Dopo un restauro di tre anni e un investimento di 81 milioni di euro, il Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum di New York, riaperto lo scorso dicembre, è già un caso studio: un luogo in cui il mondo fisico e il digitale s’incontrano per fornire un nuovo quadro interpretativo del museo. La parola chiave del processo di innovazione è Play Designer: un manifesto al learning by doing. Lo strumento della nuova experience è una penna Usb nera, non più grande di un sigaro, progettata dalla divisione Digital & Emerging Technologies del museo, in collaborazione con Diller Scofidio + Renfro e Local Projects, lo studio newyorchese che ha firmato anche il 9/11 Memorial Museum.

Il dispositivo, in dialogo con l’intera infrastruttura digitale del Cooper Hewitt, che ha progettato una propria Api a governo di processi e data, consente a ogni visitatore di raccogliere gli oggetti collezionati dal Cooper Hewitt e di crearne di nuovi su sette tavoli interattivi di 84 pollici sviluppati da Ideum. Il funzionamento della penna è semplice: basta avvicinarla ai tag Nfc posti accanto alle opere per catturare e conservare nella memoria digitale sia l’oggetto sia le informazioni che lo riguardano. Al termine della visita, la penna va restituita e tutti gli oggetti raccolti e/o disegnati dal visitatore restano accessibili on-line attraverso un indirizzo web personalizzato, stampato sui biglietti di ingresso. Dal Cooper Hewitt spiegano che «la penna è un mezzo per invitare i visitatori a conoscere il design, attraverso un coinvolgimento diretto. Oltre a essere uno strumento di disegno, incoraggia i visitatori a interagire con le opere in mostra, piuttosto che a limitarsi a guardarle attraverso il piccolo schermo di un’app».

Il Cooper Hewitt possiede una collezione di 210mila oggetti di design, dalla fine dell’Ottocento a oggi. Sui tavoli interattivi il “flusso” scorre attraverso il centro di ogni schermo, permettendo ai visitatori di scoprire un immenso patrimonio altrimenti non fruibile attraverso la visita delle sale. Per approfondire le singole opere basta trascinare un oggetto dal flusso. Ogni oggetto sfogliato porta in primo piano una serie di oggetti correlati. I visitatori possono creare i propri oggetti, dal cucchiaio a un edificio, sui tavoli. Sui tavoli è possibile anche risalire a collezioni di oggetti, disegnando forme casuali che il software associa ad altre centinaia di opere, estratte dagli archivi.

Per rendere ancora più spettacolare l’esperienza, il museo ha allestito un’Immersion Room, dove è possibile “giocare” con l’intera collezione di carta da parati: una grande stanza illuminata da proiettori 4K che interagiscono con i tavoli e con quattro schermi a tutta parete. Il senso dell’intero processo di innovazione è riassunto da Sebastian Chan, direttore della divisione Digital & Emerging Technologies del Cooper Hewitt: «Oggi tutti hanno uno smartphone in tasca e nessun museo può prescindere da un potenziamento del digital. La principale novità del Cooper Hewitt è che tutto quanto è collezionato, ora è disponibile online. I musei sono depositi di storie, le mostre il modo per narrarle, la tecnologia mette a disposizione dei visitatori nuovi strumenti con cui costruire  il proprio percorso, fino alla possibilità di tenerne traccia grazie a una “guida” digitale personalizzata». Da questa prospettiva, il punto di forza del Cooper Hewitt è la sua Api, l’interfaccia di programmazione che orchestra il tutto, disegnando un’esperienza su misura. Del Museo, dei visitatori. Oggi, grazie alla penna. Un domani con chissà quali altri dispositivi. Questo a sottolineare quanto importante sia la visione, rispetto ai contenuti di innovazione offerti dai singoli device.