La parola “disruption” spesso associata con il digitale significa: rottura, nel senso di rompere o gettare in disordine. Penso che questo sia l’obiettivo di un innovatore: svegliarsi la mattina e scombinare il mondo, scoprire un nuovo concetto che cambia tutto. Se hai successo sui social media ottieni milioni di condivisioni, mentre su Euronext le tue azioni varranno milioni. Oggi, mentre le invenzioni conquistano il mondo, guardiamo ammirati questi innovatori come stregoni moderni che ci incantano con la loro magia. Il ritmo del cambiamento è sconcertante. Grazie a questa nuova connettività che abbiamo a disposizione, intere aree della tecnologia fino a poco temo fa segregate ora si uniscono e condividono concetti, principi e metodi in tutte le discipline, aiutando tutti a progredire ancora più velocemente insieme.

Non sto rivelando niente di nuovo dicendo che siamo al centro di una quarta rivoluzione industriale che sconvolgerà l’attuale ordine economico: il modo in cui facciamo le cose, il modo in cui operiamo, il modo di lavorare e anche il modo in cui viviamo. Personalmente sono un idealista senza illusioni – come ha detto una volta Jfk – e credo che la storia abbia dimostrato che ho ragione. Basta guardare l’Europa. Abbiamo costruito un continente aperto e libero dove regna la democrazia, non esiste la pena di morte. Dove il potere del libero mercato coesiste con la responsabilità della governance sociale. Un risultato veramente unico di cui francamente credo dovremmo essere più orgogliosi. Nel corso degli anni, l’innovazione ha migliorato la nostra vita. Viviamo più a lungo e meno persone soffrono di fame e mi meraviglio di ciò che i miei figli sappiano e cosa possano fare (anche se a loro non lo dico per non farli diventare ancora più insopportabili e arroganti su ciò che possono fare).

È per questo che guardo all’innovazione e alla tecnologia per continuare a nutrirci tutti, per curare malattie antiche e nuove, per generare energie rinnovabili in grado di proteggere il nostro pianeta, educare nuove generazioni di cittadini che devono navigare in mari di informazioni, mappare i codici genetici della vita, comprendere il nostro Pianeta, il nostro universo e, naturalmente, proteggere l’umanità da pericoli naturali, ma anche da se stessa.

È per tutto questo che accetto la rottura e il disordine provocato dalla “disruption”, ma ci sono effetti collaterali, alcuni piccoli, alcuni grandi. È fantastico quando i robot ci fanno il bucato e altri lavori, ma cosa significa questo per le persone i cui posti di lavoro possono essere automatizzati?

È fantastico quando le persone di tutto il mondo possono incontrarsi e parlare attraverso Internet, ma cosa succede quando gli estremisti e i terroristi possono predicare, reclutare e sparare i loro moroni per uccidere e morire per le strade di Londra, Bruxelles o Parigi?

È fantastico quando l’intelligenza artificiale può aiutarci a guidare le nostre auto in modo sicuro attraverso il traffico, minimizzando la mortalità stradale, ma cosa succede quando queste macchine diventeranno più intelligenti di noi? Alcuni dicono che Dio ha creato l’uomo, e poi l’uomo ha rifiutato Dio. Oggi creiamo sofisticati algoritmi… Possono un giorno rifiutarci a loro volta? Quando la tecnologia supera in avanti, dobbiamo fare un passo indietro e guardare allo specchio. Dobbiamo perciò chiederci se la nostra etica, le nostre norme e le nostre leggi sono adatte a questi nuovi sviluppi? Possiamo ancora essere certi che noi – noi umani – controlleremo ancora la tecnologia? Per tornare alle basi di tutto dobbiamo chiederci: chi siamo e che cosa vogliamo rappresentare? Che tipo di mondo vogliamo che i nostri figli vivano? La tecnologia non ha nessuna moralità innata. L’energia nucleare può curare e può uccidere ed è per questo che l’innovazione è soprattutto una sfida morale e politica.

