Ecco una sintesi degli interventi dei partecipanti al forum sulle valute virtuali organizzato da Nòva24.

 

Luca Fantacci – Professore di storia dei sistemi monetari e finanziari all’Università Bocconi di Milano

Fantacci

“Il Bitcoin si iscrive, pur con le sue peculiarità, in un fenomeno più ampio  che è quello delle monete complementari, che devo dire comincia ad apparire all’orizzonte trascinato dalla ribalta di bitcoin anche attraverso i documenti ufficiali: quando nell’ultimo rapporto la Bce fa riferimento a un mondo più ampio e variegato, facendo riferimento in particolare alle valute che a differenza di bitcoin hanno un carattere centralizzato, sta evocando appunto un orizzonte in cui poi c’è una varietà di fenomeni più ricca e molteplice.

In questo quadro ho sempre manifestato una certa sorpresa per la sproporzione che esiste fra l’attenzione che si dedica anche in sedi prestigiose come questa o come la Camera dei deputati, e le dimensioni effettive del fenomeno. Nell’ultimo rapporto della Bce c’erano dei dati, sia pur discutibili, ma che danno una dimensione chiara del fenomeno: 67mila transazioni al giorno in tutto il mondo le fa l’Esselunga a Milano, ciò nonostante il fenomeno ha raccolto un interesse sproporzionato.

Io ho un atteggiamento molto critico nei confronti di bitcoin come strumento monetario, perché, oltre alle dimensioni limitate, nella sua configurazione attuale ha delle potenzialità che non credo possano avere un impatto quantitativo di trasformazione effettiva del funzionamento del sistema degli scambi e del sistema finanziario.

A me sembra che bitcoin presenti una tecnologia estremamente innovativa e, quella sì, promettente a servizio di un’architettura monetaria antiquata, perché dal punto di vista del sistema monetario, delle sue regole di funzionamento, del modo in cui questa moneta viene emessa, del mondo in cui viene utilizzata, si tratta della reinvenzione di un sistema monetario che ci siamo felicemente lasciati alle spalle e che si chiama Gold Standard, con se volete qualche pregio in più ma anche qualche difetto in più. A cominciare dal fatto che l’oro qualche pregio intrinseco, come si diceva un tempo, ce l’ha.

La trovo come una straordinaria provocazione: al pari dell’oro il Bitcoin è un asset, scarso, e soprattutto a differenza della gran parte degli asset finanziari con cui abbiamo a che fare, è un asset che non è al tempo stesso la liability di qualcun altro. E questo da quando abbiamo eliminato l’oro è qualche cosa che non conoscono più neanche le banche centrali, perché anche loro sono costrette a operare in un contesto in cui di fatto loro stesse hanno un bilancio di asset e liabilities e a fronte delle liabilities della Banca centrale che sono moneta legale ci sono degli asset che a loro volta sono perlopiù, tolto l’oro e altre poche eccezioni, liabilities di altri soggetti.

Mi fa quindi piacere che questa provocazione sia stata raccolta dalle Banche centrali come un invito a riflettere sullo statuto della moneta legale, sulle possibilità per la banca centrale di operare attraverso l’emissione di valute virtuali di questo genere. Perché lì è interessante che si attivi una riflessione e che si esplorino delle potenzialità di sviluppo. Allo stato attuale, quello che viene spesso rivendicato come un pregio di bitcoin – la sua scarsità, la sua quantità fissa determinata in maniera esogena a partire da un algoritmo – si trasforma in un difetto che ne mina alla base la possibilità di diventare uno strumento monetario credibile. Perché il fatto che l’offerta, diciamo così, sia fissa e predeterminata non dice nulla riguardo alla domanda. E la domanda, come abbiamo visto in questi ultimi mesi, oscilla enormemente e questo fa variare il prezzo con delle implicazioni anche per la possibilità di utilizzare i bitcoin come mezzo di pagamento. Perché è vero che è lì che la tecnologia mostra il suo carattere straordinario – è un mezzo di pagamento estremamente efficiente – però se questo mezzo di pagamento ha un valore che oscilla in maniera così erratica, anche l’utilizzo come mezzo di pagamento viene per forza di cose pregiudicato.

Se di questo strumento con le sue potenzialità tecnologiche si fanno portatori le banche centrali, a me sembra che questo sia intanto un aspetto a sua volta problematico, nel senso che stiamo parlando di uno strumento decentrato e di una banca centrale, ma che sposta l’attenzione in una direzione giusta. Ora, che le banche centrali esplorino come possibile strumento non convenzionale l’emissione di una parte della base monetaria sotto forma di un contante elettronico, paragonabile al bitcoin, a me sembra che sia molto interessante, ma proprio perché recupera alla moneta elettronica questo elemento che, dal mio punto di vista, è ineliminabile e cioè la discrezionalità in ordine alla quantità di moneta che viene emessa e quindi all’esercizio della politica monetaria. Cioè, il fatto che la politica monetaria, di tanto in tanto, si scontri con dei limiti che si chiamano inflazione, deflazione, dissimetria nei meccanismi di trasmissione, ecc. non significa che la soluzione è togliere il banchiere centrale perché c’è la discrezionalità e sostituirlo con un robot, o con un algoritmo pre-programmato che ha già stabilito a priori come debba funzionare il sistema monetario. Perché il sistema monetario, giustamente, deve adeguarsi all’andamento del sistema economico.

Bisogna evitare rischi di fraintendimento sul bitcoin come sistema di pagamento, perché un sistema di pagamento è un sistema che trasferisce denaro. Mentre bitcoin non si limita a trasferire denaro: al tempo stesso crea denaro e lo trasferisce, creando un denaro che è diverso dalla moneta ufficiale e trasferisce un denaro che è diverso dalla moneta ufficiale e che ha un rapporto con la moneta ufficiale che non è fisso ma è variabile sulla base di un prezzo di mercato.

Non solo questo ma come è emerso in precedenza, le due attività di Bitcoin non sono disgiunte: il trasferimento non può avvenire senza la creazione perchè sono i redditi di signoraggio che coprono i costi di transazione. Quindi io ho un po’ di difficoltà a pensare che bitcoin possa uscire da questa empasse in quanto articolazione fra una tecnologia e una architettura monetaria, fatta salva la potenzialità della tecnologia. Ma che questa tecnologia richieda di essere posta a utilizzi migliori, credo che sia fuori di dubbio. Per questo mi piace la provocazione del mining a carico dello Stato o di un’autorità centrale. Perchè la creazione monetaria assolve a una funzione pubblica e quindi dovrebbe soggiacere, dal mio punto di vista, ad un regime pubblico con la copertura pubblica dei costi e diciamo la imputazione pubblica dei ricavi dove pubblico, appunto, non significa necessariamente Stato.”

