Non basta dire digitale per cogliere appieno a cosa sono esposti i bambini e i ragazzi che utilizzano queste tecnologie a livello didattico. “Oggi si parla molto di big data e profilazione degli individui online e ciò riguarda ovviamente anche i bambini che, a scuola o a casa, utilizzano la rete a fini didattici – osserva Daniela Lucangeli, psicologa dello sviluppo e pro-rettore dell’Università di Padova, oltre che presidente del Cnis, – sul fronte legale si sta lavorando molto per proteggere le fasce più giovani, ma credo che l’impatto neuro-psico-pedagogico dell’utilizzo di questi nuovi dispositivi sia ancora sottostimato”.

La mutazione fondamentale avvenuta negli ultimi anni è infatti duplice. Dal multimediale fatto di app ed esercizi interattivi sul computer si è passati a sistemi connessi in rete, in grado di fornire e sollecitare risposte immediate ai ragazzi e, in più, con la diffusione di smartphone e tablet, la creazione di un legame personale con oggetti che intermediano e alterano le relazioni sociali.

Per presentare la ricerca Digitale Sì, Digitale No, completata da Cnis in collaborazione con ImparaDigitale e Acer, Lucangeli ha stilato un articolato elenco delle fonti della letteratura scientifica che negli ultimi anni hanno documentato effetti spesso rischiosi di una relazione troppo intima e non guidata dei ragazzi con i media digitali. Tra gli aspetti negativi ci sono la modifica dell’attenzione visiva e selettiva descritti da Green e Bavalier già negli anni 2000, la game addiction documentata nei ragazzi tra gli 8 e i 18 anni da Gentile, ma anche la riduzione della socialità descritta da Anderson.

“La capacità dei giochi e delle chat di smartphone e tablet di stimolare il sistema dopaminergico che è alla base del circuito della ricompensa attivato anche durante il gioco d’azzardo o altre attività è ben documentata – sottolinea Lucangeli – e per questo oggi servono delle linee guida che favoriscano il potenziamento della didattica con digitale, che si sta dimostrando molto utile, essendo però coscienti delle criticità che presenta”.

L’innesco di un sistema di ricompense, lo stesso che negli adulti spinge a guardare il cellulare centinaia di volte al giorno, non è però l’unico problema associato all’uso dei device. Un altro fattore di rischio è l’aumento e il prolungamento degli stati di ansia, documentato anche nella primissima infanzia.

“Inoltre, la luce blu dei cellulari, soprattutto la notte, ha un effetto importante sulla nostra retina e può alterare la normale sintesi di melatonina, influendo sui ritmi circadiani che regolano il sonno – spiega Lucangeli – ciò è particolarmente rischioso nei più giovani perché il sonno è associato alla sintesi dell’ormone della crescita che influisce sullo sviluppo”.

Di fronte a questi rischi che ruolo spetta alla scuola nell’educare alla gestione del rapport con il digitale? “Se la domanda è se la scuola può o deve educare all’uso di questi strumenti la mia risposta è che deve – sottolinea Lucangeli – perché non si tratta più solo di didattica ma di benessere e svilppo del bambino che rientra perciò nella sua missione”.