Unravel è emozionante. Yarny è un personaggio di filo di lana che rincorre i ricordi di una famiglia tenendoli delicatamente insieme, per ricostruire la memoria di una generazione. Sullo sfondo la campagna, le montagne e i laghi della Svezia.

In questo gioco di Electronic Arts (in digitale per Ps4 e Xbox One) c’è il piccolo mondo dei boschi dei Paesi nordici, il tepore rassicurante delle famiglie che si vogliono bene, c’è la neve, c’è l’immagine bella dell’inverno ma anche lo smarrimento causato dalla perdita delle persone care. C’è  la musica che diventa la voce narrante del gioco e un senso di positività che solo i giapponesi sanno infondere nei videogiochi. L’unico problema di Unravel è che è un platform. Cioè è sostanzialmente un gioco dove si corre, si salta, si lanciano liane e si spostano oggetti per superare gli ostacoli. La sensazione insomma è che si sia voluto ribaltare lo schema classico lanciato da SuperMario. Nei giochi di Nintendo la storia è sempre stata un pretesto sullo sfondo. Fondamentalmente si doveva salvare la principessa o l’amichetto dalle grinfie del cattivone. Tutto qui. Al contrario in Unravel il gioco è il mezzo per seguire un filo narrativo più articolato. Il che in sè non è sbagliato. I game designer sembra che abbiano voluto dirci: giochi, salti e risolvi gli enigmi e dopo che ti sei divertito ti racconto una storia. Se la trama tiene allora va bene. A patto però di non trascurare la componente ludica.

Questi giochi per funzionare devono avere ritmo,  devono dare l’illusione di non ripetersi mai. Altrimenti la magia finisce. In questo campo “i SuperMario” sono dei campioni indiscussi. Irraggiungibili.

La sensazione quindi è quella di una deriva d’essai del platform. La tentazione è quella di sopperire con la storia e i contenuti all’abisso che divide la produzione occidentale con quella giapponese. Qualche esempio? Tra i platform impegnati ricordiamo il bimbo buio di Limbo e l’orfano di Ori and The Blind Forrest. Il primo è una inquietante favola dark, il secondo in concorso per il Drago D’oro è una lettera d’amore ai platform. In entrambi i casi ci troviamo davanti a due giochi di qualità che si fanno perdonare qualche difetto nel gameplay perché hanno il merito di colpire diretti allo stomaco.

E’ presto per capire se questa sia una moda o invece una direzione precisa del genere. Il filone tenerone di titoli come Yoshi  (Yoshi’s Woolly World) e Sackboy (Little Big Planet) sembra continuare ad andare alla grandissima. Tuttavia, non solo è apprezzabile il tentativo di innovare un genere puntando sulla componente narrativa. Ma è anche il segnale che esiste un tentativo di adattare gameplay e contenuti alla sensibilità di culture e fasce d’età diverse.