Stefano Pepe – Consulente, autore di “Investire Bitcoin”

Pepe

“Senza dubbio si  possono applicare le funzionalità di bitcoin anche ad altri campi. Vorrei un po’ svecchiare quest’immagine. Non voglio andare contro quello che ha detto Nakamoto: “è solo una moneta”, molto riduttivo trattarla come una moneta. In quanto, effettivamente, è vero che non c’è bisogno di un “gold standard” nell’economia che noi conosciamo tutti i giorni, ma nel digitale non esiste alcun elemento che garantisca una rarità e una singolarità di un asset digitale che sia pari all’oro nel mondo reale. Ovvero, tutto quello che noi abbiamo in digitale oggi, salvato sui server anche delle banche, sono dati che possono essere facilmente clonati e variati, magari anche manomessi. In quanto il digitale, per sua caratteristica, è soggetto al copia-incolla. Ora, il bitcoin invece applica un algoritmo di rarità programmata pre-calcolata. Ovvero ogni bitcoin che noi mettiamo in circolazione è frutto di complesse operazioni matematiche che si sono svolte nel passato.

Pertanto, queste operazioni certificano che quella porzione di dato è stata creata soltanto in un determinato momento all’interno del nostro calendario. Ovvero, il momento in cui è stato creato quell’asset digitale ne garantisce anche la singolarità. Pertanto un bitcoin, anziché che semplicemente come moneta, può essere utilizzato come uno strumento che non ha alcun legame di liability con nessun’altra autorità su cui poter titolare, veicolare e anche garantire quelli che potrebbero essere dei contratti, quelli che vengono chiamati “smart contracts” o, semplicemente, utilizzarli come strumento di scambio. Non è necessario effettivamente che siano titolati gli scambi, per esempio, in euro uno a uno con il tasso di cambio del bitcoin.

Ma, già ci sono degli esempi, si chiamano colored coin, con cui il bitcoin è come se facesse da marca da bollo se vogliamo di tutte quelle che possono essere le transazioni digitali che non si vuole che siano clonate. Questo è il primo punto su cui io vorrei mettere l’accento, dato che la blockchain garantisce a chiunque a livello globale, decentralizzato e disintermediato, di poter scambiare dati digitali certificati nella loro autenticità. Ovvero, certificati anche come non clonabili e quindi non se ne può variare anche la semplice forma, il contenuto di questo dato. Ammetto che le transazioni sono assolutamente ridotte rispetto al resto dell’economia, ma è vero che sono in costante salita, stiamo continuando ad aumentare la media settimana su settimana, adesso siamo circa a 160mila transazioni al giorno.

Volendo ricapitolare: è vero che non c’è bisogno di un “gold standard” per quella che potrebbe essere una moneta utilizzata tutti i giorni, ma c’è assolutamente bisogno di un “gold standard” per tutti gli asset digitali e c’è bisogno di un qualcosa che ne garantisca l’unicità o la singolarità. Ora moltissime transazioni, moltissimi momenti di contatto nell’economia avvengono tramite canali digitali. Avere uno strumento decentralizzato, come il bitcoin, che possa garantire l’autenticità di queste transazioni digitali potrebbe essere uno strumento utile che probabilmente è il motivo per cui sta ricevendo molta attenzione da parte delle istituzioni.”

Massimo Chiriatti – tecnologo, esperto di economia e di digitale

Chiriatti

“Al di là degli aspetti tecnologici, voglio sottolineare lo spostamento dalle istituzioni alle persone. È questo il power shift evidente che sta avvenendo: sono gli aspetti del potere di scelta delle persone, della responsabilità che hanno nell’operare, perché loro stessi sono la banca, loro detengono il portafoglio, non c’è un ente centralizzato al quale possono delegare la responsabilità: quindi le azioni che si fanno in rete e con la blockchain.

Quello che voglio sottolineare è che le banche stanno osservando il fenomeno almeno da quello che riesco a vedere io. Le banche osservano il fenomeno, però i venture capitalist investono pesantemente su questa tecnologia, gli americani soprattutto. E vuol dire che stanno cominciando a creare valore. Adesso spetta alle persone e alle istituzioni, a coloro che vogliono capire questa tecnologia, come fare a catturare questo valore.

Certamente, a nostro modo di vedere, il fenomeno Bitcoin non sarà mainstream domani. Però è un fenomeno che alla fine riuscirà a portare innovazione anche nelle banche. Chiaramente le banche e le istituzioni saranno spinte dall’adozione di queste tecnologie. Vedremo – e abbiamo già visto in passato – una serie di fallimenti. Però siamo convinti che dare la possibilità a gruppi di persone, a istituzioni, di non guardare soltanto il modello centralizzato, quello che conosciamo benissimo, quello dei grandi data center, con legislazioni a protezione di queste entità.

Abbiamo anche delle altre scelte, io dico sempre che abbiamo un pendolo che si sta spostando verso la decentralizzazione. Non tutto sarà decentralizzato perché sarà molto inefficiente in alcuni casi, ma la sostanza è una benedizione in quanto potremmo tutti insieme migliorare ed essere più efficienti dove è più opportuno essere più efficienti.

Per quanto riguarda i rischi, uno per me importante è il mining. Adesso come adesso il mining è un disastro perché è costoso, perché è inefficiente, perché è molto concentrato, quindi il miner fa un lavoro che probabilmente o tendenzialmente avrà meno fee, avrà meno risorse. Siccome questo è un fatto infrastrutturale, se ci viene meno il mining, tutto può crollare. Io da questo rischio lancio una provocazione: siccome questa tecnologia è promettente,  ma chi fa opera di verifica e chi fa opera di offerta di moneta è una banca, una banca centrale tipicamente. Il mining fa questo, allora io chiedo: se quest’opera di mining la facesse lo Stato? Creerebbe delle condizioni favorevoli nel mercato perché avrebbe una competizione tra il privato e lo Stato, non ci sarebbero situazioni dove c’è qualcuno che ha il 51% che prenderebbe tutto, e si renderebbe più efficiente un’infrastruttura a disposizione di tutti.”

 

Domenico Gammaldi – Condirettore centrale, Servizio Supervisione mercati e sistema dei pagamenti  di Banca d’Italia

Gammaldi

“I documenti della Bce sulle valute virtuali sono stati elaborati non per un esame delle implicazioni sulla politica monetaria ma per gli effetti che potessero avere sui sistemi di pagamento. I volumi di queste transazioni  non sono rilevanti sul piano della politica monetaria; sebbene vi sono elementi interessanti nella tecnologia utilizzata non occorre sottovalutare i rischi associati. Il fenomeno è comunque oggetto di continua attenzione nell’ambito dell’attività di sorveglianza sui sistemi di pagamento.

Su questo aspetto voglio chiarire che Banca di Italia è una istituzione che svolge più funzioni,  io qui porto l’esperienza propria della componente della sorveglianza sui sistemi di pagamento, ancorchè vi siano strette interrelazioni con le problematiche di vigilanza, al cui interno ho lavorato per anni.

Nel 2012 è stato elaborato il primo documento della BCE nell’ambito del Pssc (Payment and Settlement Systems Committee, ndr),  che è il gruppo che nell’Eurosistema  è investito delle problematiche relative alla sorveglianza sui sistemi di pagamento; i lavori sono stati avviati ancor prima e abbiamo posto attenzione al fenomeno dal suo nascere per le possibili implicazioni nell’ambito dell’evoluzione dei sistemi di pagamento. Le conclusioni  sono nei  rapporti.

