Capire come si sono prodotte le cinque estinzioni di massa registrate nei 4,5 miliardi di anni di vita della Terra può insegnarci qualcosa per il futuro. Il nostro pianeta ha resistito a mega-eruzioni, si è ripresa da glaciazioni colossali, dall’impatto con un asteroide e dall’intreccio di queste catastrofi e dalle loro conseguenze. Ma la “vita” ha resistito.

Nessuna estinzione di massa è (ancora) riuscita ad annichilirla, perché trova il modo di adattarsi ai cambiamenti. Perchè chi non si adatta è perduto. «L’Homo sapiens è così potente e pervasivo con le sue tecnologie e le sue attività da modificare l’ambiente con una rapidità che non si era mai vista prima e queste modificazioni ambientali retroagiranno su di noi, cioè ci cambieranno – precisa il filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani, professore associato al dipartimento di Biologia dell’Università di Padova -. Ma la velocità con cui l’ambiente intorno a noi sta cambiando è troppo rapida perchè ci sia un cambiamento evolutivo, che è molto più lento e richiede diverse generazioni. Mentre il cambiamento climatico che abbiamo davanti, secondo l’Ipcc riguarda due generazioni. Evolutivamente parlando un battito di ciglia. Questo non è mai successo prima, nel senso che ci siamo adattati ai cambiamenti climatici, ma con i tempi dovuti e il passare di centinaia di generazioni».

Quindi stiamo facendo un salto evolutivo, ma non sappiamo se avremo il tempo per portarlo a termine. «Il riscaldamento climatico non è un problema soltanto di per sé, perché la Terra ne ha già viste di tutti i colori, il problema è che interagisce e destabilizza il nostro mondo attuale, la nostra economia, la demografia perché obbliga all’emigrazione, alza il livello dei mari, semina conflitti…, prima ancora che ecologico, è un problema antropologico».
Ma il clima sta rallentando o accelerando l’evoluzione? «Il cambiamento climatico è stato uno dei fattori fondamentali dell’evoluzione – continua Pievani -. È da 2,5 milioni di anni che conviviamo con climi mutevoli, con fasi calde, fredde, e molti intervalli. Il mondo quindi è instabile da un punto di vista climatico da molto tempo e noi siamo figli di questa instabilità ecologica. Il paradosso però è che oggi, per la prima volta, dobbiamo adattarci a un cambiamento climatico veloce prodotto da noi stessi».

Dice Charles Mitchell, paleontologo della State University di New York: «Come il cervo non potrà mai evolvere al punto di correre più veloce della pallottola di un cacciatore, allo stesso modo le estinzioni di massa vanno oltre il potenziale evolutivo delle loro vittime». Insomma,l’evoluzione non è così duttile come ci piace pensare, di conseguenza non lo è l’adattamento. «La gente è convinta di potersi adattare, ed è vero, fino a un certo punto è possibile, ma dopo quel punto?» si chiede Matthew Huber, paleoclimatologo dell’Università del New Hampshire, il quale teme che l’uomo si sia ormai incamminato verso un clima simile a quello che caratterizzò l’Eocene 50 milioni di anni fa, quando l’Alaska era popolata da alligatori che indugiavano all’ombra dei palmizi. Non vi era traccia, all’epoca, di calotte glaciali. Lo scienziato si riferisce al massimo termico del Paleocene-Eocene, durante il quale la temperatura media globale aumentò di 6°C nell’arco di circa 20mila anni (un incremento medio per anno di 0,0003 °C) con picchi tra i 10 e i 20 °C ai poli.

A oggi la temperatura media globale della Terra è aumentata di circa 1°C rispetto all’epoca preindustriale. E questo in soli 137 anni. Le conseguenze? Come sono state spazzate vie le prime spugne, le libellule grosse come gabbiani, i dinosauri e i mammut lanuginosi, così anche noi potremmo dover passare il testimone. E prima di soccombere per raggiunti limiti fisiologici, saremmo costretti ad affrontare le inadeguatezze della struttura e dell’organizzazione della nostra civiltà. Perchè il cambiamento climatico è un formidabile moltiplicatore di rischi che vengono a loro volta amplificati proprio dalla complessità e dall’interconnessione.

Ma il progresso tecnologico? Certo, non possiamo escludere a priori lo sviluppo di una tecnologia in grado di abbattere rapidamente le emissioni di gas serra. La parola chiave in questo caso, però, è “rapidamente”, a patto di farne buon uso per non incorrere nell’inconveniente di estinguerci per eccesso di silicio, piuttosto che per troppa anidride carbonica.