Come accompagnare la trasformazione digitale delle imprese? Stiamo attraversando una vera e propria metamorfosi dei mestieri, delle competenze e delle organizzazioni, che ci fa vivere in un periodo di incertezza e complessità alla ricerca di nuovi modelli di lavoro e di conoscenza. Una recente indagine Istat evidenzia come solo il 12% delle imprese italiane si collochi a un livello “alto” o “molto alto” di digitalizzazione. Quelle più evolute nell’adozione delle tecnologie digitali sono le imprese editoriali e le tlc.

Ma la rivoluzione digitale non si ferma dinanzi alla porta chiusa di organizzazioni pubbliche e private ferme nel loro status e nelle loro abitudini. Per ora le imprese italiane dispongono di un sito web (nel 71% dei casi), utilizzano un social media (37%), usano software per la condivisione interna delle informazioni (36%) e applicazioni per raccogliere, archiviare, condividere e analizzare i dati sulla clientela (30%), un po’ di fatturazione elettronica (15%) e pochissima vendita online dei propri prodotti (10%).

Ma ciò, evidentemente, non basta. Il digitale modifica profondamente il modo di lavorare nelle imprese: trasforma i processi produttivi, ridisegna le strutture, innova i modi e gli spazi della comunicazione, rende più competenti le persone, cambia le culture organizzative. Tutto quello che era abituale e “vero”, non lo è più. Saltano le catene gerarchiche. La comunicazione non passa più attraverso il “capo” o il “responsabile” della struttura, ma viaggia da un nodo di “competenza” all’altro nodo di “competenza”: è in rete. Il controllo, centrato sul rispetto dell’orario di lavoro, lascia spazio alla valorizzazione dei risultati. Le tecnologie digitali mobili e il cloud computing superano il concetto di ufficio come spazio e tempo di lavoro, dando luogo a nuove forme di flessibilità: le persone sono valutate non per quanto tempo trascorrono in ufficio, ma per i risultati raggiunti. Le piattaforme di condivisione dei contenuti aprono alla trasparenza e alla collaborazione. La programmazione lascia spazio all’esplorazione e all’innovazione.

Ma perché è così difficile adottare il “pensiero” digitale? Le competenze digitali non sono un fatto individuale. Il punto non è solo quello di sviluppare le competenze digitali negli individui, ma di aiutare le organizzazioni a cambiare le proprie culture interne. Le organizzazioni sociali vengono, in gran parte, costruite dai processi mentali, fondati su categorie di pensiero e su emozioni condivise dalle persone che a quelle organizzazioni appartengono. Categorie ed emozioni condivise che danno senso agli eventi, orientando i comportamenti entro le organizzazioni. Si tratta di modelli culturali che permettono di riconoscere rapidamente, quasi in modo scontato, senza pensarci su, il senso di quanto sta accadendo, e quindi di operare.

Il digitale apre a eventi nuovi, sconosciuti, su cui non c’è un processo di simbolizzazione emozionale consolidato, testato, coerente con una prassi operativa. Non c’è una tradizione, ma nuove pratiche da immaginare e sviluppare, superando la paura dell’”ignoto”. Occorre sperimentare nuove prassi, accettando l’iniziale disorientamento e confusione emozionale, per poi trovare nuove categorie di lettura e nuovi modelli di comportamento.

Non è facile, non è automatico, non si tratta di imparare a utilizzare una nuova tecnologia, ma di costruire, con gli altri, nuove rappresentazioni del lavoro. E nelle imprese questo profondo processo di cambiamento culturale deve essere accompagnato da un nuovo ruolo del managment e dalla direzione Risorse umane. La trasformazione digitale richiede una rinnovata attenzione alle persone, alle loro emozioni, ai loro bisogni, alle loro aspettative, e alla valorizzazione delle loro idee e del loro contributo. È necessario analizzare le culture interne, ascoltare e coinvolgere le persone nel processo di cambiamento, attivare una costante e virtuosa comunicazione interna, sviluppare piattaforme di condivisione, di community e di team working.

La prima cosa che le persone si chiederanno è: “perché cambiare”? Ci siamo sempre comportati così, “perché ora dovremmo cambiare”? Per cogliere nuove opportunità. Per migliorare ciò che non funziona, per esprimere potenzialità prima improponibili. Ma innanzitutto dobbiamo pensare, e sentire, di poterlo fare.