Siamo nel 1950 e Alan Turing pensa all’addestramento di una macchina intelligente la cui intelligenza sarebbe stata definita anche dalla possibilità di fare errori. Solo qualche anno più tardi John Von Neumann teorizza il computer come cervello artificiale, ponendo così le basi per un parallelismo tra uomo e macchina che non ha più smesso di essere indagato offrendo, così, diverse riflessioni sull’uomo contemporaneo. Riflessioni nate in ambito informatico che hanno influenzato scrittori di fantascienza, futurologi e ovviamente artisti e creativi. Da “Terminator” ai replicanti di “Blade Runner” fino alle intelligenze artificiali come quella descritta dal film “Her”, la storia del cyborg si intreccia con i nostri sogni più avanzati così come con gli incubi più apocalittici. La parola si rifà alla radice “cyber” che Norbert Wiener aveva preso a prestito dal greco e per coniare il termine Cibernetica. Cyber significa timoniere, colui che gestisce, orienta e indirizza la nave. Colui che gestisce quella serie di informazioni che permettono di tracciare la rotta e di creare percorsi, proprio come fa la macchina computazionale. Ora la Cyborg Foundation (presente alla mostra “Human+” di Roma) si colloca nel solco proprio delle riflessioni di Wiener sul rapporto tra elementi biologici e intelligenze artificiali per provare a ridefinire un nuovo spazio di relazione tra uomini e macchine. Il loro manifesto programmatico prevede la libertà dell’uomo di servirsi della tecnologia per espandere i propri sensi e le proprie sensibilità, e ricreare così un rapporto nuovo sia con l’identità biologica che con un ambiente aumentato, frutto anch’esso di una ri-ontologizzazione radicale.

In piena sintonia con le teorie del trans-umanesimo e del post-umano, la Cyborg Foundation pensa a una “trans-specie” umana. Arte per Cyborg Foundation significa espandere le possibilità di pensarsi in quanto uomini in rapporto alle tecnologie, un po’ come le performance di Stelarc (pensiamo all’impianto chirurgico di un terzo orecchio posizionato sul braccio).

Non tecnologie per “conoscere le cose” ma per “sentire le cose”. Non tanto una intelligenza artificiale, ma sensi artificiali che si relazionano in maniera simbiotica con l’uomo. Questa è la direzione della ricerca della Cyborg Foundation, in piena consonanza anche con il computing contemporaneo che sempre di più si orienta a creare spazi aumentati in cui tecnologie e uomini vivono insieme e collaborano… pensiamo all’Internet delle cose, agli ambienti di Realtà Virtuale, alla Realtà Aumentata e quella Mista. Si tratta di una nuova dimensione immersiva e responsiva delle tecnologie. La sfida verso il cyborg delinea una dimensione nuova, un tecnospazio che investe anche la stessa identità corporea: Neil Harbisson, per esempio, si è fatto impiantare un’antenna nella testa con cui ha espanso la propria vista. Tramite l’antenna cyborg può così accedere a una visione degli ultrarossi e degli ultravioletti attraverso le onde sonore. L’antenna è inoltre connessa a Internet, cosa che gli permette di ricevere colori dallo spazio ma anche immagini, video, musica o telefonate direttamente nella sua testa tramite dispositivi esterni come telefoni cellulari. L’antenna è un nuovo senso vissuto come estensione neurologica dell’uomo. La Cyborg Foundation è stata fondata da Moon Ribas e da Neil Harbisson, artisti e attivisti cyborg che realizzano le loro battaglie per il riconoscimento formale di Harbisson come cyborg da parte di un governo. L’arte, in questo caso, si propone di pensare nuove identità offrire nuovi modi, forme e immaginari, ma anche sondare possibili nuovi scenari sociali, politici e culturali.