Il Sopravvissuto, il film “marziano” che è nelle sale oramai da 10 giorni, può piacere o non piacere, ma certamente è uno dei grandi film americani del decennio e ha una scenografia impressionante. Sembra infatti per 2 ore e passa di vivere su Marte, combattere col protagonista per sopravvivere e poi gettarsi nello spazio per tornare a casa con la gigantesca, e fantascientifica, astronave Hermes.

Tutto il film è un altrettanto gigantesco spot pubblicitario per Nasa e per gli Usa, che considerano di fatto Marte come “cosa loro”, quasi fosse lì lì per diventare la cinquantunesima stella della bandiera.

Per la verità gli americani stanno pensando a Marte come possibile nuova frontiera di espansione nientemeno che dal 1948, in quell’anno il padre dell’astronautica stelle e strisce, e anche delle V2 naziste, Werner von Braun, scrisse un libro ben documentato, e rilasciò poi parecchie interviste anche in Italia, su come si poteva andare su Marte e quali fossero i problemi. A rileggerlo oggi fa una certa impressione, gli scogli da superare sono elencati con una precisione assoluta e, a proposito di film su Marte, forse pochi sanno che ne venne fuori un film con il mitico Walt Disney in persona in qualità di presentatore, sulla vita su Marte. Si trova facilmente su Youtube per chi volesse vederne qualche spezzone.

Seguendo a grandi linee la trama del film possiamo rivedere i problemi legati al prossimo grande balzo dell’umanità nel sistema solare e scoprire il grande lavoro che ci si sta mettendo per la loro soluzione.

Il protagonista rimane bloccato sul Pianeta Rosso, ma per fortuna la sua tuta da Eva, Extra Vehicular Activity, non è rotta ma solo danneggiata. Senza tuta su un pianeta come Marte la sopravvivenza di un essere umano sarebbe limitata a pochi secondi, per via della temperatura, che in media si aggira sui -60, e dell’atmosfera letteralmente velenosa, composta per il 95% di anidride carbonica. Di fatto le tute per l’esplorazione di altri corpi celesti, come per le attività al di fuori della Stazione Spaziale Internazionale, sono delle vere e proprie mini astronavi con sistemi chiusi e completi di circolazione dell’ossigeno, acqua, smaltimento liquidi corporei, alimentazione, energia e telecomunicazioni.

Su Marte poi il protagonista del film si rifugia in un modulo abitativo che non è un’invenzione di fantasia, ma parente stretto del complesso modulo abitativo Hera, di Nasa, sviluppato e collaudato per le condizioni di vita estreme nei deserti o ai Poli. Lì dentro gli astronauti possono vivere senza problemi e molte tecnologie sofisticate provvedono all’ossigeno, all’acqua, distruggono i rifiuti e così via. Lo spazio è minimo, un mini appartamento, ma la sopravvivenza è assicurata. Certo non si vive di sola aria e acqua e occorre mangiare qualcosa e qui il programma Veggie, sempre dell’Agenzia americana è molto progredito negli ultimi anni. Si tratta di tecniche di cultura idroponica di vegetali commestibili. Nello spazio si può coltivare, soprattutto verdura, che assume forme assai strane per l’assenza di gravità, ma resta nutriente. Per viaggi su Marte, che come vedremo fra poco durano almeno sei mesi, è impossibile pensare di portarsi dietro vivande per un equipaggio di almeno 3 o 6 uomini, per non parlare poi del soggiorno sul pianeta, Veggie è fondamentale per andare su Marte tanto quanto il razzo vettore. Non diciamo infine come se la cava a produrre cibo l’interprete del film, un botanico, per non rovinare la festa a chi non lo ha visto, ma il tutto è realistico, anche se non propriamente idroponico.

Il grande mezzo usato nel film per muoversi sul pianeta, una specie di camion, è ispirato al Sev di Nasa, Space Exploration Vehicle. Quest’ultimo è lungo 4,5 metri e, a differenza di quelli usati negli anni ’70 sulla Luna, ha la cabina pressurizzata dove possono trovare alloggio quattro astronauti senza tuta. Un particolare molto interessante è costituito dai portelli laterali che permettono al mezzo di attaccarsi direttamente al modulo abitativo principale, un po’ come succede negli aeroporti. Una parte del veicolo può essere usata come muletto per trasportare materiale, come peraltro accade nel film.  Generatori di energia ai radioisotopi, usati per sopravvivere al freddo marziano, sono nella realtà in uso da decenni in astronautica, il nucleare viene usato con parsimonia nello spazio ma viene usato. Per esempio la sonda New Horizons, appena passata dalle parti di Plutone, ne aveva una di pila nucleare a bordo, per avere energia lì dove la luce solare non arriva abbastanza forte, ma già i Viking arrivati su Marte e i moduli Apollo degli anni ’70, che scesero sulla Luna, utilizzavano questa tecnologia.

Ci sarebbero molti altri dettagli interessanti da esaminare, corrispondenti ad altrettante tecnologie in sviluppo, ma il piatto forte, non risolto neppure dal film è il viaggio al pianeta, e ritorno e il problema dei raggi cosmici. Questi, costituiti da particelle elementari di alta energia, sono micidiali per l’organismo umano. Finché restiamo fra la Terra e la Luna o poco più in là, il campo magnetico terrestre, piuttosto forte, funge da scudo che devia queste micidiali particelle, ma appena andiamo oltre lo scudo si eclissa e gli astronauti resterebbero indifesi. Ovvio che con un’adeguata protezione il problema sparisce: il piombo, ad esempio, andrebbe benissimo ma sfortunatamente pesa e portarlo in orbita è una bella spesa proprio per il suo peso. Il discorso è aperto e Nasa sta lavorando su un potente razzo bimodale, in pratica due grandi stadi che girano per creare gravità artificiale con la rotazione, esattamente come nel film di cui stiamo parlando.

Tutto procede per il meglio quindi nella realtà, anche se la soluzione non è certo dietro l’angolo come qualcuno dice. A proposito per le tecnologie che ci permetteranno di arrivare siamo in ottima forma, per quelle che ci permetteranno di restare sul pianeta siamo in progresso ma sul come tornare da lì, ahimè, buio pesto, altro che la bravata da rodeo che conclude il bel film. Non abbiamo ancora le tecnologie per tornare da Marte.