Il tema delle valute virtuali è stato poi affrontato anche dall’EBA (European Banking Authority)  per i profili più direttamente riconducibili alla tutela del consumatore e di vigilanza bancaria.

Il fenomeno delle valute virtuali, in un approccio pragmatico e al di là delle definizioni ufficiali, può essere visto come quello di una comunità che ha deciso di utilizzare un proprio strumento di riferimento per regolare gli scambi al suo interno; questo valore è generato all’interno della stessa comunità e quindi siamo in presenza di un “sistema chiuso”.

Il tema è comprendere le implicazioni che si hanno quando questa comunità vuole far interagire i valori digitali in un ambito più ampio, in quello che può essere chiamata la comunità “istituzionale”, con un processo che chiamerei di “contaminazione”

Su questi effetti, espressi in termini di rischi, si sono incentrate tutte le posizioni sia del rapporto Bce, sia delle raccomandazioni EBA sia del GAFI, per gli aspetti più inerenti alle problematiche di contrasto del riciclaggio. Raccomandazioni riprese dalle recenti  comunicazioni della Banca d’Italia e dell’UIF.

Il fenomeno può essere poi visto sul piano dei possibili utilizzi della tecnologia applicata agli schemi di valute virtuali, che possiamo in estrema sintesi richiamare nell’algoritmo utilizzato per “produrre” i valori digitali e la blockchain, che ne registra le transazioni, nell’ambito dei sistemi di pagamento.

In alcuni documenti, fra cui quelli più citati sono della Bank of England, viene anche richiamata la possibilità di utilizzare la stessa tecnologia per emettere una quota parte della valuta ordinaria che potrebbe, fra l’altro, facilitare le transazioni elettroniche. Non mi sembra vi siano state posizioni volte a riconoscere a Bitcoin, o ad altra valuta virtuale, la funzione di mezzo di scambio.

Nel momento in cui in una comunità abbiamo un oggetto – che in Germania è considerato strumento di investimento  – che può rappresentare un valore e dietro il quale ci sono modalità di scambio di valori, dobbiamo capire che riflessi può avere sul sistema dei pagamenti: quello che ho chiamato il processo di contaminazione.

I fautori delle valute virtuali sottolineano la forza di un sistema di pagamento affrancato da regole in uno spirito “libertario” che forse tutti abbiamo avuto da giovani, ma che si tramuta facilmente nella ricerca di chi non ha “controllato” quando emergono problemi.

E in questi anni abbiamo osservato fallimenti di piattaforme di scambio e forti volatilità dei valori con riflessi sull’utilizzatore di queste valute. Questi aspetti hanno portato i regolatori in sede europea e nazionale a richiamare fortemente l’attenzione degli utilizzatori sui rischi insiti in queste transazioni.

I rischi di cui stiamo parlando sono quelli del consumatore, non del “minatore”, che ha scelto consapevolmente di fare qualcosa usando risorse tecnologiche proprie o di terzi. Fin quando le perdite sono di qualcuno che utilizzando la tecnologia ha costruito dei valori,  siamo in presenza di un “quasi gioco”, ancorché costoso, perché sono stati fatti investimenti per la tecnologia, però sono stati fatti consapevolmente. Diversa è la posizione di chi, quale consumatore finale, crede di acquisire un valore a fronte del proprio risparmio.

La tutela del consumatore è centrale nelle regole che presidiano il sistema dei pagamenti.  La tutela del consumatore e dell’investitore presuppongono la consapevolezza reale dei rischi, non si può solo asserire che ognuno è libero delle proprie scelte, queste devono essere basate su informazioni complete.

Vorrei ricordare una esperienza personale. Nel corso di un’attività di assistenza tecnica in Albania osservavo il fenomeno delle c.d. piramide finanziarie e il dibattito sulla necessità di avere una regolamentazione su chi offriva questi investimenti. La risposta ricorrente era quella che richiamavo: “le persone sanno bene che sono iniziative private”, forse sapevano ma non erano consapevoli dei rischi. E uno degli elementi scatenanti i disordini della crisi del 97, fra l’altro, sono state le elevate perdite di molti piccoli risparmiatori legate a questa non consapevolezza.

Un possibile elemento di contaminazione, spesso richiamato sulla stampa, è la possibilità di scambiare i Bitcoin con valute ordinarie; può avvenire su piattaforme web o anche su chioschi fisici.  Attività consentita,  ma l’assenza di regole specifiche non deve far tralasciare i rischi: piena consapevolezza che non si è in presenza di apparecchiature con regole di sicurezza propria degli ATM e che quello che si sta acquisendo ha un valore solo in un ambito ristretto.

Forse le raccomandazioni delle autorità potrebbero essere “presentate” dall’offerente il servizio in una logica di trasparenza dell’attività.  Sempre in tema di tutela del consumatore andrebbe poi richiamata l’attenzione sull’irreversibilità delle operazioni su valute virtuali, in quanto bilaterali e definitive,  e i rischi che questo comporta, anche nel caso di un mero “errore”.

Farei poi una domanda provocatoria al gestore: quali sono i volumi trattati, e se si sono posti la domanda, che occorre farsi, se dietro quelle transazioni non vi possa essere un’ipotesi di riciclaggio

Un altro richiamo all’aspetto di contrasto al riciclaggio. Una transazione in bitcoin registra uno scambio che può essere solo una simulazione, un riferimento ad una diversa operazione sostanziale. Ad esempio si può effettuare una transazione che trova una sua rappresentazione sulla blockchain, nei fatti i due soggetti possono avere solo segnalato uno scambio di valori reali a fronte di prestazioni illecita; una sorta di comunicazione certificata e pubblica.

Si è parlato della immediatezza della transazione; un altro mito che forse andrebbe sfatato, o quantomeno circostanziato.

Negli attuali schemi di pagamento elettronici l’immediatezza del pagamento è assicurata dall’emittente lo strumento di pagamento; questo è vero, ad esempio, per le carte. Quella che, però, non è immediata è la disponibilità dei fondi, che trova presidi nelle regole di funzionamento degli schemi ovvero nella regolamentazione; nei meccanismi di instant payments  viene assicurata al beneficiario anche la disponibilità immediata dei fondi.

Nella transazione in valute virtuali questa si conclude in un lasso temporale di minuti e con la disponibilità di un “computer”, vedo qualche difficoltà ad applicarla nelle ordinarie attività commerciali.

Si è poi parlato di costi. Negli schemi di valute virtuali si sottolinea sempre l’assenza di costi; credo però che si debba precisare che, poiché tutte le attività hanno costi, i costi di questi schemi vi sono e sono,  ancorchè in maniera diversa, posti a carico degli utilizzatori, forse in maniera non  esplicita.

E’ quello che accade per il contante i cui costi di produzione e di gestione sono e posti a carico della banca centrale, o degli intermediari, e non vengono percepiti in modo diretto dal consumatore

Vorrei ora passare al tema della tecnologia “tipo bitcoin” applicata, ovvero applicabile, ai pagamenti. Le soluzioni puntano su alcuni aspetti caratteristici di questa tecnologia, fra cui la documentabilità della transazione. Questo è un aspetto interessante che scaturisce dall’esperienza delle criptovalute e che apre riflessioni interessanti per l’innovazione nei pagamenti e sviluppi delle regole.

