Una consolle che gira tutt’attorno alla stanza e un circolo di comode poltrone al centro, con braccioli muniti di comandi. Era la sala in cui Salvador Allende sognava di guidare il Cile, con tecnologie che gli consentissero di avere informazioni e dati per prendere  le decisioni. CyberSyn rimase in funzione come prototipo avanzato meno di un paio di anni e venne distrutto nel 1973. Eppure la sua eco è rimasta. «Spesso quando parli con una persona di un  governo o di un ente pubblico  hai l’impressione che quello che vuole più di tutto è una dashboard per risolvere tutti i problemi. Una sorta di CyberSyn,  che dà forse l’illusione del controllo totale» spiega Giulio Quaggiotto. Un parere maturato, dopo esperienze diverse: è stato consulente per l’innovazione del governo di Dubai e, prima ancora, ha  gestito Pulse Lab Jakarta, iniziativa speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per esplorare l’uso dei big data nello sviluppo. «Ma questo approccio dei decisori pubblici ha mostrato nel tempo di non funzionare del tutto. I dati vanno costruiti socialmente e hanno sfumature specifiche a livello locale», aggiunge Quaggiotto.
Molti dei progetti degli ultimi anni sono nati colmare i vuoti delle statistiche ufficiali, come è successo nel Sud-est asiatico, e sono state utilizzate anche fonti come i dati telefonici o dei social  per trarre informazioni  di utilità. Così, per esempio, dalle analisi dei tweet geolocalizzati  a Jakarta (era la seconda città al mondo per utilizzo di Twitter)  si è ricostruito il pattern della mobilità della megalopoli. E ancora dall’analisi  sul calo dei minuti delle carte telefoniche prepagate si sono tratte  previsioni di disoccupazione. «Tutti progetti  interessanti – aggiunge Quaggiotto – Che però hanno spesso mostrato di adottare una logica estrattiva. Vale a dire hanno estratto il valore del dato dei cittadini e lo hanno trasferito in modo unilaterale nelle mani del governo o di un’unità centrale. In cambio le persone hanno ricevuto poco di utile per sè. Credo che i tempi siano maturi per restituire il valore del dato alle comunità locali».
L’ambito in cui questo già accade è quello dell’agricoltura.  In diversi paesi i coltivatori ricevono su mobile informazioni sul meteo o sulle sementi. «Ma accanto a questo sarebbe interessante fornire ai contadini informazioni sui rischi del  cambiamento climatico e quindi su come mutare le proprie colture. Insomma, informazioni che aiutino nel tempo a prendere le decisioni migliori», osserva Quaggiotto. Tra gli esempi più interessanti c’è  il Semaforo della Povertà di Fundaciòn  Paraguaya.  Anziché censire il fenomeno con parametri tradizionali come il reddito familiare o il costo dell’abitazione, è stata messo a punto un sistema multidimensionale. Sono le persone che scelgono dove posizionarsi («povero», «molto povero», «non povero») sulla base di  52 indicatori su sei dimensioni che includono beni materiali e immateriali.  E nel tempo sono invitate ad aggiornare il semaforo e confrontarsi con i loro obiettivi e miglioramenti. L’impatto è stato tale da diffondersi in 25 paesi, compresi Stati Uniti e Gran Bretagna.
Un altro ambito in cui è fondamentale il coinvolgimento delle persone sono le calamità naturali. Il professor Daniel P. Aldrich  ha studiato la situazione della popolazione dopo  il terremoto e lo tsunami di Fukushima che nel 2011 provocarono migliaia di morti. «Ebbene sopravvissero di più non solo le comunità più protette da infrastrutture fisiche ma quelle con un forte capitale sociale: comunità più resilienti. Un aspetto da considerare non solo per le emergenze ma anche per le politiche di  prevenzione e poi per le fasi di  ricostruzione post-shock».
Tutti questi progetti esprimono al meglio le proprie possibilità non solo quando sono partecipati dalle persone, non solo quando il decisore pubblico esce da Cybersyn, ma anche attraverso sinergie con centri di ricerca e con società private. Come mette in luce  l’esperienza Data Collaborative di GovLab. Con decine di casi che hanno creato valore coinvolgendo società private (vedi articolo sotto). Tra i protagonisti indiscussi per il loro ruolo nella data economy i maggiori operatori di telefonia che qualche mese fa – sotto l’ombrello mondiale della Gsma – hanno presentato i primi risultati dell’iniziativa Big Data for Social Good, nata con supporto di diverse agenzie delle Nazioni Uniti e numerose Ong.   In India, Bharti Airtel e Gsma stanno lavorando a Be He@lthy, Be Mobile (insieme a Oms e Itu) per identificare se i dati da mobile che possano supportare i sistemi sanitari nazionali.  Telefónica Brazil sta usando la rete mobile per monitorare l’inquinamento atmosferico a San Paolo e migliorare la gestione del traffico. «C’è un enorme potenzialtà che ancora si deve esprimere in queste collaborazioni – aggiunge Quaggiotto – E ci sono tante domande che si pongono. Per esempio, una volta che i cittadini sanno che le loro attività sono monitorate cambiano i loro comportamenti? E come comportarsi verso quei movimenti di data resistence che si mascherano per opporsi al riconoscimento facciale nei luoghi pubblici?».
Oltre ai disastri ambientali, i dati sono di grande aiuto nelle emergenze umanitarie. Che ormai non sono nemmeno più emergenze, come nei  campi profughi dove situazioni nate per essere provvisorie diventano veri e propri agglomerati urbani, senza averne il riconoscimento. «Tra un anno contiamo di estendere la piattaforma per la raccolta di dati sanitari a tutti i campi Unhcr del mondo» spiega Andrea Bertolazzi, fondatore e ceo di Gnucoop che ha vinto il bando indetto un paio di anni fa dall’Alto Commissariato per le Nazioni Unite.  I registri nei campi profughi  vengono  faticosamente  compilati a mano. Da un mese i primi cinque campi in Rwanda, Zambia, Kenya, Tanzania e Sud Sudan, hanno  finalmente abbandonato la carta. I dati posso essere raccolti tramite tablet anche dove non c’è rete e poi successivamente sincronizzati sulla piattaforma web. La cooperativa milanese sta lavorando anche a una blockchain per le fiere umanitarie. «Questo sistema – spiega Bertolazzi – consente che le transazioni vengano monitorate. I donatori hanno così il riscontro  in termini di tracciabilità e trasparenza».