Perché l’innovazione e la tecnologia siano al nostro servizio, noi – l’umanità – dobbiamo riempire l’innovazione di un vero significato. L’internet di prossima generazione deve perciò essere ben più che l’Internet di cose. Deve essere l’Internet dei valori. Ciò significa che, innanzitutto, dobbiamo proteggere la democrazia e il nostro modo di vivere. In Europa ci siamo forse troppo abituati a vivere in una società libera, pacifica e aperta. Ma niente è irreversibile, indivisibile o inevitabile. I nostri valori sono minacciati, non solo dall’esterno, ma anche dall’interno perché la quarta rivoluzione industriale porta anche il rischio che le noste democrazie vengano “hackerate”. Hackerate dalle disuguaglianze, dal potere sempre più grande e dai soldi nelle mani di alcuni enormi giganti di Internet.

Hackerate, in termini molto letterali, da hacker e troll che interferiscono con la politica dall’interno del Paese o dall’estero o che fanno una guerra ibrida. Hackerate dalle “echo chambers” della rete, che ci impediscono di ascoltarci e vederci reciprocamente, dalla disinformazione e da una nuova forma di analfabetismo creata dall’incapacità di distinguere il fatto dalla finzione e dalla perdita del pensiero critico. Hackerate, come è successo recentemente e con estrema viltà a Londra da un manipolo di fanatici il cui rifiuto della modernità non gli impedisce di diffondere l’odio ad alta tecnologia fino a portarlo nelle nostre strade. Io vi posso assicurare che non permetteremo agli estremisti omicidi di usare le nostre libertà contro di noi, di mettere dirottare l’autostrada dell’informazione per trasformarla in un’autostrada digitale della morte.

Abbiamo creato l’Internet Forum europeo nel 2015 perché tutti gli Stati membri, i soggetti interessati e l’industria possano agire insieme. Ora quattro delle maggiori aziende (Facebook, Twitter, Google e Microsoft) hanno sviluppato un database per aiutare a risolvere questo problema. La lotta continua mentre insieme sviluppiamo nuovi mezzi per contrastare i contenuti radicalizzanti insieme all’obiettivo di individuare più segnali collegabili ad attività potenzialmente terroristiche sulle piattaforme.

In secondo luogo, il nostro sistema democratico può funzionare solo se possiamo garantire che nessuno venga lasciato indietro. Uber potrebbe togliere il lavoro ai tassisti, ma poi le automobili senza conducente possono, a loro volta, rendere disoccupati i conducenti di Uber. Nemmeno i colletti bianchi sono più al sicuro. Certo, saranno creati nuovi posti di lavoro. Molto probabilmente richiederanno più competenze e migliori. Ma come spesso accade, coloro che hanno meno istruzione e redditi più bassi rischiano di soffrire di più. Oggi diciamo alle persone: l’apprendimento dovrà durare tutta la tua vita, devi adattarti ed essere flessibile. Tutto ciò è vero, ma allo stesso tempo i nostri mutui, i nostri affitti, non sono flessibili. Né la nostra assicurazione, i nostri generi alimentari, né la scuola dei nostri figli.

Tutto questo rappresenta una sfida. La “distruzione creativa” di Schumpeter è un grande concetto, che porta a grandi progressi, ma se perdi il tuo lavoro ti chiederai arrabbiato: “Progresso? Quale progresso?” Quindi, se vogliamo diventare più flessibili, è inevitabile cominciare a pensare a cose come il reddito universale di base. Per creare una stabilità sufficiente per permetterci di essere più flessibili. Per rispondere a queste sfide, cosa dobbiamo fare? Di fronte a questa profonda paura di perdere il controllo, i populisti promettono protezione proponendo di rimandare indietro gli orologi, erigendo muri prima per terra, poi online.

