Quando ci riferiamo a “macchine che pensano”, di fatto pensiamo a “macchine che pensano come persone”. E’ ovvio che, sia pur in maniere molto diverse, le macchine pensano: provocano eventi, gestiscono fenomeni, prendono decisioni, fanno scelte e attuano diversi altri aspetti del pensiero, anche se non tutti. Ma la vera questione è se le macchine possono arrivare a pensare come l’uomo, vale a dire a risultati sui quali diventa impossibile dire se sono il frutto di un ragionamento di un uomo o di una macchina.

Alcuni eminenti guru scientifici hanno paura di un mondo controllato da macchine pensanti. Non sono sicuro che sia una paura giustificata. Io sono maggiormente preoccupato di un mondo in mano a persone che pensano come macchine, una tendenza emergente della nostra società digitale. (…)

Il pensiero basato su algoritmi, la brevità dei messaggi e la tensione della pura logica  muovono gli uomini verso il pensiero delle macchine piuttosto che a insegnare con calma alle macchine di avvicinarsi al nostro senso comune e alle nostra capacità intellettive. Un’inversione di questo trend sarebbe una svolta decisiva nell’evoluzione digitale dell’uomo.

Haim Harari è fisico ed ex presidente del Weizman Institute of Science

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