucleare e cambiamento climatico”, dunque, proviamo a capire se esiste una correlazione. Iniziando da qualche data perché, se pure il giorno del giudizio non è vicino, pare abbia stranamente a che fare con il numero sette.

  1. Appena usciti dalla Seconda Guerra mondiale, gli scienziati mettono a punto il Doomsday clock, l’orologio dell’Apocalisse che misura metaforicamente quanto manca alla fine del mondo, monito a che l’umanità non cada più preda degli orrori della guerra (le guerre, considerando solo le due mondiali del Ventesimo Secolo). Nello stesso anno, 1947, inizia la Guerra fredda Usa-Urss le due superpotenze ex alleate partono con la corsa al riarmo, che stavolta si sposta sugli armamenti nucleari.

Dopo 70 anni.

  1. Il neo-eletto Potus-President Of The United States Donald Trump propone come ricetta economica dell’America First un ritorno al carbone come combustibile principale dello sviluppo, come nella prima fase del capitalismo industriale, mentre gli uragani si abbattono copiosi su suolo americano, Miami sprofonda nell’acqua, e dall’altra parte del mondo il permafrost si assottiglia pericolosamente pieno di anidride carbonica e virus millenari. Contemporaneamente Trump inizia una guerra dei bottoni con Kim Jong-un, leader nordcoreano, mentre rimette in discussione gli accordi presi da Obama con l’Iran, compresa proprio la difficile questione nucleare. Viene assegnato il Premio Nobel per la Pace all’Ican associazione che da sempre si occupa della scomoda, ma pur sempre verità, della necessità di interrompere la corsa al nucleare.

Secondo Giovanna Pagani, già presidente della Wilpf-Women’s International League for Peace and Freedom Italia la correlazione tra nucleare e climate change esiste, tanto da averne relazionato alla recente Cop23 di Bonn: «L’emergenza climatica è in sinergia con l’emergenza nucleare e con l’emergenza della povertà». Pagani non ha dubbi: «Non possiamo più ragionare settorialmente. Deve cambiare l’orientamento della politica mondiale attraverso una visione sistemica che riaffermi la centralità di una rinnovata alleanza tra esseri umani e natura. Mettendo in pratica il pensiero che, a partire dagli anni ’70, ci ha messo in guardia rispetto agli effetti catastrofici della politica di sviluppo, ormai, insostenibile».

Non solo Georgescu-Roegen, la grande crisi degli ultimi anni, per l’ex presidente WILPF: «Il report commissionato dai paesi del G7 all’istituto tedesco Adelphi afferma che dal 1945 a oggi ben 111 conflitti nel mondo originano da cause ambientali e, di questi, tra i 79 ancora in corso, 19 sono a massima intensità. Dunque il cambiamento climatico, sconvolgendo gli ecosistemi, è un moltiplicatore di minaccia della sicurezza globale. E le guerre che vengono attivate possono facilmente degenerare in uno scontro nucleare».

Per Pagani, che ha partecipato attivamente all’adozione del Trattato internazionale d’interdizione delle armi nucleari (Conferenze di Vienna, Ginevra e New York), il negazionismo è un atto irresponsabile: «Si dovrebbe andare oltre gli accordi di Parigi (la COP21 del 2015 dalla quale Trump è uscito, ndr) e non cercare di patteggiare sugli impegni assunti».

Molti importanti scienziati si sono susseguiti nel monito dell’orologio dell’Apocalisse – che certo, pur potrebbe avere un nome meno inquietante – dallo Stéphane Hessel di Indignez-vous a Carl Sagan, che definiva la Terra a Pale blue dot: «iI fatto che il 7 luglio scorso l’Assemblea delle Nazioni unite abbia adottato (122 paesi firmatari) il Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpnw) che ha cambiato il quadro giuridico internazionale proibendo non solo il possesso e l’uso delle armi nucleari, ma anche la minaccia dell’uso, è la dimostrazione della positiva ricaduta delle idee di questi pensatori ma anche di tante donne scienziate e intellettuali tra cui Rosalie Bertell, Vandana Schiva, Helen Caldicott».

Insomma non tutti di fronte alle scomode verità si tirano indietro: «La società civile dal 2006 ha potenziato la sua forza di azione mettendosi in rete». E il Premio Nobel per la Pace assegnato a Ican (Wilpf è tra i promotori), secondo Pagani «è un enorme risultato che testimonia il crescere di un pensiero collettivo nuovo (…) condensato molto bene nel libro di Madelaine Caspani Mosca L’arme nucléaire interroge le psychanalyste».

Nei prossimi anni si potrebbero configurare tre possibili scenari: «Il primo, catastrofico: durante la lunga era nucleare per ben nove volte abbiamo rischiato il “suicidio nucleare” (come l’ha definito Papa Francesco). L’errore è pensare che non possa succedere», sotto questo profilo continua Pagani: «Erik Sloshler ce lo spiega molto chiaramente». Il secondo scenario invece: «È l’aggravamento dello stato attuale col rischio di un aumento degli stati nucleari per effetto del perdurare della politica di guerra e provocazione perpetuata oggi dagli Usa (unica potenza che ha già usato 2 volte l’arma nucleare). L’esempio della Corea è lampante». Il terzo, si spera, chiude Pagani: «È quello dell’umanità che imbocca la strada della promozione delle condizioni necessarie per avviare il disarmo nucleare, che può avvenire solo attraverso la disattivazione simultanea delle testate e poi la loro eliminazione. Centralità dell’Onu, ora messa sotto scacco dalla Nato. Energie rinnovabili e abbandono del sistema energetico fossile e dell’uso civile del nucleare (porta aperta verso il nucleare militare e fortemente inquinante non solo per le scorie radioattive). Scuole, università e mass media focalizzati nella promozione dei principi enunciati nella Carta della Terra che ha ispirato la Conferenza di Rio del 1992: rispetto e cura per la comunità della vita, integrità ecologica, società globale sostenibile fondata sul rispetto per la natura, sui diritti umani universali, sulla giustizia economica e sulla cultura della pace. Smilitarizzazione dei sistemi di sicurezza nazionali, riducendoli a livello di semplice difesa, conversione delle risorse militari a scopi di pace, compreso il ripristino ambientale. Eliminazione degli armamenti nucleari, biologici e tossici e le altre armi di distruzione di massa».

Con il consueto cinismo, alcuni di noi potrebbero concludere, impossibile. Ma la scomoda verità è che è il nostro futuro.