Semplificando, un operatore può definire un algoritmo di calcolo di valori digitali, produrli e associarli univocamente a valori economici, quale un deposito, che trovano un riscontro contabile; questi valori sarebbero gestiti nell’ambito di un classico sistema di pagamenti, che utilizza però la blockchain per rilevare le transazioni. Il valore digitale in questo caso sarebbe solo il tracciante della transazione.

In termine di tutela del consumatore non vi sarebbe nessun cambiamento: il servizio sarebbe offerto da un intermediario autorizzato, le transazioni avrebbero le tutele dell’attuale quadro normativo, i presidi di sicurezza dovrebbero rispondere ai principi fissati dalla regolamentazione. I proponenti il servizio ne sottolineano potenzialità in termini di efficienza operativa.

Su un piano di funzionalità dei mercati peraltro, al di là della verifica dei presidi di sicurezza, queste soluzioni hanno una controindicazione in quanto la scelta di un algoritmo ”proprietario” da parte dell’offerente il servizio ne circoscrive l’utilizzo alla comunità rappresentata dai clienti dello stesso prestatore. Non essendo interoperabili potrebbero determinarsi frammentazioni di mercato ed inefficienze nella funzionalità del sistema dei pagamenti nel suo complesso.

Ovviamente questo non preclude che questi servizi possano essere offerti, e sul mercato già vi sono alcune esperienze.

Per quanto riguarda la normativa dobbiamo ricordarci che siamo in un mondo globale, una normativa circoscritta all’Italia forse peccherebbe di efficacia e sarebbe aggirabile.

Andrebbe poi meglio circoscritta l’area di applicazione. Nel corso della tavola rotonda sono stati sollevati vari temi e per ognuno di questi potremmo ipotizzare una regolamentazione; ad esempio sulle caratteristiche soggettive dei  soggetti che emettono valori digitali, sulla loro governance ovvero una qualificazione dei valori digitali; altra area potrebbe essere quella della trasparenza o sulla privacy attese le caratteristiche della blockchain. Potremmo invece concentrarci sulla possibilità di individuare principi che possano rendere in qualche misura l’interoperabilità fra schemi che utilizzino la tecnologia “tipo bitcoin” per offrire servizi di pagamento ovvero individuare soluzioni pubbliche per la gestione di un algoritmo che i prestatori di servizi possano utilizzare.

Sono tutti temi all’attenzione di tutti i regolatori ma non a caso il rapporto dell’EBA raccomanda una scelta che sia quantomeno europea; personalmente credo che approcci divergenti non favorirebbero la comprensione del fenomeno su cui occorre invece continuare ad approfondirne le potenzialità, i possibili utilizzi nonché le implicazioni e i rischi, elementi diversi di un sistema poliedrico.”

Giulia Arangüena – Studio legale ADLP

Aranguena

“Dobbiamo tenere conto che il bitcoin è giovane rispetto a sistemi economici che si basano su protezioni normative e statali di qualche centinaio d’anni. Quindi c’è anche una protezione normativa che il bitcon non ha perché è uno strumento non regolamentato: questo è fondamentale da capire, anche come impatto sulla sua instabilità o volatilità. Che per questo non ne fa una riserva di valore affidabile e stabile e quindi elimina una delle caratteristiche fondamentali dello strumento monetario. Ma questa instabilità non inficia l’utilizzabilità del bitcoin come strumento di pagamento. Perché la maggior parte di chi accetta pagamenti bitcoin assicura il rischio di cambio. Oltretutto questa instabilità deriva non solo dal fatto che non esiste una banca centrale – anche se poi esiste in realtà una banca “de-centrale” che è la block-chain in sé –, ma bisogna capire che nel mondo bitcoin la stabilità del prezzo e del valore che si può ottenere e che i sistemi convenzionali hanno, deriva anche da un mercato sviluppato di derivati (futures e altro). E cioè l’esistenza di collaterali (futures, swap) che stano crescendo nel mondo bitcoin perché esistono 4-5 piattaforme tra Hong Kong e Singapore.

Il modello del payment è un modello disruptive rispetto al modello dei processori di pagamento convenzionali, che è un modello che tutto sommato ha 40 anni di vita. Perché, che sia tripartio o quadripartito, è un modello lento, ha settlement e regolamento di una transazione localizzato in un luogo fisico. Per fare un bonifico bancario il regolamento dell’operazione avviene nei tempi tecnici. Sul Sepa abbiamo 4-5 giorni, con bitcoin la transazione è regolata in 5-8 minuti. Questo perché settlement e regolamento dell’operazione sono decentrati. Il bitcoin in sé è uno strumento legale, è un documento informatico che incorpora una legittimazione e una titolarità: significa che il bitcoin risolve in maniera automatica un problema fondamentale, ossia il trasferire legittimità e proprietà di un asset senza il bisogno di un terzo che certifichi la regolarità di questo passaggio.

Non è vero che non esistono intermediari, ma è vero che bitcoin permette sia pagamenti person-to-person e cioè wallet-to-wallet, sia pagamenti con processori di pagamento, quindi intermediari. Che però non sono intermediari in senso istituzionale del termine, forniscono semplicemente interfaccia friendly a quella che è la block-chain. Tutto questo Goldman Sachs nel marzo 2014 lo ha valutato in termini di risparmio netto al valore nominale sul mondo delle payment di 150 miliardi. Questo significa che se un merchant accettasse solo metà pagamenti in bitcoin, genererebbe per la sua aziendina un risparmio di 1 milione di dollari l’anno. E Goldman Sachs  e indirettamente Bce stanno promuovendo – da qui l’interesse delle istituzioni e dei grandi attori affermati in questa ‘economia – la coopetition, che poi è il modello di PayPal, che da una parte è stato competitore, ma dall’altra collabora anche con il mondo tradizionale. La Bce questo indirettamente lo raccomanda, e lo sta anche dicendo ai processori di carta e ai detentori di moneta bancaria scritturale che BCE equipara, perché finalmente si dice quello che si doveva dire: e cioè che il legal tender è una cosa e la moneta bancaria scritturale è un’altra. Che l’accettabilità è by choice, e dunque è contrattuale tanto quanto il bitcoin. Che la competizione monetaria è tra bitcoin-monete digitali e money-moneta bancaria.

E la Bce dice anche che i vantaggi del protocollo  bitcoin stanno nel condividere gli investimenti, abbassare gli investimenti (perché vengono decentralizzati e distribuiti), non c’è più bisogno di costi infrastrutturali enormi, c’è un abbassamento delle barriere di ingresso (che va contro anche il bitcoin, che si troverà 500 competitori, non essendoci protezione, tutti possono farsi la loro moneta alternativa). Ma siccome è un protocollo open source che sollecita collaborazione e condivisione, si è in grado di garantire al mercato paradigmi di pagamento sempre più innovativi, e questo la Bce lo riconosce.

