Dalla proprietà all’accesso, andata e ritorno. Potrebbe essere questo il titolo che racconta l’evoluzione dell’economia della condivisione: un’economia nata dentro una domanda di senso, di socialità autentica. Poi sappiamo bene cosa è successo: l’avvento delle piattaforme digitali, prese d’assalto da un capitalismo che nello scambio fra pari ha intravisto il modello di business più adeguato per scalare, ha trasformato la natura e i fini della dimensione collaborativa generando un mercato che nel nostro Paese produce un giro d’affari di 3,5 miliardi di euro e che tra dieci anni, grazie a 12 milioni di italiani che si stima utilizzino le piattaforme (Università di Pavia), potrebbe valere fino a 25 miliardi.

Sono economie attivate da legami sociali (spesso deboli), che rappresentano indicatori non solo di una società sempre più liquida, ma anche di quel network effect ricercato dalle startup per generare quella creazione di valore di cui il mercato (finanziario) è assetato. Succede così che il capitale sociale, da sempre riconosciuto come presupposto dello sviluppo per la sua proprietà nel facilitare scambi e contratti, entri dentro “la proposizione di valore” delle nuove imprese. Insomma, la sharing economy da manifesto per una nuova economia e una nuova società più coesa rischia in meno di dieci anni di diventare un acceleratore disuguaglianze e un produttore di “surrogati relazionali” usati per stimolare consumi sempre più virali. La relazione, da sempre cardine per costruire identità e comunità, diventata così (volenti o nolenti) un indicatore chiave per il mercato.

Fortunatamente però il tempo trascorso ha fatto maturare tanto nell’economia quanto nella società una maggior consapevolezza degli effetti “indesiderati” di una economia diventata on demand, fino al punto di produrre delle discontinuità e nuovi scenari. Dopo la nascita e l’affermazione repentina del modello collaborativo oggi è sempre più evidente come non sia sufficiente condividere beni e servizi, ma occorre chiedersi dove va il valore prodotto e come questo valore viene condiviso; l’accesso e il possesso cominciano a lasciare il passo a forme ibride capaci di ricombinare la dimensione aperta e collaborativa con assetti proprietari o di governance più inclusivi e democratici. È dentro questa traiettoria che si stanno affermando due tendenze: la prima è l’ascesa delle “piattaforme cooperative”, la seconda è il riposizionamento comunitario delle tradizionali piattaforme.

ll movimento del platform cooperativism (Scholz-Schneider) auspica un cambiamento dei modelli di proprietà e di governance delle piattaforme di condivisione e di scambio. Proprietà e governance devono essere ridefinite in senso cooperativo, consentendo non solo la produzione di valore attraverso la moltiplicazione degli scambi tra pari ma anche la ridistribuzione di questo stesso valore proprio a quei pari che lo hanno generato. Per questo motivo è necessario ripensare la sharing economy in senso cooperativo, facendo sì che gli stessi lavoratori freelance siano proprietari della piattaforma e possano partecipare alla sua gestione; è necessario condividere non solo il “codice” della piattaforma, ma anche le modalità attraverso cui si genera e si ridistribuisce questo valore. Fairmondo, ad esempio, è un sito di ecommerce con sede in Germania in cui i venditori sono allo stesso tempo proprietari della piattaforma; una sorta di Ebay, dunque, ma in versione cooperativa. Loconomics è una startup nata a San Francisco, mette in connessione professionisti di servizi a livello locale, pur dando loro la possibilità di diventare soci con diritto di voto nell’impresa. Resonate e Stocksysi costituiscono piattaforme digitali per la condivisione rispettivamente di musica e fotografie, consentendo allo stesso tempo agli artisti di rimanere proprietari dei propri prodotti; Doc Servizi è invece la piattaforma cooperativa che in Italia offre a 6mila soci che operano in ambito artistico un ecosistema di tutele, servizi e opportunità capace di supportare in maniera moderna le vulnerabilità connesse al settore della cultura. Emblematico è anche il caso di Ridygo, piattaforma di ridesharing cooperativa fondata in Francia nel 2015, dove una parte delle revenue vengono donate a progetti sociali che combattono la disoccupazione.

L’altra tendenza osservabile in questo terzo tempo della sharing economy la si può leggere nella crescente focalizzazione comunitaria delle tradizionali piattaforme. Un esempio emblematico è Airbnb. Dopo aver lanciato il progetto Open Homes per l’accoglienza dei rifugiati (insieme a Comunità di Sant’Egidio e Refugees Welcome Italia) e Accessibilità (in partnership con Fish) ha recentemente costituto il suo network nazionale Host+Host (aggregando le associazioni territoriali) non solo per rappresentare interessi dei propri associati, ma per esplicitare una missione che vede le “molecole economiche” degli host diventare reti che si prefiggono di convergere verso finalità di interesse generale. Un passo importante per una piattaforma che associa 200mila host (+22% nel 2017) e che attira 7,5 milioni di turisti di cui l’86% vengono in Italia per «vivere come residenti». Siamo di fronte a un cambio d’epoca che mette in campo nuovi paradigmi di produzione del valore, nuove forme di civismo e nuovi corpi intermedi; fenomeni strutturalmente ambivalenti che chiedono di essere conosciuti, prima di essere giudicati. Una sfida questa che ci chiede di vigilare senza rinunciare a sperimentare. È un richiamo in primis alla politica affinché non solo rappresenti interessi di parte, ma promuova equità dando voce a ciò che la società, dal basso, genera.