Ma i muri non sono una soluzione, lo sono invece i ponti. Lavorando insieme l’Europa può costruire ponti e affrontare queste sfide. Basta fare due conti per capire che la nostra forza globale in Europa è nei numeri, nella nostra diversità, nei nostri valori, nella nostra apertura e nella nostra unità nel progettare del futuro. Entrambi i miei nonni erano minatori di carbone e sono orgoglioso di quella tradizione mineraria, ma non mi sognerei mai di mandare delle persone a lavorare in miniera oggi. Le energie rinnovabili stanno diventando più competitive ogni minuto che passa e sono chiaramente la strada che dobbiamo imboccare. Dobbiamo rifiutare una società “Wolo” (We Only Live Once – viviamo solo una volta) per abbracciare invece una società “Wohow” (We Only Have One World – abbiamo solo un mondo). Il presidente Trump non ha fatto al clima nessun grande favore rifiutando l’accordo di Parigi. Ma mentre l’America ritorna al carbone, la Commissione europea continua a lavorare sull’applicazione dell’accordo di Parigi con il resto del mondo, sull’eco-design per creare elettrodomestici più verdi e sull’economia circolare per muoverci verso un’economia senza sprechi e Il futuro delle materie plastiche, quel grande flagello dei nostri mari e la nostra salute, per mettersi così alla testa di un forte programma di sostenibilità e invitando a scienziati e innovatori a unirsi a questa impresa per creare posti di lavoro e salvaguardare il nostro pianeta.

Ma questa sfida riguarda anche e soprattutto le persone. Per evitare che il tessuto sociale delle neostre comunità venga lacerato, dobbiamo ridisegnare il contratto sociale e ribadire la nostra promessa che nessuno in Europa sia lasciato indietro. Questo significa dare più potere alle donne e agli uomini. Ad esempio, attraverso la nostra proposta di equilibrio tra vita e lavoro, varata la scorsa primavera, offrendo maggiore flessibilità sia per le donne che per gli uomini, assicurando loro di avere una vera scelta nel realizzare la loro vita, come genitori, assistenti e professionisti, come giudicano idonei e mettere a frutto quella riserva sottoutilizzata che è il talento delle donne. Dobbiamo assicurarci che ognuno possa condividere i frutti del progresso e che il commercio libero si trasformi in commercio equo che i nostri elevati standard di salute e sicurezza diventino lo standard a livello mondiale.

Per questo come Commissione abbiamo presentato un documento per avviare il dibattito su come possiamo sfruttare la globalizzazione, rendendola funzionale per tutti, non solo per quelli che sono nei ranghi più alti della società. Dobbiamo fare tutto questo perché abbiamo bisogno di garantire il futuro di una società europea aperta e dei nostri cittadini. Dobbiamo farlo, perché se non lo facciamo, le forze dell’illiberalismo e della xenofobia che si nutrono delle crisi potrebbero avere la meglio. La mia conclusione è che nutro grandi grande speranze per l’Internet di nuova generazione perché è la prossima generazione di europei che costruirà la prossima generazione di internet. L’Europa è il loro habitat naturale, viaggiano da Bruxelles a Bucarest come i miei genitori hanno fatto da Maastricht a Amsterdam (tra l’altro più facilmente, e in modo molto più economico…). Quelli come mio figlio, nati nel 1989, un anno di miracoli, hanno conosciuto solo un’Europa che è indivisibile e in pace. Quelli nati in quell’anno sono anche la prima generazione veramente digitale che non hanno mai conosciuto il mondo analogico. I lettori di audiocassette, i quadranti rotativi, i fax, per loro appartengono solo al passato, come pure la scuola che ha conosciuto la mia generazione. Le nostre giovani generazioni sono idealiste, ma senza essere ideologiche, ispirate non dalle visioni, ma guidate dai valori. Se sapranno sfruttare il loro entusiasmo e organizzarsi, sono sicuro che queste nuova generazioni di veri nativi digitali europei, sapranno affrontare con successo le sfide che hanno davanti.

Io credo che sapranno muoversi verso il futuro con grandi speranze, abbraciando i fenomeni di “disruption” ma tenendo presente anche le parole di una delle più grandi menti del nostro tempo, Albert Einstein, che osservò: “La preoccupazione per l’uomo e il suo destino deve sempre essere il principale interesse di ogni sforzo tecnico. Non dimenticare mai questo in mezzo ai tuoi diagrammi e alle tue equazioni.