Io vorrei sfatare la questione dell’anonimato. Perché sì, l’anonimato fa gola ai malintenzionati, è vero. Ma non siamo tutti delinquenti: l’anonimato – o è meglio parlare di “pseudo-anonimato – significa – e questo è uno dei vantaggi del bitcoin come strumento di pagamento – che le informazioni rilevanti di una transazione finanziaria non devono essere comunicate per processare la transazione, per la sua eseguibilità. Significa che non bisogna mettere i propri dati. E tra i consumatori c’è una certa diffidenza nel condividere i dati finanziari in rete. L’anonimato protegge questo, non il delinquente by default. Dà una risposta alle paure comuni che rallentano, soprattutto nel nostro Paese, che rallentano la diffusione del commercio elettronico e il pagamento digitale, che fatica a passare nella cultura italiana proprio per la diffidenza nel condividere questi dati.

Il bitcoin è tracciabilissimo, bisogna soltanto sapere l’ingresso e l’uscita. Lo pseudo-anonimato è comunque un valore che molti investitori che, lo sappiamo tutti, in un momento in cui tutti i paesi della blacklist finanziaria passano il whitelist  e Svizzera rinuncia al segreto bancario… Perché di questo si tratta: l’anonimato è il segreto bancario.

Un altro punto, i costi di intermediazione: certo che ci sono, ma c’è una differenza. Il merchant rate che si paga con i processori tradizionali negli Usa oscilla tra il 2 e il 3,5% , nel bitcoin e all’1%. Ma c’è un’avvertenza da fare: questo costo potrebbe salire perché il bitcoin non è regolamentato e quindi gli obblighi di compliance si potrebbero riversare sui costi.”

Alberto Naef – Head Global marketing UniCredit

Naef

““Una risposta molto imperfetta a un bisogno reale”: questo potrebbe essere il titolo che sintetizza il mio intervento. Senz’altro non è un sistema sicuro, basti pensare che ad oggi abbiamo il 25% di frodi sul totale del valore dei bitcoin: sommando i problemi come Mt.Gox e MyCoin, arriviamo quasi a 1 miliardo di dollari a fronte di un valore complessivo di 3,5 miliardi di dollari. Questo è un limite, ma nonostante tutto bitcoin è ancora lì e sta crescendo. Questo ci dice che c’è un bisogno reale sottostante, quello della digitalizzazione dei pagamenti: bisogna fare in modo che venga assolto perché il consumatore lo vuole.

Mi permetto di fare un’altra provocazione: non è il bitcoin che esce dalla comunità, è la comunità che si allarga. E cioè la comunità che vuole pagare in modo digitale si sta allargando, lo vediamo nella crescita dell’e-commerce in tutto il mondo, anche in Italia, con tassi di crescita del 20% all’anno, che un tempo era 20% in più di poco, oggi e il 20% in più di un 10-15% delle vendite mondiali di beni di consumo.

Un primo tema è la sicurezza: finché resta un fenomeno di nicchia con speculatori che fanno il 100% di profitto sul valore del bitcoin, se poi perdono un 30% hanno sempre fatto un 70% di profitto. E quindi questa ovviamente è la media del pollo. Ma il fenomeno resiste pur non avendo un pegging al dollaro perché bitcoin vale il valore di mercato di ogni giorno. Io sono rimasto stupito: ha resistito anche a casi come Mt.Gox e MyCoin, due colpi che sarebbero mortali in qualsiasi altro

Secondo tema. Lo pseudo-anonimato è un problema laddove non c’è scambio di beni o c’è scambio di beni tra persone nascoste.  Esempio banale: quando facciamo e-commerce nessuno può rubarmi identità anagrafica e andare a comprare un mobile all’Ikea. Dove se lo fa spedire? Altro tema: il real time. In media 8-9 minuti per la blockchain. Ma se lo confrontiamo al mondo fisico, a un supermercato, 8-9 minuti per pagare non funzionano. Ma usciamo dal mondo fisico. Quando compri su Amazon, se non ti arriva l’sms subito del pagamento avvenuto, inizi ad andare nel dubbio: avrò ordinato o no? Quindi oggi il real time nell’ordine dei secondi va risolto, se no il commercio non funziona.

Quindi real time è un altro tema che va risolto perché il consumatore è abituato oggi ad avere tutto e subito. Anche perché i soldi, dopo gli affetti, vengono sempre nella “top 5”, quindi il fatto che io non sono sicuro di cosa sia successo ai miei soldi, è un aspetto emozionale non banale per i consumatori.

Ultimo aspetto: qui sarò ancora provocatore. Le altre crittovalute. Il fatto che oggi ci siano 500, o non so quante, cripto-currencies, crea confusione agli occhi del consumatore. Dobbiamo tener conto di quello che è il valore che abbiamo oggi: quando ci presentiamo con Mastercard o Visa siamo tranquilli che possiamo pagare. Questo è importante perché se riusciamo a focalizzare tutto su un sistema più perfetto e unitario, a quel punto creiamo la vera interoperabilità e la vera sicurezza e il vero real time che chiede il consumatore e che ha difeso il bitcoin finora.”

Ferdinando Ametrano – Banca Intesa Sanpaolo

Ametrano

“Nel 1992 in università ho iniziato ad usare la posta elettronica: ricordo che mio padre non ne coglieva l’utilità ritenendola ridondante rispetto alla raccomandata, al telegramma, all’istantaneità del fax… vent’anni dopo nessun business, nessuna persona può fare a meno della comunicazione istantanea. I consumatori si aspettano un’esperienza simile con il contante ed i pagamenti digitali. Che i bonifici SEPA siano a 24h o 48h è evidentemente un po’ fuori dai tempi in un momento in cui WhatsApp, gli sms, l’email ci raggiungono in maniera istantanea. Infatti di solito l’attenzione al fenomeno Bitcoin parte – a mio avviso non felicemente – dal suo utilizzo come promettente sistema di pagamento; per questo subito si segnalano le sue ombre, ma che sono le tipiche ombre del contante… sarebbe a questo proposito interessante chiedere alla BCE per quali utilizzi sia ritenuta utile la banconota da 500 euro…

La potenzialità di Bitcoin come sistema di pagamento è peraltro spesso fraintesa: un sistema di pagamento decentralizzato è infatti straordinariamente inefficiente. Si possono fare diverse stime di quanto costi mettere in sicurezza il network Bitcoin, ma sostanzialmente una transazione costa dai 4 agli 8 dollari, quindi ben più di una transazione su circuito Mastercard. L’esperienza dell’utilizzatore finale è quella di transazioni gratuite solo perché il network Bitcoin è sussidiato dalle rendite di signoraggio, cioè dagli utili che si realizzano battendo moneta:  l’emissione di nuovi bitcoin copre i costi della rete. E’ difficile quindi dissociare il sistema di pagamento dalla moneta sottostante questo sistema. Mi lascia scettico la frase di tanti che vorrebbero salvare la tecnologia senza moneta.

