L’ictus è una patologia molto comune: in Italia è la terza causa di morte (dopo le malattie cardiovascolari e i tumori) e si verificano più di 200.000 casi l’anno, un numero in crescita a causa dell’invecchiamento della popolazione. È anche la principale causa di invalidità: un terzo dei sopravvissuti risulta incapace di una vita indipendente a un anno dall’evento. Queste situazioni possono essere molto alleviate con terapie riabilitative, che però richiedono una lunga e costante applicazione, e quindi molto tempo e denaro. Fortunatamente i robot possono fare molto per aiutare i reduci da ictus senza che siano obbligati a recarsi in ospedale tutti i giorni. Un esoscheletro robotico può assistere i pazienti nel compiere i movimenti necessari.

Allo sviluppo di questo tipo di tecnologia sta lavorando Roger Gassert, professore di ingegneria riabilitativa presso il Politecnico di Zurigo, a partire da concetti ideati dal professor Jumpei Arata dell’università di Kyushu. Uno dei problemi da affrontare è stato il peso e ingombro eccessivo degli esoscheletri finora usati a scopo riabilitativo, che spesso impediva ai pazienti di sollevare le braccia e di avere la sensibilità necessaria per un corretto uso della forza.

L’esoscheletro sviluppato da Arata per la riabilitazione delle mani lascia invece liberi i palmi, senza perciò bloccare la sensibilità. Il problema del peso eccessivo dei motori è stato risolto collocandoli sulla schiena del paziente, facendoli agire a distanza attraverso cavi d’acciaio del tipo usato per i freni delle biciclette. Infine, un sistema di molle permette alle dita di adattarsi spontaneamente alla forma degli oggetti afferrati. Il risultato è che ora i pazienti sono in grado di afferrare con sicurezza una bottiglia d’acqua mentre indossano l’esoscheletro.

Ora Gassert si sta occupando del passo successivo: fare in modo che sia possibile al paziente comandare l’esoscheletro in modo intuitivo, anche quando la connessione mano-cervello è stata gravemente o completamente disattivata dall’ictus. In pratica occorre sviluppare un dispositivo in grado di individuare nel paziente l’intenzione di compiere un movimento, comunicando poi al robot di eseguirlo in sua vece. Questo potrebbe anche avere un beneficio terapeutico, rafforzando le connessioni neurali rimaste. Normalmente per studiare ciò che avviene nel cervello si usa la risonanza magnetica, ma questa non è compatibile con un dispositivo che sia portatile e applicabile al paziente, per cui Gassert sta studiando tecniche alternative di lettura dei segnali provenienti dal cervello, come l’elettroencefalografia (Eeg) e, ultimamente, la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNir).

Se si riuscirà a sviluppare un metodo affidabile per la lettura dei segnali provenienti dal cervello, queste tecnologie forniranno sia un utile strumento di terapia riabilitativa, sia una soluzione per migliorare la qualità della vita dei pazienti dove la riabilitazione non sia possibile.