Una sacralità laica. Con Lost and Found – l’opera che rappresenta la Repubblica del Kosovo alla 57° Biennale di Venezia – Sislej Xhafa usa un codice della modernità e del transito con la forma dell’iconografia archetipica, il legno dell’Arca, della zattera, il dopo di una catastrofe, fino alla citazione della merce – il pallet è l’architrave del packaging e della società dei consumi. Un’opera concettuale sofisticata e appassionata, dolorante nel libriccino che l’accompagna con l’elenco delle 1667 persone scomparse durante gli eventi bellici, e mai più ritrovate. Un vuoto, un’abdicazione al rispetto della dignità umana, raccontato con il cortocircuito linguistico e semantico che porta a una dimensione spirituale e universale il tema della memoria, della perdita e della sua elaborazione. Albanese del Kosovo, oggi cittadino americano, ha concepito un lavoro che va alla radice delle questioni etiche – guerre, conflitti, migrazioni, diritti – e interroga su limiti e responsabilità, individuali e collettive. “La memoria è esperienza, è un concetto, un’idea universale – dice l’artista -. L’arte pone domande, esprime un’urgenza, ha la necessità di correre rischi: è una forma democratica di comunicazione che comporta uno scambio, un invito esplicito a partecipare”.

La sfida è alta per un paese ferito da un passato devastante che deve fronteggiare ritardi dovuti alla storia e alla geopolitica, all’economia ancora in parte informale, alla morfologia del paesaggio, alle peculiarità dello sviluppo sociale, e al fatto di non essere un paese target per programmi di delocalizzazione. Luci e ombre come mostrano alcuni dati della Banca Mondiale: pil pro capite più basso di tutti i paesi dell’area ma quadruplicato dal 2000; crescita modesta ma costante degli investimenti esteri; tasso di disoccupazione che resta altissimo ma dimezzato nella prospettiva storica. Molti osservatori sono concordi nel riconoscere che l’aumento dell’attività economica complessiva è oggi riferibile principalmente al consumo privato, agli stipendi dei dipendenti pubblici, al flusso costante delle rimesse della diaspora. Le stime macro economiche raccontano un paese impegnato a intercettare investimenti per le dotazioni strategiche, infrastrutture di relazione e reputazione, anche in prospettiva turistica. In questo fermento si collocano tracce, segni e fenomenologie che rimandano a una promessa generazionale chiamata a superare i muri visibili e invisibili che hanno reso complessa la coabitazione tra appartenenze, etnie, religioni.

Un attivismo che poggia su un common ground di attività teatrali, espositive, cinematografiche e alla rete pubblica delle biblioteche. E ora anche sull’arte contemporanea, driver privilegiato per l’accompagnamento e l’accesso a reti di relazione internazionale.Il Kosovo ha necessità di nuove idee e campi di confronto – spiega Xhafa -. L’evoluzione è nella coerenza con la propria memoria, con le vicende storiche che hanno attraversato i Balcani, e nella competitività, per essere sul piano delle idee e della ricerca all’altezza dell’Europa e della società contemporanea. La cultura presuppone indipendenza e la storia mostra che il potere spesso usa l’arte per la propria propaganda. Lo sviluppo di un paese richiede libertà di pensiero, e per un territorio complesso come il Kosovo l’indipendenza culturale è arricchimento, crescita di una sensibilità collettiva, garanzia per le future generazioni.”

Riappropriazione, diversità culturale, internazionalità: questo esprimono gli investimenti sul Padiglione veneziano e su Autostrada Biennale, progetto, alla prima edizione, sostenuto da un’ampia coalizione che vede protagonista la città di Prizren. Il rimando concettuale è alle highway contemporanee, alle reti della conoscenza; il capitale umano è un gruppo di animatori locali e di area balcanica – giovani, appassionati e cosmopoliti – che dialoga con un board internazionale multidisciplinare; il concept è quello che ci si aspetta – The Future of Borders. Lo statement del progetto coltiva una propria dimensione di ponte dentro e oltre i Balcani, di emancipazione sociale, e anche una pratica di elaborazione collettiva che crea e ricrea appartenenze e consapevolezze, a più livelli.  Autostrada Biennale, in un paese che ha un’intelligenza post traumatica va al di là del luogo specifico, è una ricerca inedita con il tessuto cittadino che diventa luogo di sperimentazione e rivitalizzazione – conclude Sislej Xhafa, membro del board. Qui più che altrove l’arte contemporanea è questione di inclusione, i luoghi privati diventano spazi espositivi, la cittadinanza diventa protagonista e interagisce con le opere”.

La prima edizione curata da Manray Hsu presenta 36 lavori –  molte le committenze site specific – su più sedi che rimandano a diverse idee di rovina, heritage e comunità. Il format – fatto di opere, talk e heynote – lavora intorno all’idea di confine e alle eredità che allargano e limitano accesso e prospettiva. Lo storico hammam, il castello con i suoi segni orizzontali che accolgono installazioni e risuoni; la stazione degli autobus, un luogo simbolo, una frontiera dell’Alterità, come sottolineano il virtuale rilascio dei passaporti dell’immaginario NSK di Irwin, e il collettive art work di Ettore Favini, un questionario sull’identità futura del Kosovo che diventerà tessitura con i dati raccolti dalla partecipazione dei visitatori; le case, il sistema nervoso urbano, che svela l’intimità pubblica toccata e violata dalla storia. Poi, sul fiume, tra i minareti e la moschea, spunta Think Big di OPA, l’ironico monumento a Donald Trump classificato come nuovo tipo di leader. Si raggiunge Prizren percorrendo la Rruga e Kombit – la strada della Nazione che collega Albania e Kosovo, un paesaggio cinematografico, un tracciato di sguardi e ispirazioni – la memoria di luoghi dentro l’energia dei flussi. E in quel nowhere, all’improvviso un’insegna gialla con un messaggio che fece storia – New Born – un ritorno al futuro.