Fabrizio Saccomanni, ex banchiere centrale ed ex ministro del Tesoro, ha dichiarato lo scorso ottobre che “le criptovalute potrebbero essere un efficace strumento di politica monetaria. Dovremmo capire cosa di interessante ci possano insegnare i geni che lavorano nel settore”. Cosa insegna la moneta bitcoin? Si tratta di un asset digitale scarso. Questa è una rivoluzione tecnologica: sarebbero state molto contente le multinazionali discografiche se gli mp3 fossero stati un asset digitale scarso, non clonabile, ma non si può purtroppo riavvolgere il nastro della storia. L’introduzione, il breakthrough tecnologico di un asset digitale non clonabile ma solo trasferibile – quindi se io lo trasferisco a qualcun altro non ne ho più proprietà – ovviamente apre molte possibilità. Qualcuno lo ha definito “oro digitale”. E su questo oro digitale, c’è oggi una grande attenzione perché si comincia a percepire che siamo forse all’alba di una possibile rivoluzione.

La prendo alla lontana ma andando veloce attraverso millenni. L’oro è stato adottato a livello globale senza una pianificazione centralizzata: tutte le civilizzazioni hanno lo hanno indipendentemente adottato come forma di moneta. Poi nella storia l’umanità si è strutturata in modo che il diritto di battere moneta fosse affidato al potere politico, affinché garantisse il quantitativo d’oro nella moneta. Siccome l’oro è pesante e scomodo da trasportare, lo abbiamo poi messo in forzieri, utilizzando con un certificato di deposito che prima era nominativo e poi ha iniziato ad essere trasferibile: banconota. Nel 1972 Nixon ha deciso che le banconote non sono più convertibili in oro.

Da allora viviamo con una moneta che è una convenzione sociale, fondata sul diritto e sull’accordo sociale. Oggi si rende tecnicamente possibile l’utilizzo come moneta di un asset digitale scarso, che però è leggero e facilmente trasferibile, e per la cui autenticità non serve più un garante centrale. Che questa nuova moneta non funzioni troppo bene credo sia evidente a tutti: è fortemente speculativa, non risponde sostanzialmente alla domanda di moneta transazionale. Ma come nella storia della moneta c’è stata un’evoluzione, nella storia delle monete digitali o criptovalute ci sarà una storia evolutiva che, partendo dal bitcoin come primo gradino, evolverà verso monete che rispondano alla domanda di moneta transazionale garantendo stabilità di prezzi e potere di acquisto.

Che bitcoin non sia una buona moneta transazionale è, a mio avviso, quello che sta dando fiato al sistema finanziario tradizionale, concedendo ancora tempi e margini per recuperare. Il sistema tradizionale deve colmare il gap in termini di pagamenti digitali istantanei. L’Enciclopedia Britannica è diventata Wikipedia, la posta è diventata elettronica, la musica e i film sono diventati liquidi: ci si aspetta oggi che il sistema finanziario diventi un po’ più liquido ed entri davvero negli smartphone. E’ chiaro che abbiamo molte regole vecchie scritte nel passato, create per altro a tutela del risparmiatore: come tutti i periodi di transizione, regole nuove dovranno consolidarsi ed il processo di di attamento non sarà semplice.

Io guardo con attenzione aldilà della Manica, dove il mese scorso ci sono stati in quattro settimane tre interventi straordinariamente qualificati. Il primo è quello di Bank of England che ha posto con grande autorevolezza domande di alto livello: le banche centrali debbono emettere moneta digitale con corso legale? Se la moneta si digitalizza, che cosa succede alle banche commerciali? Perché quando la moneta è  davvero digitale (non semplicemente scritturale), chiunque scriva una app per smartphone che aiuta a gestire la moneta diventa un po’ quello che oggi è una banca. E allora si capisce come alla fine di marzo la British Banker Association sia intervenuta: “Le banche devono accettare di essere sempre più parte di un ecosistema molto vasto che i risparmiatori stanno costruendo intorno a sé stessi. Ebbene il posto delle banche in questo ecosistema è ben lontano dall’essere sicuro”. Tra questi due interventi si è inserito anche il ministero del Tesoro che, parlando a nome del governo, ha definito cruciale l’innovazione nel sistema dei pagamenti: è il “plumbing”, l’infrastruttura, la tubatura, del sistema finanziario. Ed ha investito 10 milioni di sterline per la ricerca nel settore.

Oltremanica vedo un sistema coordinato che pensa, programma, coordina, ed indica obiettivi. In Europa i diversi enti regolatori offrono un panorama meno sinfonico. L’Associazione Bancaria Europea lo scorso luglio, a fronte dei rischi nell’uso dei bitcoin, ha invitato i regolatori nazionali a dissuadere le istituzioni finanziarie “dall’acquistare, vendere e detenere bitcoin”. La sua indicazione è rimasta un po’ lettera morta: l’unica Banca Centrale ad aver dato seguito alle indicazioni di EBA è stata Banca d’Italia, nel silenzio di tutte le altre che non hanno fatto gara a dissuadere le istituzioni finanziarie.

Anche qui finora siamo stati tutti molto preoccupati dei rischi, ma non ho visto una sottolineatura forte delle potenzialità storiche del momento che stiamo vivendo. Di solito ci si preoccupa dei rischi quando si è metabolizzato che quello che sta accadendo è una buona notizia, altrimenti tanto varrebbe dichiarare illegale bitcoin. Che Bitcoin sia promettente come sistema di pagamento lo hanno detto tutte le banche centrali, Bernanke per primo. Ma questo gap dei sistemi tradizionali di pagamento potrebbe essere tecnologicamente colmato. C’è invece oggi dal punto di vista culturale, di riflessione sulla storia della moneta, una discontinuità assoluta, rispetto alla quale non ci sono gap da colmare perché cambia le regole del gioco. A mio personale avviso, come oggi fa sorridere pensare che nel 1992 qualcuno potesse essere scettico sull’utilità della posta elettronica, tra vent’anni faranno sorridere le perplessità sulla moneta privata digitale.

Io credo che, al di là delle incertezze e rischi di questo momento pionieristico, per i risparmiatori e gli utilizzatori di moneta ci saranno molte opportunità: avremo un sistema più evoluto ed efficiente. Saranno invece le banche a trovarsi in un clima più competitivo con margini ridotti. Da questo punto di vista il fenomeno Bitcoin per il sistema finanziario in quanto tale potrebbero non essere benefico, ma per i consumatori, per i risparmiatori, a tendere sicuramente sì. È indubbio che affinché le banche possano innovare, per poter offrire servizi e anche per potersi difendere in questo clima competitivo, sarebbe d’aiuto un quadro normativo chiaro che lasci aperte diverse strade, non semplicemente scoraggiando l’innovazione.

Siamo ovviamente tutti d’accordo che il quadro normativo non possa che essere globale: il livello europeo è probabilmente la scala minima. Intanto gli americani con straordinario pragmatismo avanzano: il New York Department for Financial Services ha prodotto un quadro regolamentare, chiamato BitLicense,  a cui molte giurisdizioni nel mondo guardano come riferimento. Il soprintendente Benjamin Lawsky lo scorso dicembre, anticipando la bozza della BitLicense, dava come princìpi: salvaguardia dei beni dei consumatori, protezione da frodi ed abusi, difesa dal cyber-crime, eliminazione del riciclaggio e delle attività illecite, il tutto senza soffocare l’innovazione benefica in un’industria stagnante.

