Esisteranno ancora le intercettazioni telefoniche? E se la conversazione che ha portato alle dimissioni del ministro Guidi fosse avvenuta attraverso WhatsApp (la nuova versione di WhatsApp), sarebbe mai finita agli atti di un’inchiesta? Sono interrogativi pesanti, perché quello sulla sicurezza dei dati è un capitolo in evoluzione. Un capitolo che rischia di prendere una piega senza vie d’uscita, se il rancore delle big del web nei confronti dell’Fbi non si cheta. I federali hanno forzato la mano. Hanno sbloccato un iPhone nonostante Apple, e nonostante tutti i titani del mondo hi-tech (Google e Facebook in testa) si fossero schierati apertamente dalla parte di Cupertino. E nella Silicon Valley non l’hanno presa bene.

Così la crittografia è diventata la nuova ossessione. Renderla impenetrabile, a prova di hacker, non è più una questione di sicurezza e basta. È una sfida. È una lotta a chi è il più forte. E in questi giorni WhatsApp ha fatto un passo importante, applicando la end-to-end encryption (detta anche “etee”) alle chat. Un modo per porsi in una situazione di intoccabilità, in caso di inchieste giudiziarie. Ma anche per mostrare i muscoli.

Cosa cambia per gli utenti

Se la domanda è: cosa cambia per gli utenti in termini di utilizzo, la risposta è: niente. Se invece il discorso è più profondo, ci si accorge che con la crittografia end-to-end, WhatsApp cambia tutto. Qualche giorno fa – con un messaggino in giallo che è comparso nelle chat – la società californiana ha comunicato a tutti l’introduzione della “etee”. E questo, come scrivono da WhatsApp sul loro blog ufficiale, non consentirà a nessuno, «neanche ai nostri ingegneri», di entrare nelle conversazioni (che siano semplici sms, video, note vocali o foto). Quando si utilizza una “end to end encryption” solo gli interlocutori sono in possesso della chiave di crittografia dei messaggi che vengono inviati. Quindi solo i due nodi comunicanti – chi invia e chi riceve – sono in grado di decrittare i messaggi inviati. Le chiavi crittografiche sono presenti direttamente nei device che inviano e che ricevono. Mentre i server dell’azienda che ospita i dati (in questo caso WhatsApp), agiscono come semplici postini, senza la possibilità di decrittare i dati.

C’è anche un modo per testare che la “etee” stia funzionando. Ed è il seguente: selezionando un messaggio che ha già la doppia spunta colorata di blu, compare una nuova finestra sulla crittografia. Scegliendo l’opzione “conferma”, la app ci dà la possibilità di verificare manualmente la protezione con una serie di numeri e un QR code. Procedimento da smanettoni, probabilmente inutile.

Perché lo ha fatto?

Nella comunicazione ufficiale di WhatsApp, i motivi sono i più vari. «Le persone meritano sicurezza – ha sottolineato il fondatore della app – perché è la sicurezza ci permette di connetterci con chi amiamo. Ci permette di comunicare informazioni sensibili con colleghi, amici o altri. Siamo felici di fare la nostra parte nel mantenere le informazioni delle persone fuori dalla portata di hacker e criminali informatici». Dalla California dicono che una cifratura debole espone «le informazioni delle persone all’abuso di cybercriminali, hacker e Stati canaglia». Ma l’impressone reale, il gusto che lascia in bocca questa storia, ha un sapore diverso. La paura delle intrusioni da parte di cybercriminali sembra veramente l’ultimo dei motivi.