Ed aggiungeva: “in un’epoca di aspettative sempre più alte per pagamenti digitali in tempo reale, se le banche non innovano, potrebbero correre il rischio di diventare come Blockbuster”. Ricordo cos’era Blockbuster: un leader di mercato che non ha capito l’innovazione. E’ vero che negli Stati Uniti il sistema dei pagamenti è più indietro rispetto all’Europa, i nostri sistemi di pagamento sono molto più avanzati, e quindi probabilmente Lawsky si riferisce alla realtà americana quando aggiunge “enough is enough, quarant’anni di lento e quasi non esistente progresso nel sistema dei pagamenti bancari sono un periodo di preavviso sufficiente, state costringendo il regolatore a forzare l’innovazione”. Che si tratti di Stati Uniti o Europa io concluderei però con una provocazione sulla stessa linea: se guardiamo un telefono di 60 anni fa e un telefono di oggi notiamo immediatamente la differenza, lo stesso per un televisore, un’automobile o un computer. Se invece guardiamo una carta di credito di sessant’anni fa è sostanzialmente e funzionalmente identica ad una di oggi; allo stesso modo l’esperienza di utilizzo di un conto corrente bancario non è cambiata significativamente, e monete e banconote sono solo artisticamente differenti. Si tratta di realtà che non hanno conosciuto ancora una vera rivoluzione digitale: credo che questa stia iniziando oggi e sia stata fondamentalmente innescata da Bitcoin.”

Valentino Bravi – Ceo TAS Group

Bravi

“Noi come Tas Group di mestiere facciamo gli abilitatori della digital transformation delle aziende. Siamo una società di software, quindi stiamo cercando di capire come si sta muovendo il mondo dei pagamenti, pagamenti elettronici in particolare. A livello internazionale vediamo cosa sta avvenendo. I venture capitalist americani stanno investendo fondamentalmente in due o tre settori: secure screen e tutte le soluzioni legate alle criptovalute e soluzioni di questo tipo. Lì abbiamo cominciato ad analizzare, noi abbiamo un osservatorio permanente in Silicon Valley proprio per capire come si muove il mercato, e abbiamo capito che si stava muovendo su certe tecnologie.

Io non sono sicuro che il bitcoin sarà la moneta del futuro o un’altra criptovaluta: questo per noi è un dettaglio e sono il meno titolato a parlarne a questo tavolo. Però stiamo cercando di capire cosa sta accadendo come fenomeno. E’ chiaro che negli Stati Uniti i pagamenti sono tutt’altro che elettronici, cioè l’85% dei pagamenti o giù di lì vengono fatti ancora con gli assegni, anni luce indietro rispetto alla situazione europea. Non a caso la Federal Reserve sta emettendo documenti per allinearci a metodologie molto vicine a quelle che noi, come Comunità Europea, abbiamo sviluppato una decina di anni fa, Target 2, SEPA e quant’altro. E’ chiaro che il bisogno di pagamenti elettronici negli Stati Uniti è molto più alto che in Europa.

Questo però non toglie che stanno nascendo una serie di idee molto interessanti. Noi abbiamo iniziato a lavorare sul tema del blockchain che da un certo punto di vista è molto affascinante. Io però non sono così certo che sia così sicuro: è una tecnologia molto nuova, molto giovane e deve ancora, ovviamente, mostrare probabilmente qualche buco, come è normale che sia. Però è affascinante, è assolutamente affascinante; noi abbiamo già previsto nei nostri piani di sviluppo, visto che ci sono piattaforme tipo Ethereum, etcetera, che stanno uscendo per mettere a disposizione questa tecnologia non solo al mondo dei pagamenti, ma anche allo sviluppo delle applicazioni. Noi ci stiamo puntando seriamente e pensiamo di essere tra i pochi attualmente in Europa ad analizzare la possibilità di sviluppare software “non tradizionali” per tematiche tradizionali utilizzando questa nuova tecnologia.

Poi non entriamo nel merito sulle criptovalute perché non dipende da noi. Però per noi quello è un business e quindi stiamo lavorando per interfacciare richieste di clienti che ci chiedono di fare cose abbastanza interessanti. Non l’Atm per il bitcoin perché c’è già, ma per esempio integrare gli Atm tradizionali al tema del bitcoin. E stiamo studiando con un cliente una soluzione specifica di prepagata che si interfaccia al mondo del bitcoin. Quindi ci sono una serie di opportunità che sicuramente stanno sviluppando idee a livello per ora molto più americano ma penso a breve anche a livello internazionale.

È chiaro che dal punto di vista della sicurezza di dubbi ce ne sono tanti. Ovviamente tutto il tema bitcoin è fuori dagli standard PCI e quindi la vedo assolutamente difficile da integrare su tematiche più tradizionali per ovvi motivi, senza entrare nel dettaglio. Però anche qui dovrei riprendere gli esempi appena fatti, cioè quando è nata Intenet, a fine anni Ottanta inizio anni Novanta, nessuno pensava che oggi nessuno di noi potesse vivere senza un collegamento alla rete.

In ogni caso la vedo come una grande opportunità perché è democratica, distribuita, senza una autorità centrale e, teoricamente, più sicura. Speriamo che non sia un’opportunità solo dall’altra parte dell’oceano, ma che lo sia anche per le imprese europee. Questa io penso potrebbe essere la grande sfida nostra. Non siamo purtroppo Google, non siamo le grandi realtà che hanno capacità di investire centinaia di milioni di dollari. Noi investiamo milioni di dollari, abbiamo questo handicap rispetto a loro, però ci stiamo provando.”

 

Piero Crivellaro – Vice president Public Policy Southern Europe di Mastercard

Crivellaro

“Quando si parla di un sistema di pagamento, penso che la prima cosa a cui si debba pensare deve essere un sistema sicuro, stabile, accessibile e affidabile. Non mi sembra che bitcoin abbia ancora le caratteristiche per essere un sistema sicuro, stabile, accessibile. Bitcoin ad oggi non è un sistema accessibile a tutti perché il consumatore non sa neanche come parametrarsi verso una moneta virtuale: come la utilizzo, dove la prendo, dove la spendo? A utilizzare oggi la moneta virtuali sono consumatori per lo più evoluti o interessati a questo strumento.

Detto questo, l’altro aspetto su cui secondo me è importante riflettere: quando si compara la criptovaluta con gli altri sistemi di pagamento è veramente come comparare pere e mele. Tutti i sistemi di pagamento oggi riconosciuti sono regolati, hanno una struttura di regolamentazione, ci sono norme da rispettare. Quando qualcuno mi viene a dire “un pagamento con carta costa di più di un pagamento col bitcoin” bisogna tenere in considerazione quali sono gli standard e le regole che noi tutti i giorni insieme alle banche dobbiamo rispettare, rispetto a Bitcoin: non possiamo continuare a comparare aspetti che sono completamente diversi. Senz’altro si tratta di un sistema nuovo, che sta crescendo e anche Mastercard è interessata: abbiamo chiedo alla Fed una informativa specifica per capire in profondità come funzionano le cripotovalute. Prima però di iniziare a comparare – e questa è una posizione ufficiale di Mastercard – e a utilizzare le criptovalute, sarebbe importante che almeno un framework normativo di rifermento ci fosse. E questo framework dovrebbe essere fortemente indirizzato alla protezione dei consumatori, perché poi alla fine chi utilizza questi strumenti sono i consumatori. Cioè se vogliamo diffondere questo sistema di pagamento, dobbiamo coinvolgere loro, i consumatori. Faccio un esempio molto stupido, se oggi tu paghi in bitcoin e il tuo merchant non ti consegna il bene, hai garanzie pari a zero. Noi garantiamo la consegna del bene, o garantiamo che i soldi che tu hai speso e pagato per quel bene nel caso non ti venga consegnato ti vengano ridati.

Quindi siamo ancora lontani da vedere le monete virtuali come strumento che possa garantire i consumatori, dobbiamo ancora lavorare tutti su questo punto. Ed è molto importante che si vada verso una regolamentazione di questi strumenti e noi apprezziamo molto gli sforzi fatti sia dalla Bce che dalla Banca d’Italia, le quali hanno messo in evidenza alcuni aspetti positivi, alcuni negativi. Prima si richiamava la Banca centrale inglese che ha fatto una lista di 77 criticità delle cripto-valute, cioè non sono banali.

Dobbiamo anche soffermarci sull’aspetto della sicurezza e della trasparenza. Per fare un esempio, oggi l’Agenzia delle entrate deve essere in grado di ricollegare ogni tipo di pagamento, ciò significa che ci deve essere un codice fiscale che ricollega un pagamento fra due soggetti. Allora ditemi se Bitcoin riesce a garantire questo aspetto. Secondo me siamo ancora molto lontani da questo. Perché l’Agenzia delle entrate ci chiede questo? Per garantire tutte quelle norme che fanno riferimento all’antiriciclaggio e altre che verranno, perché oggi a Bruxelles si sta discutendo la revisione della direttiva “payment service” e uno dei punti più importanti è la “strong authentication”, il fatto del riconoscimento.

Pensiamo a tutti questi elementi e non banalizziamo lo strumento. Lo strumento è molto interessante, c’è un interesse, c’è una richiesta, sia da parte dei consumatori che da parte dei  merchant. Ma dobbiamo tutti fare in modo che diventi uno strumento regolato, facilmente accessibile, riconoscibile, ridurre le frodi, garantendo quella sicurezza che un consumatore si aspetta. Per ultimo, una provocazione: bellissimo parlare di bitcoin, ma perché non facciamo una bella tavola rotonda per vedere come aumentare le transazioni elettroniche in Italia, che è un vero problema?”

Sergio Boccadutri – Deputato, membro della Commissione Bilancio, responsabile Innovazione del Pd

Boccadutri

“Personalmente  mi sono interessato di bitcoin e ritengo che il Parlamento si debba essere coinvolto dopo che la Banca d’Italia si è occupata giustamente di questo tema. D’altra parte ci sono vari aspetti legati al bitcoin. C’è l’aspetto tecnologico, che probabilmente è quello da approfondire di più dal punto di vista delle potenzialità del blockchain. E questo al di là dell’utilizzo come strumento di pagamento, che magari potrebbe addirittura interessare il notariato. Poi c’è un aspetto ovviamente monetario, ma c’è un tema di riciclaggio e uno di tutela del consumatore.

Insomma bisogna tutelare gli attori economici. Per questo io ho proposto un’indagine conoscitiva in Commissione Bilancio sul tema delle criptovalute e poi del Bitcoin perchè dopo cinque anni che la Banca d’Italia giustamente fa il suo mestiere, dopo che lo stesso Draghi a un’interrogazione di un europarlamentare due giorni fa dice che la Bce vedrebbe con favore da parte di tutte le rispettive autorità chiarimenti sull’applicazione di sistemi di moneta virtuale. La Bce ha anche chiarito che non si occupa della tutela del consumatore, pur sapendo che rappresenta un problema. Credo sia importante riportare tutti questi stimoli in una sede come quella della Commissione Bilancio, che si occupa anche di politica monetaria e che dovrebbe, per competenza, fare un’indagine conoscitiva dove si possa iniziare uno scambio tra tutti gli attori, in primis, la Banca d’Italia, e il legislatore. Io ho iniziato con un emendamento sulla tracciabilità delle transazioni via Bitcoin superiori a mille euro: l’intenzione era gettare un sasso nello stagno per iniziare parlarne

Perchè il tema di fondo è l’ignoranza da parte del legislatore su una tecnologia che potrebbe avere delle evoluzioni  che saremmo poi costretti a rincorrere con soluzioni magari non adeguate alla situazione, soluzioni più di difesa e di tutela che potrebbero anche bloccarne l’evoluzione anche dal punto di vista del  mercato e del business. Meglio allora avviare un’indagine conoscitiva che possa poi sfociare in un’attività normativa. Che è sempre a valle. Riprendo infine la provocazione fatta da Chiriatti: forse è opportuno che gli Stati iniziassero a sfidarsi sull’attività di mining.

Io concordo sul fatto che il quadro normativo deve essere un quadro integrato almeno a livello europeo. Questo lo condivido assolutamente. Però noi siamo in una fase ancora precedente, con il legislatore che deve prendere coscienza di cosa stiamo parlando perché c’è anche un problema di definizione, di cos’è il bitcoin. Magari anche stabilire che è vietato l’uso del bitcoin in ogni caso, punto. Anche se devo far prendere coscienza che si tratterebbe di una norma inutile perché non produrrebbe alcun effetto.”

Geronimo Emili – Presidente di CashlessWay

Emili

“CashlessWay è nata nel novembre 2013 per parlare di come sviluppare i pagamenti digitali in Italia, questo è il nostro focus. Ma ci siamo accorti che anche l’argomento delle criptovalute stava diventando cruciale: anche se qualcuno mi diceva che avrebbe creato qualche problema con il mondo della banche, credo si tratti di un tema da trattare e studiare. Invece siamo andati avanti e adesso abbiamo organizzato questo forum con Il Sole 24 Ore. Questo tavolo di oggi è il risultato di un anno di sforzi e anche la presenza di Banca d’Italia, che con tutte le cautele del caso ha accettato di essere oggi qui, è per noi un ottimo risultato.  Abbiamo grandi aziende, abbiamo degli esperti, abbiamo delle rappresentanze istituzionali, spero che questo porti a trovare una giusta collocazione, almeno nel nostro Paese, dell’argomento delle criptovalute. I rischi senz’altro ci sono, ma il sistema lascia intravedere anche grandi opportunità, mentre la tecnologia non si ferma e continua ad andare avanti. La presenza di oggi ci conferma che le grandi (e anche le piccole) aziende se ne stanno interessando. Le istituzioni a questo punto devono muoversi anche loro. Questo è solo un inizio!”